Chiara Ferragni sta al suo tempo come Simonetta Vespucci al suo
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Chiara Ferragni si lascia ritrarre per un servizio fotografico con la Nascita di Venere di Botticelli alle spalle. Pare uno scenario normale, eppure ha suscitato un enorme scalpore tra i più, non tanto per la visita dell’influencer agli Uffizi, piuttosto per il paragone avvezzo tra due ideali di bellezza differenti tra loro: Simonetta Vespucci fu Venere a modo suo e per il tempo suo, ma anche Chiara lo è, a modo suo e per la società in cui viviamo.

Qualche giorno addietro è nata una inedita – ma all’apparenza efficace – collaborazione tra l’influencer Chiara Ferragni, accompagnata dalla sua faretra di ben venti milioni di followers, e la Galleria degli Uffizi, pronta a incassare la marea di profitti causati dalle frecce scoccate da Chiara. La foto, pubblicata il 17 luglio sui vari profili social del Museo, ritrae Chiara Ferragni con sullo sfondo la Nascita di Venere dipinta dal pittore rinascimentale Sandro Botticelli. Scoppia la polemica: nasce non per l’immagine in sé, bensì per la didascalia, alquanto arguta, che paragona i canoni estetici rinascimentali con quelli di oggi. Di conseguenza, la figura dell’influencer italiana viene considerata la «Venere» del nostro tempo, alla stregua, con l’indignazione feroce dei commenti, di Simonetta Vespucci, ossia la Venere ritratta dal pittore, al suo tempo amata da vossignoria Giuliano De’ Medici.

La fotografia, seppure abbia suscitato scalpore, ha portato di certo una dose non trascurabile di notorietà al museo fiorentino. È importante fermarsi a ragionare su quest’ultimo punto: accogliere nuove maniere di trasmettere l’arte. Precisamente, dove è il problema se Chiara Ferragni funge da filtro con l’obiettivo di far circolare la bellezza insindacabile degli Uffizi? Peraltro, come giusto che sia, senza danneggiare opera alcuna, anzi, mostrandone e valorizzandone il prestigio secolare.

A destare le critiche sarà stato, forse, il tentativo da parte degli Uffizi di coniugare due ideali di bellezza inoppugnabilmente lontani tra loro ma, al contempo, uniti da un significato congiunto che è, poi, insito nel valore inestinguibile dell’arte. La questione fondamentale sta nel fatto che in Italia si partoriscono discussioni quando queste dovrebbero essere stroncate in essere. Difatti, tra il polverone aizzato dai commenti da parte degli «apocalittici», ci sarebbe un problema ben più ampio di una semplice – e proficua – sponsorizzazione di un museo d’arte: il valore che l’arte ha in Italia.

È oltremodo ripetitivo ricordare la perfezione artistica del nostro paese; eppure non tutti ne sono a conoscenza, tanti non riescono ad andare ben oltre il sentito dire. Tale sproporzione tra la bellezza del paese e l’inconsapevolezza dei cittadini potrebbe essere facilmente risolta, se soltanto la questione fosse trattata con la medesima veemenza con la quale è stata alzata questa invettiva contro Chiara Ferragni. Non è a causa dei social network, né di chi ne ha fatto un proprio lavoro più che legittimo, che si è svilita la preservazione e la considerazione del patrimonio artistico italiano. Tutt’al più, quest’ultimo, è divenuto una sorta di mero strumento di superbia adottato dalla maggior parte degli italiani. Come a dire: noi italiani abbiamo avuto pittori tali, che hanno dipinto opere tali in periodi tali e perciò siamo i migliori. O forse cerchiamo di consolarci per la penuria apparente di arte contemporanea, incapace di eguagliare la grazia delle cose vetuste che, a ogni modo, preservano un certo fascino.

Il punto centrale è che in Italia la valorizzazione dell’arte continua a mantenere un certo conservatorismo e tradizionalismo. La digitalizzazione delle istituzioni artistiche è avvenuta in netto ritardo rispetto agli altri paesi e, inoltre, benché si parli di arte sui vari canali social, tendenzialmente si mantiene una dose di classismo che non fa altro che allontanare inevitabilmente i giovani dall’arte stessa. Più precisamente, si può dire che la cultura, quantomeno nel nostro paese, è declinata come una occupazione elitaria, destinata a pochi prescelti. A tal proposito diverrebbe ancor più attuale la lezione di Umberto Eco: da una parte gli apocalittici, ovvero coloro che hanno mosso il polverone contro Chiara Ferragni, dall’altra parte, gli integrati, i quali tentano di modernizzare il ruolo dell’arte.

E allora che problema c’è se una delle influencer – con una evidente capacità di «trascinare le folle» – più famose in Italia, ma anche nel mondo, fornisce un aiuto concreto a un museo come gli Uffizi di Firenze? Tra l’altro, bisogna ricordare che gran parte dei seguaci dell’influencer ha un’età giovane, se non persino preadolescenziale. E, perciò, alla luce di questo dato, cosa c’è di male se i fan di Chiara Ferragni mentre giochicchiano con il loro nuovo cellulare, oltre che trovarsi davanti fotografie di nuovi capi di abbigliamento o simili, si trovino una foto ritraente la loro beniamina accompagnata da uno scenario altrettanto gratificante che è la Venere botticelliana?

D’altronde, Chiara Ferragni sta al nostro tempo come Simonetta Vespucci stava al suo.

Antonio Figliolino

Antonio Figliolino
Antonio Figliolino, classe 2002, napoletano di nascita. Manifesta sin da piccolo una forte passione per la letteratura, nonché per gli studi umanistici. Inoltre, alla luce di un interesse radicato in famiglia, presenta un' attenzione particolare per i fatti politici. Divoratore di libri, i quali spaziano dalla letteratura sudamericana, italiana e portoghese.

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