
Esiste una crudeltà sottile nel divenire adulti, una sorta di entropia dell’anima che smantella le sicurezze dell’infanzia per consegnarci al nudo rigore del reale. Kostja, chitarrista e compositore di origine russa, oggi residente a Bologna, sembra aver traslato una peculiare tensione geologica nelle maglie del suo ultimo lavoro. Dal 1° maggio 2026, approda in radio “Flight”, terzo frammento di un mosaico discografico intitolato “Drift Migration”. Il titolo suggerisce un errore di rotta, una deviazione involontaria imposta dalle correnti scientificamente osservabili negli uccelli migratori.
Formatosi tra i rilievi delle Alpi italiane, grazie a una laurea in geologia, Kostja abbandona la rassicurante stratigrafia delle rocce per esplorare quelle, assai più impervie, della letteratura americana. Ispirato dal realismo ancestrale dell’omonimo racconto di John Steinbeck, il brano si fa cronaca di un trauma: un omicidio che lacera la quiete rurale della California, costringendo il giovane protagonista a una fuga disperata verso le vette. In questo movimento, che si traduce in una privazione progressiva di ogni orpello materiale tra le asperità, la musica si spezza in due atti, riflettendo l’agonia di un’innocenza che si dissolve. Abbiamo scavato tra le note di “Flight” insieme al suo autore.
In “Flight”, la struttura sonora si articola su una dicotomia netta: una prima parte sognante che vira drasticamente verso una tensione discorsiva. In che modo Kostja ha trasposto il senso di perdita fisica e materiale del protagonista di Steinbeck all’interno di questa architettura musicale così contrastante?
«In questo racconto, il giovane protagonista uccide un uomo; dopodiché, scappa da solo tra le montagne per non farsi catturare. Durante la fuga perde tutto quello che ha, soffrendone molto si riduce a vivere come un animale ferito nella natura. Alla fine della storia, stanco di nascondersi, decide di alzarsi in piedi, di affrontare la morte davanti ai suoi inseguitori. Attraverso un netto cambio della “palette” sonora nella seconda parte della canzone, ho tradotto in note il senso di profondo cambiamento che avviene nel personaggio principale. Ho utilizzato delle sonorità che richiamassero un paesaggio più arido. Facendo un esempio pratico – anche se non si tratta di un elemento chiave della narrazione – si può sentire una percussione che ricorda dei pesanti passi nella ghiaia o una pala che smuove della terra. Il fine è riprodurre in musica una sensazione di grande fatica. Al di là di questo, nel brano è presente un cambio repentino di tempo, per rendere al meglio la sensazione di tensione verso l’alto: l’aumento dell’intensità simboleggia la salita del protagonista, nel corso della sua fuga, verso zone sempre più remote e poco ospitali della montagna, fino al tragico epilogo della sua cattura e uccisione.»
La tua formazione accademica ti ha portato a esplorare la terra; in questo brano, però, l’ambiente appare come un’entità solenne, privo di giudizio. In che modo il rigore della geologia ha influenzato la percezione di Kostja rispetto a questa natura così cruda e “distaccata” che osserva la vicenda del brano?
«Ho trovato un collegamento tra la descrizione della natura nel racconto di Steinbeck e alcuni paesaggi che ho visto durante i miei studi. Le mie esplorazioni mi hanno portato in anfratti poco battuti, dove la montagna non ha un aspetto che noi potremmo percepire come benevolo o accogliente: sembra, piuttosto, un teatro nel quale siamo solo silenziosamente di passaggio, del quale ammirare l’austera bellezza.»
Il concetto di “Drift Migration” rimanda a un uccello che devia dalla rotta prestabilita. Se “Flight” rappresenta il momento dello smarrimento, quanto c’è di autobiografico in questo scarto dai binari tracciati, considerando il passaggio definitivo di Kostja dai rilievi alpini alla dedizione totale per la musica?
«Uno dei motivi per cui sono particolarmente legato a questa canzone è l’essere riuscito a scrivere un testo che non sia troppo autoriferito. Il brano in questione è, invece, una sorta di pausa dai turbamenti, da quella introspezione che caratterizza molti dei miei testi. Mi sono ispirato al racconto di Steinbeck semplicemente perchè l’ho trovato affascinante per il modo in cui mi ha portato con la mente in mondi lontani. Ovviamente, resta innegabile il fatto che sento un legame con questa opera, sia per il rapporto che c’è tra l’ambientazione sia per la vicenda drammatica che viene narrata.»
L’artwork di Davide Palombo mostra un volatile ormai maturo che sorvola un deserto roccioso, osservando la tragedia dall’alto. Questa prospettiva zenitale è un tentativo di razionalizzare il dolore o rappresenta la definitiva accettazione del destino solitario che Kostja ha voluto narrare?
«Il volatile che sorvola l’ambientazione del racconto, si trova, suo malgrado, a far parte di quella natura a tratti accogliente, a tratti severa e distaccata. In un certo senso, mi sento rappresentato da questo uccello: nel corso del mio cammino di vita, sono “inciampato” in questa bellissima storia, che si è rivelata un elemento potente di ispirazione. Come già accennato, non mi sento di impersonarmi nel protagonista del racconto; mi percepisco più come uno spettatore che assiste da lontano alla vicenda narrata in “Flight”.»
Dai disegni ad acquerello e le diapositive dei primi EP, sei approdato a un immaginario visivo e testuale più aspro. Quale spinta creativa ha portato Kostja a scegliere proprio la violenza del passaggio all’età adulta come fulcro narrativo di questo nuovo, fondamentale tassello discografico?
«In tutte le mie uscite, fino ad ora, ho scelto di rivolgermi a degli illustratori esperti per quanto concerne le cover. Ho preferito questa strada alternativa alla classica fotografia perché ho, da sempre, sentito che l’illustrazione è il mezzo più adatto a “tradurre” la mia musica dal punto di vista visivo. Il risultato non lo definirei propriamente aspro, neppure per questo capitolo discografico che si discosta dai precedenti. Sicuramente sento dentro di me qualcosa di profondamente legato alla mia infanzia. Essa vive vive e influisce attivamente sulla mia psiche, spesso in maniera positiva, specialmente nell’ambito creativo. Avverto, allo stesso tempo, un contrasto tra questa componente fanciullesca della mia personalità e la necessità di vivere serenamente le responsabilità, gli impegni che la vita adulta richiede. In tal senso, il rapporto tra queste due anime antitetiche può, talvolta, essere violento.»
Vincenzo Nicoletti















































