Black Friday, transizione ecologica e quell'ipocrisia che ci seppellirà
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«L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio». Chico Mendes, sindacalista e ambientalista brasiliano, non poteva immaginare che le sue parole sarebbero diventate il motto ipocrita di una società in cui lotta di classe e ambientalismo sarebbero stati buoni argomenti per post social e poco più. Più che da reali cambiamenti dei nostri distruttivi stili di vita, la transizione ecologica, e più in generale la questione ambientale, sono portate avanti a suon di tweet critici e manifestazioni d’indignazione online, anche e soprattutto da quelle generazioni che vorrebbero cambiare il mondo alla stessa velocità con cui cambiano outfit. Nel 2018 Greta Thunberg ha annunciato che avrebbe manifestato per il clima ogni venerdì, fin quando la Svezia non si fosse allineata con gli Accordi di Parigi. Il movimento Fridays for Future ha attirato l’attenzione mondiale, diventando il motto dei più grandi scioperi per il clima degli ultimi anni. Le mobilitazioni sembrano indicare che ci sia stata una presa di coscienza collettiva sull’emergenza climatica. Ma come possiamo conciliare questa sensibilità per il clima con giornate che celebrano il consumismo e che hanno un enorme impatto ambientale? Il Black Friday è arrivato anche quest’anno. Quale migliore occasione per mostrare alla politica dell’immobilismo che i giovani sono realmente pronti a contrastare quelle logiche consumistiche che danneggiano ambiente e società? O, in alternativa, quale miglior occasione per incentivare un sistema economico che danneggia la natura e alimenta le disparità sociali?

L’impatto ambientale del Black Friday

Nato a Philadelphia, USA, negli anni ’50, il Black Friday, la giornata dei grandi sconti, ha contagiato ormai tutti i Paesi. Gli anni ’80 hanno visto consacrare la tradizione per cui il venerdì successivo alla festa del Ringraziamento è il giorno ufficiale di apertura delle spese natalizie, con sconti e promozioni in tutti gli States.

Adesso il Black Friday viene considerato il giorno di inizio dello shopping natalizio in tutto il mondo. In particolar modo dallo scorso anno, causa pandemia, le vendite si sono spostate massicciamente sui siti di e-commerce. A novembre 2020 infatti sono stati raggiunti livelli di vendita mai visti prima e l’acquisto online del tipo Business to Consumer (B2C) è aumentato esponenzialmente.

Quello che ancora poche persone si chiedono tuttavia è: qual è l’impatto ambientale e sociale del Black Friday?

Il report Dirty Delivery ha indicato qual è stato l’impatto ambientale del Black Friday del 2020. Solo nel Regno Unito, le spedizioni dei pacchi comprati hanno emesso in atmosfera 429mila tonnellate di CO2, corrispondenti a 435 viaggi andata e ritorno Londra-New York.

Uno dei protagonisti indiscussi del Black Friday è il colosso Amazon. Nel 2019 il sito da solo ha totalizzato 4,4 milioni di acquisti. Nel 2020 si è registrato un +14% delle spese online, che hanno richiesto 5,1 milioni di transazioni, che corrispondono a poco meno di 19mila tonnellate addizionali di CO2 rilasciate in atmosfera rispetto all’anno precedente.

Elettronica e fast fashion

I prodotti più venduti in occasione del Black Friday sono principalmente di fast fashion e di elettronica. Nel primo caso, si intende il settore dell’abbigliamento in cui le aziende realizzano abiti a costi di produzioni molto bassi, un mercato di larga distribuzione e a prezzi molto bassi per il consumatore.

L’impatto ambientale di questo settore è dovuto in particolar modo allo sfruttamento delle risorse idriche, eccessivamente utilizzare per soddisfare tali livelli di produzione. In più il trasporto impiegato per la distribuzione e l’utilizzo di macchinari pesanti generano considerevoli emissioni di biossido di carbonio. Per non parlare del problema dell’enorme mole di rifiuti figli dell’abbigliamento low-cost: gli abitanti di New York, ad esempio, scartano circa 193.000 tonnellate di vestiti e tessuti, che equivale al 6% di tutta la spazzatura della città. Ma gli Stati Uniti non sono gli unici. L’Unione Europea produce un totale di 5,8 milioni di tonnellate di tessuti ogni anno. Il fast fashion contribuisce quindi ad un continuo scarico di sostanze inquinanti da parte delle fabbriche tessili e un evidente accumulo di rifiuti nelle discariche del mondo.

Tecnologia ed elettronica non sono da meno. I dispositivi elettronici richiedono lo sfruttamento di materie prime e minerali che hanno costi ambientali elevati al momento dell’estrazione e lavorazione, ma anche successivamente, ovvero nel momento dello smaltimento. In entrambi i casi, infatti, i beni acquistati hanno una vita abbastanza breve. Gli acquisti massicci e il modello consumistico producono un’ingente quantità di scarti e in breve tempo diventano rifiuti.

I dati dell’Osservatorio e-commerce del Politecnico di Milano, inerenti il 2018, indicano che in concomitanza del Black Friday in Italia c’è stato un incremento degli acquisti online del 35% rispetto al 2017, mentre nel 2019 si è arrivati ad un +39% nei quattro giorni di fuoco del Black Friday. Il 40% dei beni acquistati erano dispositivi elettronici.

Secondo i dati dell’Onu ogni anno nel mondo si producono fino a 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici ed elettrici. Il peso della loro produzione e del conseguente e-waste è superiore a quello di tutti gli aerei di linea commerciali mai realizzati. Solo il 20% di questi rifiuti viene riciclato.

L’emergenza dimenticata

Come possiamo quindi spiegarci il disinteresse per le questioni ambientali in occasione di giornate di maxi risparmio come il Black Friday? Perché ricevere un bene direttamente a casa sembra soddisfare un bisogno più urgente rispetto a quello di limitare l’impatto ambientale degli acquisti? Semplicemente perché il risultato di questa azione è immediato. Poter beneficiare dei servizi che giganti come Amazon riescono a garantirci, sembra farci risparmiare tempo prezioso.

Crudele ironia, tutto il movimento dei Fridays for future si basa proprio sull’idea che non ci sia più tempo da perdere se si vuole porre rimedio al cambiamento climatico. Il termine “punto di non ritorno” è stato adottato da tutti i movimenti ambientalisti, per sottolineare la necessità di agire immediatamente sull’impatto ambientale dell’azione umana.

Nel 2018 a Katowice Greta Thunberg affermò che «Non possiamo risolvere una crisi se non la trattiamo come tale: dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza. Siete rimasti senza scuse e noi siamo rimasti senza più tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no».

Tuttavia, discorsi come questo pur ottenendo un enorme successo e vengono ricondivisi da moltissimi utenti sui social, molto spesso non sembrano riuscire a spronare verso un reale cambiamento nello stile di vita delle persone. Si concretizza quindi il grande paradosso per cui le stesse persone che manifestavano e continuano a manifestare durante i venerdì verdi, le stesse persone che ogni giorno s’indignano, a ragion veduta, per la distruzione ambientale in atto, si ritrovano adesso ad agognare l’arrivo di quel che sembra essere un venerdì nero, specialmente per l’ambiente. Il Black Friday è arrivato e con esso l’ipocrisia ambientale collettiva che ci seppellirà.

Sara Valentina Natale

5 x mille Survival
Laureata in Studi Internazionali, ho scelto di proseguire gli studi con un master in corporate communication, lobbying & public affairs. Adoro scrivere, fare polemica e bere gin. Aspirante femminista, europeista incallita, sportiva occasionale.

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