Sanders Biden
Fonte: AP Photo/Matt Rourke

Ci siamo. Dopo la vittoria dello scorso martedì in Florida, Illinois e Arizona Joe Biden ha superato la ragguardevole cifra di 1.201 delegati. Già uscito vincitore dal Super Tuesday, l’ex vicepresidente è a poco più di 800 dal traguardo di 1991 che servono per ottenere la nomination. Bernie Sanders, con i suoi 896, è ormai staccato. In mezzo al caos per l’emergenza coronavirus, che comunque non ha fermato le operazioni elettorali, la corsa di Biden verso la candidatura alle prossime presidenziali è una buona notizia?

Il fattore politico di Biden

Rispondere a questa domanda non è facile. Per cominciare, bisogna considerare due fattori: uno politico e uno elettorale. Dal primo punto di vista, è chiaro che Biden sia ormai riuscito a compattare il partito democratico intorno alla sua figura. Figura, sì, non programma: in effetti, quando si ha a che fare con le primarie americane sembra sempre che più che ai contenuti politici bisogna fare più che altro riferimento alla statura personale dei candidati. Negli ultimi anni è successo con Obama (e andò bene) e con Hilary Clinton (e andò male).

Per considerare la questione dal punto di vista politico, bisogna allora osservare il livello di compattezza che una certa figura riesce a conferire al partito, in modo da farlo sembrare compatto e coeso, in grado di aumentare la propria credibilità agli occhi degli elettori di tutte le estrazioni culturali e ideologiche. Ebbene, da un punto di vista strettamente politico finora Biden si è dimostrato più collante di Sanders. Non si può non constatare che tutti i candidati sconfitti e ormai ritiratisi dalla corsa abbiano appoggiato l’ex vicepresidente, foraggiandolo col loro più o meno capace serbatoio di voti.

Così è stato per Buttigieg, la rivelazione del primo giro di primarie, e lo stesso hanno fatto via via gli altri. Solo la posizione di Elizabeth Warren è ancora incerta, forse perché l’ex senatrice paga ancora lo scotto di essere stata a lungo favorita nei sondaggi nazionali, per poi crollare senza appello alla prima prova effettiva. Tulsi Gabbard, l’ultima alternativa al binomio Biden – Sanders che ancora resisteva, ha deciso anche lei di ritirarsi per lasciare i suoi delegati in eredità all’ex vicepresidente.

Ci sono poi pochi dubbi sull’elevata spendibilità del nome di Biden. La levatura istituzionale del personaggio, del resto, è già sperimentata: quella sensazione mista di delusione e nostalgia che i progressisti americani provano quando pensano all’esperienza Obama e alla vicepresidenza Biden è già abbastanza per far loro preferire quest’ultimo, rispetto al salto nel buio che si prospetterebbe con un “rivoluzionario” come Sanders al potere. Una transizione più “dolce” da Trump a Biden sarebbe l’ideale per un Paese come gli Stati Uniti che già ha visto erose parecchie certezze socioeconomiche e ora, col coronavirus di mezzo, è ancora più terrorizzato dal futuro. Passare da un estremo all’altro, dal “The Donald” al “socialista” Bernie, secondo l’establishment democratico non pagherebbe.

Il fattore elettorale di Biden

E qui veniamo al secondo fattore dell’ormai assodato decollo verso la nomination di Biden, quello elettorale. In questo caso, è facile riassumere il nocciolo della questione in poche parole incontrovertibili: finora Biden ha semplicemente preso più voti di Sanders. L’ex vicepresidente alla lunga piace di più agli elettori di tutte le fasce di età e gruppi sociali: risulta accettabile sia alla frangia democratica più spostata verso destra (per intenderci, quella che avrebbe votato persino Bloomberg) che a quella più o meno definibile come “sinistra” (non radicale). Come è stato osservato, Sanders ha conservato il suo nucleo di elettori più spregiudicati politicamente, soprattutto under 30, ma non ha guadagnato consensi in termini assoluti.

Questo dato elettorale non può essere trascurato: come fa osservare Il Post, nel 2016 Sanders probabilmente riuscì a volare più alto perché quasi tutti erano schierati contro Hilary Clinton, che non a caso alla fine ottenne un risultato disastroso. Oggi questo scenario, che può darsi abbia gonfiato i voti di Sanders e dunque la sua stessa statura politica, non sarebbe ripetibile. Sanders potrebbe dunque stare rivelando la sua vera dimensione elettorale: una dimensione comunque considerevole, in grado forse di fargli pretendere qualche posto prestigioso in un’ipotetica squadra di governo democratica, ma nulla di più. Non esistono altre Californie tra gli Stati rimasti in corsa per le primarie: sono pressoché terminati gli elettori radicali sufficienti almeno a tentare la rimonta su Biden.

Qualcuno già parla della necessità di un ritiro di Sanders che consenta all’ex vicepresidente di correre da solo e, soprattutto, di non venire alla lunga danneggiato da ulteriori competizione elettorali. Biden ha già lanciato segnali di pace al senatore del Vermont, rassicurando inoltre i suoi elettori sul fatto che a dividerlo dal loro beniamino è il “metodo”, non tanto il “merito” delle idee e dei progetti. Affermazione ardita, considerato che ancora non è chiaro quali siano le idee di Biden, mentre invece quelle di Sanders sono state sempre abbastanza chiare e definite. Quella di Biden è stata un’uscita conveniente e “furba” da un punto di vista politico e, appunto, elettorale.

Così si può battere Trump?

Provando a rispondere al quesito iniziale, si può concludere che l’unità di intenti di partito ed elettori democratici a beneficio di Biden dovrebbe essere una buona notizia. Almeno Biden non rischia di fare la fine di Hilary Clinton, silurata dagli stessi democratici. Altra cosa è però, lasciando da parte l’aspetto del consenso relativo al solo partito democratico, cercare di prevedere la reale carica vincente di Biden nei confronti di Trump. Su questo è impossibile fare previsioni, anche perché c’è la variabile coronavirus di mezzo.

In un Paese come gli Stati Uniti in cui la retorica militaresca è all’ordine del giorno, la minaccia del contagio è stata finora presentata da Trump quasi come una “sfida bellica” del virus sul suolo americano. Nel momento in cui il presidente dovesse ottenere pure i poteri speciali che gli spettano in caso di guerra, tentare di fare campagna elettorale contro un “comandante in capo” sarebbe proibitivo. Nonostante la capacità di compattare l’elettorato e il partito democratico, si rischierebbe di rivedere in Biden la figura perdente di John Kerry contro il “presidente di guerra” per eccellenza del recente passato, George W. Bush. Paragoni impropri, forse, ma non inconcepibili.

Se davvero Biden vincerà le primarie democratiche lo aspetta un lavoraccio. Altro che battere il “socialista” Sanders…

Ludovico Maremonti

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