
Qual è il filo rosso che connette una baia nella paradisiaca isola di Cuba, l’accanimento dell’amministrazione Trump sui migranti illegittimi e Guantanamo, una delle prigioni più famose al mondo?
Il controllo americano a Cuba
L’intreccio tra i due Paesi inizia alla fine della guerra ispano-americana per il controllo dell’isola nel 1898, la quale venne venduta come una “guerra di liberazione’’ del popolo cubano dal dominio spagnolo. L’indipendenza raggiunta però era perlopiù nominale in quanto Cuba venne trasformata in un protettorato americano.
Nel 1902/1903 venne introdotto nella costituzione cubana, sotto pressione americana, il cosiddetto Emendamento Platt il quale garantiva agli Stati Uniti precisi diritti di intervento negli affari domestici dell’isola e la possibilità di edificare basi militari come appunto la base di Guantanamo.
L’obiettivo americano, quantomeno quello ufficiale, era quello di mantenere la stabilità regionale; di conseguenza il governo cubano decise di affittare a Washington la Baia di Guantanamo per un prezzo di circa 2’000 dollari l’anno; poi diventato di circa 4’000 in tempi recenti. Nonostante nel 1959 Fidel Castro, dopo la rivoluzione, avesse tentato di limitare la presenza del gigante nordamericano, gli Stati Uniti rimasero con una salda presa aggrappati alla Baia.
Nata come base navale il suo ruolo cambiò drasticamente dopo gli attacchi terroristici dell’11 Settembre, quando di fronte alla nuova “guerra globale al terrore’’ dichiarata da George W. Bush, quest’ultimo vi stabilì un centro di detenzione per sospetti terroristi.
Controversie
Il perché questo campo di prigionia sia al centro di molte controversie è semplice; violazioni di diritti umani, detenzioni segrete, sparizioni forzate, detenzione illegale e presunzioni di colpevolezza; queste sono solamente alcune delle voci citate in un report da parte di Amnesty International pubblicato nel 2006.
Nel luogo definito dalle Nazioni Unite come “una macchia sull’impegno degli Stati Uniti verso lo Stato di Diritto” dal 2002 sono stati trattenuti 775 prigionieri di diverse nazionalità, 17 dei quali portati lì quando avevano meno di 18 anni, 40 tentativi di suicidio di cui 3 riusciti; ed infine nessuno di quei 775 prigionieri è mai stato portato davanti ad un giudice regolare in una corte ordinaria nè tantomeno condannato effettivamente come reo di un crimine.
Molti dei prigionieri vengono dal conflitto in Afghanistan, la quasi totalità dei quali ha affermato di aver subito torture e di essere stati trattenuti in condizioni inumane, sottoposti ad interrogatori di ore senza la presenza di un avvocato causando una compromissione delle affermazioni fatte essendo sotto una forte pressione sia fisica che psicologica. Nonostante ciò coloro che sono stati detenuti in maniera illegale per poi venire rilasciati non hanno mai percepito nessuna compensazione per il pesante vissuto.
Uno dei punti più controversi dell’intera vicenda fu la decisione del Presidente Bush di stabilire delle Commissioni Militari con il potere di emanare condanne a morte senza la possibilità di fare appello a nessuna corte; decisione che venne condannata immediatamente dalla Corte Suprema Americana, affermando che il Presidente aveva “superato la propria autorità’’, a seguito di aver ascoltato la testimonianza di Salim Ahmed Hamdan un cittadino yemenita che aveva passato quattro anni all’interno del carcere.
Ma il diritto internazionale?
Nelle parole del presidente del Centre for Constitutional Rights Michael Ratner “Gli Stati Uniti stanno cercando di ribaltare uno dei principi fondamentali della giurisprudenza anglo-americana e del diritto internazionale […]. Guantánamo è diventata la nostra Devil’s Island, il nostro Chateau d’If del Conte di Montecristo“.
Il problema principale dal punto di vista giuridico è il fatto che è considerata una vera e propria zona grigia del diritto internazionale. Nonostante gli Stati Uniti non riconoscano lo status di “prigionieri di guerra’’ per i detenuti, ufficialmente questi sono protetti dalla III Convenzione di Ginevra (1949), la quale stabilisce il trattamento riservato a questa specifica categoria.
Dalla versione ufficiale a ciò che accade in realtà però la differenza è notevole, infatti l’applicabilità della Convenzione non è estesa ai detenuti membri di Al-Qaeda, che in quanto gruppo terroristico non possono essere considerati parte contraente delle Convenzioni di Ginevra, secondo Washington: di conseguenza, a questi ultimi non viene riconosciuto lo status di “prigioniero di guerra”.
Ammettendo che i talebani, in quanto sostenitori del governo ufficiale afghano durante la guerra contro gli Stati Uniti e i loro alleati, dovrebbero essere protetti dalla Convenzione di Ginevra, le autorità americane sostengono di non poterli considerare “prigionieri di guerra” in linea con la Convenzione stessa. In pratica, non riconoscendoli come tali, una serie di diritti e protezioni è loro negata a livello legale, infatti i detenuti sono definiti “combattenti nemici” (“enemy combatants’’).
La posizione ufficiale del Governo USA è stata esplicitata dall’Ambasciatore per Crimini di Guerra Pierre-Richard Prosper nel 2002 in un discorso presso la Chatham House di Londra affermando che secondo la Convenzione solamente gli Stati e i propri eserciti hanno il diritto di fare la guerra secondo il diritto internazionale, di conseguenza i membri di Al-Qaeda non essendo tali non sono soggetti a queste regole e quindi non possono essere trattati come né combattenti legittimi né prigionieri di guerra. Inoltre l’ambasciatore affermò che per pura scelta politica gli Stati Uniti avrebbero garantito a questi prigionieri alcuni diritti simili a quelli dei prigionieri di guerra pur non essendo legalmente obbligati a farlo.
L’idea dell’amministrazione Trump
Negli ultimi anni la realtà di Guantanamo stava scivolando nell’oblio quando è stata riportata alla ribalta improvvisamente dal Presidente Trump nelle ultime settimane affermando: “Abbiamo 30’000 posti letto a Guantanamo per detenere i peggiori criminali clandestini che minacciano il popolo Americano, alcuni talmente cattivi che non ci fidiamo nemmeno dei Paesi in cui vengono detenuti, perché non vogliamo che tornino, li manderemo a Guantanamo”.
Il fatto che il Presidente americano faccia frequentemente affermazioni d’impatto è noto, questa volta si sono tramutate in realtà quando il primo volo è atterrato nell’isola ad inizio febbraio trasportando una decina di migranti illegali con precedenti penali; l’accaduto ha scatenato un grande dibattito tra esperti sia statunitensi che non. Secondo la CNN non è stato specificato se a queste persone verrà garantita assistenza sanitaria, inoltre la legge sull’immigrazione si applica agli Stati Uniti, e non è chiaro cosa accadrebbe a coloro che sono trasferiti fuori dal paese solo per essere tenuti in detenzione.
L’accaduto ha scatenato una serie di proteste negli Stati Uniti e non solo, da molti questa scelta è vista come estrema, da altri necessaria per garantire una sicurezza maggiore nel Paese. La domanda sorge pressoché spontanea, se a venire trasportati fossero stati criminali comuni o terroristi l’opinione pubblica sarebbe stata diversa? Se abbiamo tutti gli stessi diritti umani perché quelli di quei 775 prigionieri sono passati sotto silenzio o sono stati addirittura sorvolati?
Anna Montalti

















































Semplicemente fantastica
grazie mille!!