Garbo: sulle onde tra musica e storia, ragionando di mondi lontani
Fonte: Barley Arts

La stagione della new wave ha rappresentato uno di quei pochi frangenti in cui la musica italiana è riuscita, a suo modo, a stare al passo con quella anglosassone. Renato Abate, in arte Garbo, con il suo esordio discografico “A Berlino… va bene” del 1981, è entrato di diritto tra gli artisti simbolo di quell’esaltante momento storico.

A Berlino non penso mai
Sì, si può vivere, non sogno mai
A Berlino che giorno è?
Sì, si può vivere un giorno in più

Facile definire la new wave come periodo, decisamente meno come genere musicale a tutti gli effetti: post-punk, synthpop, influenze elettroniche, scenari dark si intrecciano per battere nuove strade. Modernità e fermento, la musica, in Italia, sembrava avviarsi verso un futuro distante da quanto accaduto prima d’allora: il solo precetto è rompere le tradizionali regole melodiche, schiacciando, come un macigno formatosi da detriti di varia natura, il peso del dogmatismo ideologico che aveva contraddistinto la fisionomia dei gruppi culturali durante tutti i Settanta, in sintonia con la gioventù nichilista del resto d’Europa.

Incrociando i loro destini sfaccettati e multiformi in un universo sonoro che, forse consapevolmente, sarebbe rimasto di nicchia, cantautori e gruppi dissomiglianti tra loro, accomunati dal desiderio di portare germi di originalità, sostenevano la “nuova ondata musicale”, destinata ad essere rivoluzionaria nel Vecchio Continente come la Nouvelle Vague francese lo era stata per il cinema.

In bilico tra passato e futuro, con sguardo analitico, abbiamo ripercorso con il cantautore milanese Garbo le tappe salienti relative la fine di un’era musicale e l’inizio di un’altra: cosa è cambiato e cosa rimane dello stretto legame tra musica e società dagli anni Ottanta ai nostri giorni?

Ad un artista che, come te, calca la scena da oltre quattro decadi non possiamo non chiedere una retrospettiva sulle variazioni del panorama pop italiano, dalla new wave ad oggi: Garbo, sei un nostalgico o un ottimista orientato al futuro?

«Cerco di non essere passatista, non porta a nulla. Conservo molti bei ricordi di quel che ho fatto anni indietro, ma il nastro, a differenza di quello delle musicassette, non è riavvolgibile: bisogna andare avanti! Vivere l’attualità ed essere proiettati al futuro è molto più interessante che rimanere ancorati a ciò che, ormai, fu, naturalmente portandosi dietro il bagaglio di esperienze maturate. I tempi andati servono a questo, a costruirsi un patrimonio non indifferente di competenze.»

Se in campo musicale gli anni Ottanta hanno visto la moria delle correnti d’aggregazione, in campo letterario gli anni Novanta hanno portato alla luce il cosiddetto “Nevroromanticismo”, movimento da te teorizzato. Come è avvenuta la commistione tra il musicista Garbo e l’ambiente letterario di quel gruppo di scrittori italiani definiti “cannibali”?

«Come spesso accade, tutto è cominciato con degli incontri. Personalmente sono stato sempre appassionato delle arti in generale e affascinato dalla multimedialità: non unicamente cantautorato, ma anche fotografia, video, arti figurative ed, ovviamente, letteratura. In quel periodo stavo lavorando ad “Up The Line”; mentre stavo componendo, mi chiamarono Aldo Nove, Tommaso Labranca e Tiziano Scarpa. Tra loro erano già molto legati, io li conoscevo ma non li seguivo. Mi chiesero se, nelle vesti di Garbo, volessi far da portavoce nella loro rievocazione letteraria degli anni Ottanta. Anche Isabella Santacroce e Niccolò Ammaniti parteciparono a quel progetto per la rivista Maltese Narrazioni. Il loro desiderio era descrivere gli anni della loro formazione, gli anni che hanno visto nascere e crescere quell’area cannibale. Accettai; da lì nacque un’amicizia per cui a me venne, poi, l’idea di coinvolgerli, a loro volta, in un lavoro discografico che ancora non aveva parole. Accadde una cosa paradossale: consapevolmente o inconsapevolmente, in quel periodo, aderendo al “Manifesto del Nevroromanticismo”, posero fine a quella stessa esperienza pulp che li aveva, fin dal principio, caratterizzati. Presero ognuno una direzione diversa. In poche parole, il “Nevroromanticismo”, inaspettatamente, divise, anziché unire.»

Il tuo percorso artistico ti ha portato anche a fondare, nel 1992, l’etichetta discografica Discipline Musica, che ti vede impegnato nei panni di produttore. Come ti senti in quel ruolo? Perché hai iniziato?

«É stato un qualcosa di naturale: inizialmente volevo liberarmi dal giogo delle multinazionali per fare in prima persona, nelle vesti di Garbo, la musica che volevo. Nel tempo il progetto si è allargato, arrivando ad includere altri soci e nuovi artisti (Stardog, Micol Martinez, Elisabetta Fadini, Hellzapop, solo per citarne alcuni).»

Anteriormente rinnegati, posteriormente di gran moda. Quale dovrebbe secondo il parere di Garbo essere la giusta prospettiva per interpretare gli anni Ottanta?

«Credo vadano visti in una semplice prospettiva storica: in quel periodo è accaduto questo e quello, per questa o per quella ragione. Bisogna prendere atto dei fatti, fare una semplice riflessione: ogni decade, sul piano musicale e non solo, è costellata di falsità e di verità, di plastica e di legno, di elementi liofilizzati ed altri naturali, di carne e di sangue. Bisogna solo saper discriminare. È vero che c’è stata della plastica degli anni Ottanta, come in ogni altra epoca. Se parliamo di anni Sessanta, pullulavano anch’essi di canzoncine melense, cantate sulla base di pezzi stranieri senza dichiararlo, registrate al solo scopo di vendere alle ragazzine in amore. Bisogna stare attenti ad etichettare o mitizzare, in tutto c’è il buono e il cattivo: è per questo che bisogna osservare e distinguere. Da quel che ho potuto constatare sulla mia pelle, è già nella seconda metà degli anni Ottanta che iniziò quella frammentazione che ancor oggi ci caratterizza. Si correva verso la fine del secolo e del millennio, si cominciava, forse, ad avere paura. Gli anni Ottanta stanno proprio lì, al loro posto dentro il Novecento.»

Vincenzo Nicoletti

Vincenzo Nicoletti, classe '94. Cilentano d'origine, bresciano d'adozione. Oltre che per la scrittura, coltivo una smodata passione per i viaggi e per lo stare all'aria aperta. Divoratore onnivoro di libri e assiduo ascoltatore di musica sin dalla più tenera età.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui