
La speranza, già tenue, di una svolta politica dell’Unione Europea nel confronto con il governo israeliano si è infranta contro il muro di una diplomazia dell’ipocrisia nella riunione del Consiglio Affari Esteri. La proposta di sospendere l’Accordo di Associazione UE-Israele è naufragata; si sarebbe trattato di un atto che, certamente, non avrebbe fermato il genocidio del popolo palestinese, ma avrebbe senza ombra di dubbio segnato simbolicamente una presa di posizione. E invece, la contrarietà di una compagine di nazioni, capeggiata dall’Italia, ha sancito il mancato raggiungimento dell’unanimità necessaria e la chiusura a ogni velleità di pressione concreta verso Tel Aviv.
Il blocco “garantista” ha preferito mantenere intatti i ponti diplomatici e commerciali, con il ministro Tajani che ha affermato: «Fermare lo strumento commerciale non è lo strumento giusto.». Ma allora, verrebbe da chiedere al Ministro, se non si bloccano i rapporti commerciali (restando, da Unione, il principale partner di Israele), se si ha paura a pronunciare la parola genocidio, se non si ammette pacificamente che dopo Gaza, il disegno imperialista di Tel Aviv comprende Cisgiordania e Libano, cosa si deve fare esattamente per tentare di dare almeno la parvenza di non essere complici dello Stato sionista? La proposta italiana di “sanzionare individualmente i responsabili” appare come una presa in giro, essendo una proposta pregna di ignoranza storica nel migliore dei casi, di malafede nel peggiore, oltre che negazionista di decenni di comportamenti sistemici, collettivi, legittimati e legalizzati.
Accordi con Israele: l’Unione Europea
A ogni modo, quanto accaduto non è un fulmine a ciel sereno, ma l’ennesima prova di un’UE vittima di una paralisi decisionale strutturale. Il problema sta nel fatto che questa paralisi non è neutra: è una precisa scelta politica. Il supporto incondizionato in alcuni casi, la timidezza sanzionatoria in altri, nascondono una visione del mondo di stampo neocoloniale, dove il diritto alla difesa viene sistematicamente confuso con l’impunità per i crimini di guerra. La mancata sospensione degli accordi, che garantiscono privilegi economici e cooperazione tecnologica, altro non è che una tacita accettazione dell’attuale status quo.
Ed è proprio in questo contesto che emerge il lato più inquietante della posizione italiana in seno al Consiglio Affari Esteri dell’UE. Solo pochi giorni fa, il governo aveva sbandierato con enfasi mediatica la sospensione del “rinnovo automatico” dell’accordo di ricerca, difesa e cooperazione militare con Israele, con diversi osservatori che avevano lodato la mossa, bollandola come un atto di coraggio diplomatico. Anche ad annuncio appena fatto, i più scettici avevano notato come a essere sospeso fosse stato il mero rinnovo e non l’accordo stesso; oggi, alla luce della contrarietà espressa in sede europea, quella decisione appare ancora di più come un subdolo tentativo di tenere il piede in due scarpe, restando amici di Netanyahu e dei suoi ministri, mentre si cerca di riacquistare qualche consenso in patria.
Chi ha, anche solo per un giorno, creduto in un governo rinsavito, è stato vittima di una mera azione di social washing: una manovra di facciata, un tentativo maldestro di pulirsi la coscienza di fronte a un’opinione pubblica sempre più insofferente verso le complicità del proprio governo, in attesa del momento in cui contava davvero (la riunione del Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea) per confermare la propria fedeltà atlantista e coloniale.
La presa di posizione italiana a Lussemburgo ha definitivamente consumato e compiuto la messa in scena. Mentre un popolo muore, l’Italia sceglie di blindare i rapporti con Tel Aviv, ignorando le risoluzioni internazionali e le grida di dolore di uomini, donne e bambini sotto occupazione e sottoposti a sterminio; la diplomazia italiana ha ribadito che la difesa dei privilegi economici e degli interessi geopolitici prevarrà sempre sui diritti umani e sulla giustizia civile e sociale. Anche chi aveva un’ultima flebile speranza si è scontrato con la realtà di una classe dirigente che, nel cuore dell’Europa, sceglie deliberatamente, e come sempre, di stare dalla parte sbagliata della Storia.
Anna Farina
















































