
Il fenomeno dell’astensionismo in Italia, i cui echi vanno ben oltre la fase delle espressioni di principi, ha recentemente assunto dimensioni preoccupanti e proporzioni strutturali. Il voto — il grande dovere civico per eccellenza — sta venendo meno a un numero crescente di cittadini e con esso la natura rappresentativa del sistema politico.
Le elezioni politiche del 2022 ne sono un perfetto esempio: solo il 63,9% degli elettori italiani aventi diritto si è recato alle urne, la più bassa affluenza nella storia della Repubblica Italiana. Questo è stato particolarmente vero nelle elezioni locali e nei referendum, dove l’affluenza ha raggiunto appena il 50%, evidenziando l’alienazione sempre più profonda dei cittadini dalle istituzioni. Ci sono molte ragioni che riflettono una crisi di fiducia nella politica. La credenza errata conduce al cinismo degli elettori, il quale crea un circolo vizioso dove meno persone votano, meno ritengono che il loro voto conti davvero.
Nel 2023, un sondaggio del Censis segnalava che il 55% degli italiani ritiene che il proprio voto non abbia alcuna reale influenza sulle decisioni politiche, e il 62% di loro ritiene che i partiti politici siano troppo lontani dalle questioni della loro vita quotidiana. I governi sono eterogenei, costruiti su coalizioni post-elettorali incoerenti che reiterano la riflessione su un modello politico autoreferenziale, incapace di offrire risposte concrete ai bisogni della popolazione.
Cinque governi dal centro-sinistra e cinque dal centro-destra sorti su patti tra correnti politiche rivali si sono succeduti in Italia dal 1994, riducendo la fiducia della gente nell’utilità del voto. Anche il disincanto dei giovani verso la politica istituzionale ha contribuito a questo aumento dell’astensionismo. Basta guardare ai numeri: per le elezioni del 2022 solo il 47% dei giovani tra i 18 e i 34 anni si è preoccupato di votare, rispetto a un’affluenza nazionale del 63% e più del 75% di quelli oltre i 65 anni. Questo fenomeno può essere attribuito a molti fattori, inclusa l’idea di una classe politica disconnessa.
Per i giovani, il sistema appare estraneo: lavoro precario, affitti alle stelle, cambiamenti climatici, accesso all’istruzione — quali di questi temi è stato davvero materia politica? Questo stato di cose è dimostrato anche dai numeri: solo il 5% dei parlamentari italiani ha meno di 35 anni, uno dei tassi più bassi in Europa. Tuttavia, il disincanto non è sinonimo di passività politica tra i giovani. Molti di coloro che decidono di mettere da parte la politica “tradizionale”, invece, preferirebbero dimostrare il loro impegno in altri modi — tramite proteste climatiche, scioperi degli affitti o la lotta per i diritti civili. Secondo un’indagine Ipsos del 2024, il 65% dei giovani italiani ha partecipato ad almeno una protesta negli ultimi cinque anni. Ciò dimostra che la sfiducia si riferisce al sistema politico come tale, ma non alla politica in generale.
La prima spiegazione per questo astensionismo — e quella più semplice — è la questione generazionale. Il tira e molla tra il potere di centro-destra e centro-sinistra apparentemente non ha fatto differenza, poiché programmi politici e leader desolati faticano a placare la rabbia degli elettori. Di conseguenza, molti elettori hanno scelto di non votare affatto in protesta contro partiti che non vedono come credibili. Questa tendenza è diventata così chiara che i leader contano molto più delle idee che simboleggiano, e l’assenza di un vero rinnovamento nel clima di comando e l’aumento della personalizzazione della politica ne hanno fatto parte.
Una componente integrale dell’astensionismo è la separazione dal territorio dell’Unione. Anche se relativamente contenuto nelle aree settentrionali, in declino ma ancora persistente, la situazione rimane molto più seria al sud. Registri elettorali semi-vuoti, riempiti per placare un senso di identità incoerente, sono una caratteristica di alcune parti della Sicilia e della Calabria e mai superano il 50% di affluenza alle urne, a volte scendono sotto anche per un’elezione locale o un referendum. Questo fenomeno esemplifica la privazione dalle istituzioni che molti meridionali sentono. Non ci sono investimenti strutturali, la disoccupazione è ormai cronica e la pressione della criminalità organizzata contribuisce al pessimismo. Quando opzioni realistiche scompaiono, l’astensione dal voto popolare ne diventa il cupo corollario.
Di fronte a questa realtà, come combattere l’astensionismo e attrarre i cittadini alle urne? Ci sono numerosi rimedi potenziali, ma tutti richiederebbero una rielaborazione radicale della nostra architettura politica e istituzionale. Una risposta iniziale potenziale è la riforma elettorale, per stabilizzare meglio il governo e mitigare il rischio di alleanze post-elettorali nebulose. Con un sistema più chiaro e lineare, gli elettori potrebbero ritrovare la propria fiducia e vedere il voto come una vera leva, una possibilità seria di cambiamento.
Un secondo set di interventi importanti riguarda la rappresentanza giovanile. Sì, è chiaro che è una buona idea abbassare l’età minima per candidarsi alle elezioni e cercare di inserire i giovani in queste istituzioni per rappresentarli meglio. In molti paesi europei, i candidati possono candidarsi a un’età più giovane che in Italia, dove il candidato deve avere 25 anni per prendere un seggio alla Camera e 40 al Senato. Queste restrizioni potrebbero, quindi, essere alleviate per favorire livelli più elevati di partecipazione giovanile, sia come elettori sia come candidati.
Un ulteriore metodo è rivitalizzare l’educazione civica nelle nostre scuole. Attualmente, spesso rimane una materia marginale, qualcosa che non fornisce ai giovani strumenti per comprendere il funzionamento delle istituzioni e il perché è importante assicurarsi di votare. Un curriculum scolastico più forte e coinvolgente creerà almeno cittadini più forti e coinvolti.
Naturalmente, ci sono anche soluzioni tecniche che possono migliorare l’accessibilità al voto per tutti. Ci sono diversi tipi di voto elettronico o postale in fase di sperimentazione in diversi paesi, che possono aumentare i tassi di partecipazione, in particolare tra coloro che affrontano difficoltà logistiche per recarsi alle urne. In Italia, queste innovazioni sono ancora nelle prime fasi, ma potrebbero essere un’arma potente contro l’astensionismo.
La minaccia, se il modello dovesse continuare, è di una democrazia evanescente, dove solo un volto sottile di decisioni, per usare l’espressione di Sylvia Plath, è preso da una percentuale sempre più piccola della popolazione. Ora, sebbene questo fenomeno sia valido per i paesi del nord e del sud in egual misura, per la politica italiana significa una sfida più alta: un sistema rappresentativo basato su una partecipazione frammentata e in calo rischia di perdere la legittimità e di collidere permanentemente contro l’elettorato che intende essere rappresentato. Il voto è un diritto primario, ma deve esistere anche la consapevolezza che votare può portare a un reale cambiamento, altrimenti si rischia che l’astensionismo si faccia largo nel discorso pubblico e nel declino della qualità della nostra democrazia.
Mariano Iannone
















































Idee che condivido pienamente. Ottimo articolo
Io essendo un ragazzo giovane mi trovo completamente d’accordo con questo articolo perché non mi sento rappresentato a pieno dalla politica attuale in Italia
Ottimo articolo,mi trovo d’accordo,l’astensionismo é un problema a cui bisogna trovare soluzione.Complimenti.