Il Natale nella letteratura: la lauda anonima, Manzoni e Calvino
Fonte dell'immagine: https://www.interris.it/cultura/dieci-libri-da-far-trovare-sotto-l-albero

Nell’ambito religioso e cristiano, il Natale è una festa degna di significato: Maria Vergine è scelta da Dio per accogliere nel suo grembo Gesù, il figlio dell’Altissimo. Nella letteratura italiana non mancano esemplari di poesie, racconti e novelle sul Natale a partire dagli albori con una lauda anonima del XIV secolo fino al grande Manzoni e l’inimitabile Calvino.

L’anonima lauda del XIV secolo

Nel pieno Medioevo la nostra letteratura, grazie al genere letterario della lauda, è colma di riferimenti religiosi e alle sante festività: questo perché c’era un forte attaccamento agli elementi sacri e a tutto ciò che la chiesa era in grado di provare a garantire pur di sfuggire alla punizione divina.

In occasione della festività del Natale, un anonimo autore compose una lauda che appare particolare non solo per il suo contenuto, ma anche per il suo aspetto formale: ogni stanza della lauda, ad eccezione della prima che è composta di soli due versi, è una quartina che ha la particolarità di avere l’ultimo verso che rima in -ino riprendendo quella del distico iniziale.

Cantiam di quello amor divino,
di Iesù Cristo piccolino.

Il messaggio che l’anonimo autore della lauda vuole trasmettere è chiaro e semplice anche se la lingua utilizzata appare complessa e articolata: è nato il piccolo Gesù, il figlio di quello che è l’Amor divino. Gli angeli annunciano cantando la nascita del Salvatore e i Re Magi accorrono a Betlemme guidati dalla stella cometa per porgere al figlio di Dio l’incenso, la mirra e l’oro. La mangiatoia è la culla di Gesù: il bue e l’asinello riparano con il loro calore il bambinello dal freddo e dal gelo.

La lauda anonima scritta in occasione del Natale, altro non è che una testimonianza di ciò che è narrato nei Vangeli e nelle Sacre Scritture. Tutto appare identico a come lo raccontano gli Evangelisti e come ancora oggi ci immaginiamo la scena della nascita di Gesù la notte di Natale nella capanna di Betlemme.

Alessandro Manzoni e l’Inno Sacro del Natale

Composto nel 1813,Il Natale” è uno degli Inni Sacri del celeberrimo Alessandro Manzoni che soli tre anni prima si era convertito al cattolicesimo dopo essere stato per anni un giansenista.

Il fulcro centrale di questo inno sacro al Natale è l’uomo che è precipitato in basso da un’alta montagna ed è costretto a restare lì fin quando non ci sarà una virtù amica che sarà pronta a salvarlo. Ritorna la tematica della Provvidenza che in svariate opere del Manzoni è uno degli elementi fondamentali: l’uomo non può che sottostare alla legge divina e non può fare nulla per cambiare il suo destino che invece è affidato alle mani di Dio.

I primi 27 versi dell’Inno sacro di Manzoni, sono costituiti da una lunga similitudine di cui l’autore si serve per introdurre il concetto di Grazia che riprende sia da Sant’Agostino che ovviamente dal sommo Dante. La Grazia, dal punto di vista cristiano, altro non è che una virtù amica che Dio sceglie spontaneamente di concedere a pochi eletti.

Ecco ci è nato un Pargolo,
ci fu largito un Figlio:
le avverse forze tremano
al mover del suo ciglio:
all’ uom la mano Ei porge,
che sì ravviva, e sorge
oltre l’antico onor.

Addentrandosi nella lettura dell’Inno sacro del Natale, ci si rende conto che Manzoni vuole dare al lettore la possibilità di immedesimarsi in una sacra narrazione: la Vergine Maria con i suoi sottili vestiti è pronta a mettere Gesù “nell’umil presepio” e a scoprire il suo seno per allattarlo; intanto accorrono alla capanna di Betlemme i pastori ancora increduli che sono giunti lì grazie alla luce della stella cometa e grazie al soave canto degli angeli. Ecco che allora comincia una sorta di ninna nanna popolare che conclude l’Inno Sacro di Manzoni dedicato al Natale: tutti auspicano che il fanciullo neonato non pianga ma dorma serenamente. Sopra la testa del Bambin Gesù non dovranno esserci tempeste e tutti dovranno conoscere il Re del Cielo, il figlio di Dio.

Italo Calvino tra modernità e autentica nostalgia

Nel 1963 la casa editrice Einaudi pubblica “Marcovaldo ovvero le stagioni in città”, una raccolta di racconti di Italo Calvino basati interamente sul personaggio di Marcovaldo, un uomo che è costretto a provare nostalgia per il passato e a vivere un presente urbano e troppo moderno.

L’ultima storia di Marcovaldo di Calvino è intitolata “I figli di Babbo Natale”: si tratta di un racconto che fa riflettere sul consumismo tipico delle feste natalizie e che rende il Natale non più una festa sentita dal punto di vista religioso, ma un’occasione per catapultarsi in negozi e centri commerciali per acquistare regali e cibi succulenti.

L’incipit del racconto di Calvino appare subito significativo:

Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. 

Calvino racconta di Marcovaldo, un operaio della ditta Sbav la quale per il Natale di quell’anno aveva deciso che i suoi membri di riguardo avevano il compito importante di travestirsi da Babbo Natale e andare in giro per le case a portare i regali. Nella sua totale estraneità Marcovaldo si ritrova travestito con abiti rossi e una folta barba bianca: anche se si sente ridicolo a trovarsi conciato così, l’operaio si rende conto che quelle ore extra erano ore di straordinario e quindi prevedono una retribuzione. Tutto ciò, allora, non gli dispiace totalmente soprattutto perché avrebbe potuto accontentare i suoi figli e regalargli tutto ciò che desideravano.

Proprio perché Marcovaldo era un buon padre e amava tanto i suoi figli, scelse come prima destinazione casa sua con lo scopo di provare a vedere con quale faccia e con quale stupore i suoi figli avrebbero accolto Babbo Natale. Ma i piccoli pargoli, appena aperta la porta, lo riconobbero subito e Marcovaldo ci restò molto male. I suoi figli gli dissero che non era la prima volta che nell’arco dei giorni era arrivato Babbo Natale: infatti, molte ditte e molte industrie avevano affidato ai dipendenti il compito di travestirsi da uomo panciuto e interamente in rosso e i bambini, dopo lo stupore iniziale, avevano fatto l’abitudine ad aprire la porta e a trovarci fuori Babbo Natale.

Marcovaldo non si perde d’animo: prende con sé il figlioletto Michelino e se lo porta dietro nella sua impresa di consegna di regali. Ma Marcovaldo non era l’unico uomo della città travestito da Babbo Natale: tantissimi operai delle varie fabbriche della città erano attenti e concentrati a svolgere il proprio ruolo e a consegnare i regali ai bambini in modo minuzioso e preciso, proprio come delle macchine che lavorano in fabbrica incessantemente e senza commettere un solo sbaglio.

Arrivati in una villa elegante e raffinata, Marcovaldo e Michelino vengono aperti da una governante, la quale li accompagna a posare il pacco in un’enorme stanza con lampadari di cristallo e un grosso abete con palline di vetro. In quella stanza c’era anche un piccolo bambino che contava i regali ricevuti da Babbo Natale: quello di Marcovaldo era il trecentododicesimo. Ma Michelino lo vede triste e solitario e per questo gli regala una scatola di fiammiferi, un tirasassi e un martello: in questo modo è stata ridata la vera felicità delle cose semplici a un bambino che in realtà era all’oscuro del passato e della semplicità dei giochi datati.

Calvino conclude così il racconto:

Marcovaldo tornò nella via illuminata come fosse notte, affollata di mamme e bambini e zii e nonni e pacchi e palloni e cavalli a dondolo e alberi di Natale e Babbi Natale e polli e tacchini e panettoni e bottiglie e zampognari e spazzacamini e venditrici di caldarroste che facevano saltare padellate di castagne sul tondo fornello nero ardente.

E allora, buon Natale dalla nostra fantastica letteratura.

Arianna Spezzaferro

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here