digital divide Italia
Fonte immagine: https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/news/digital-economy-and-society-index-desi-2020

Il digital divide o divario digitale indica la disparità nelle possibilità di accesso ai servizi di informazione e comunicazione in alcune aree geografiche o fasce di popolazione. In Italia il digital divide si presenta soprattutto in relazione a fattori culturali e generazionali e viene valutato sulla base di alcuni indici internazionali come il DESI, elaborato dalla Commissione Europea.

Il Digital Economy and Society Index (DESI) valuta i paesi membri per il proprio livello di digitalizzazione in relazione a quattro ambiti: Connettività, Capitale Umano, Uso dei servizi Internet, Integrazione delle tecnologie digitali e Servizi pubblici digitali. L’Italia sulla base di tutti questi settori si colloca al venticinquesimo posto sulla totalità dei 28 paesi membri (lo studio è basato sui dati del 2019 e include nel campione anche il Regno Unito).

Il digital divide in Italia assume le connotazioni dello storico divario tra le regioni del Nord e quelle del Sud in termini di sviluppo economico e infrastrutture. Secondo uno studio ISTAT su cittadini e ICT che indaga sulla percentuale di famiglie che possiedono una connessione a banda larga, le percentuali più elevate si registrano in Trentino Alto Adige (79,4%), in Veneto (79,2%) e in Lazio (79,2%) mentre le regioni meridionali raggiungono percentuali di gran lunga inferiori. La Campania è l’unica a superare il 70% mentre tutte le altre registrano percentuali di poco superiori al 60% come mostrato nella tabella seguente che evidenzia come addirittura ci sia stata una diminuzione per alcune regioni del tasso di connettività tra il 2018 e il 2019, come nel caso della Puglia e della Basilicata.

Fonte: istat.it

L’esistenza di infrastrutture che garantiscano una connessione a banda larga è un presupposto fondamentale per colmare il digital divide, è la condizione di partenza per ogni altro tipo di miglioramento in termini di strumenti e competenze. In Italia inoltre è evidente la spaccatura tra l’accesso ai servizi digitali delle aree metropolitane e di quelle più interne: l’ISTAT infatti, ha registrato che mentre nelle aree metropolitane la percentuale di famiglie che ha accesso ad una connessione a banda larga è del 78,1%, nei comuni fino ai duemila abitanti questa quota scende al 68%. In effetti, le infrastrutture rappresentano da sempre l’elemento di distinzione tra Nord e Sud Italia anche in termini di collegamenti ferroviari e reti autostradali, e la diffusione di connessione che si serve di fibra ottica è pari al 30%, di gran lunga inferiore alla media europea del 44%.

L’ISTAT inoltre stima che il 29% degli utenti tra i 16 e i 74 anni ha competenze digitali elevate mentre la maggioranza ha solo competenze digitali di base e che una nicchia di persone non ha alcuna competenza digitale equivalente al 3,4% che in termini assoluti, pari a 1 milione e 135 mila persone. Una cifra abbastanza preoccupante in un contesto storico in cui la connettività e l’accesso ai servizi digitali è diventato esiziale. La carente digitalizzazione italiana o comunque il suo lento procedere verso uno sviluppo compiuto si è dimostrata in tutti i suoi limiti durante la pandemia Covid-19, laddove la connettività è stata essenziale e lo sarà sempre di più in relazione all’esercizio di diritti fondamentali come il diritto allo studio, il diritto alla partecipazione e al lavoro. A dimostrazione della crescente importanza che ormai la rete ed Internet hanno assunto nelle nostre vite e alla questione dei diritti digitali, il compianto giurista Stefano Rodotà proponeva già nel 2010 di includere nella Costituzione Italiana l’art 21 bis che avrebbe sancito il diritto all’accesso ad Internet, da garantire a tutti con modalità tecnologiche adeguate e con l’eliminazione da parte dello Stato di tutti gli ostacoli economici e sociali.

Oltre che in termini di diritti e cittadinanza, colmare il digital divide in Italia inoltre, potrebbe creare delle nuove opportunità dal punto di vista economico: le PMI italiane che si servono della rete per vendere i propri prodotti sono soltanto il 10%, ed è noto quanto invece in questi mesi il commercio online sia stato fondamentale per la sostenibilità di numerose imprese, e come in generale vendere online possa rappresentare una grande opportunità in termini economici.

L’Italia ha istituito un Ministero per l’Innovazione e la digitalizzazione proprio per colmare il digital divide. L’iniziativa Repubblica Digitale, volta a favorire l’inclusione digitale e l’educazione sulle tecnologie del futuro, rappresenta una delle tante iniziative programmatiche in tal senso. Il Ministero ha infatti lanciato l’Agenda 2025 per potenziare diritti di cittadinanza, partecipazione consapevole e il riallineamento in termini di competenze digitali richieste dal mondo del lavoro attraverso delle azioni di carattere divulgativo, culturale ed educativo, investendo sulla formazione di cittadini, imprese e amministrazioni locali.

Lo sviluppo dell’e-government e il potenziamento dei servizi pubblici digitali garantirebbero una maggiore partecipazione dei cittadini nonché un aumento dell’efficienza dell’amministrazione pubblica, storicamente macchinosa e dai tempi molto lenti. Nonostante offra naturalmente servizi pubblici digitali, L’Italia non riesce a potenziare l’interazione con i propri cittadini, visto che soltanto il 32% degli utenti italiani usufruisce online di tali servizi, rispetto alla media europea pari al 67%. Di conseguenza tematizzare e investire sulla riduzione del digital divide rappresenta per l’Italia l’occasione giusta per migliorare in termini di partecipazione politica, efficienza amministrativa e crescita economica. Il digital divide spacca il paese più di ponti e autostrade, e il percorso da seguire, che non corre lungo cemento e asfalto, è ancora lungo.

Sabrina Carnemolla

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