pandemia
Scena ripresa dal film "Nel 2000 non sorge il sole"

La pandemia scatenatasi nel globo con la Covid-19, ha avuto fin da subito degli impatti catastrofici sui sistemi sanitari ed economici dei Paesi, ma potrebbe trascinare con sé delle conseguenze drammatiche anche dal punto di vista sociale a causa delle violente restrizioni che sono state adottate in questo periodo per contrastare la diffusione del virus. Tali restrizioni, in nome di un troppo generico “stato di emergenza”, sono state accettate di buon grado dalla popolazione ed il rischio è che ciò che oggi ci viene propinato come “emergenziale” possa diventare ordinarietà una volta che la pandemia sia finita.

La pandemia e le libertà negate

Per anni ci è stato detto che “lo sviluppo capitalista occidentale e le democrazie liberali sono i soli modelli universali possibili di sviluppo” – come sostiene il politologo Francis Fukuyama – quando invece il periodo che stiamo vivendo dimostra che basta davvero un attimo per distruggere tutti i cardini della nostra società. Siamo stati privati in un lasso di tempo brevissimo di tutte quelle libertà individuali che ci sembravano scontate, inviolabili; la paura del contagio ha penetrato talmente in profondità la mente delle persone che sono diventate esse stesse le prime convinte sostenitrici dello “stato d’eccezione” trasformandosi, in molti casi, in isterici “sorveglianti della legge”: tutti pronti con i loro smartphone a denunciare chiunque osi prendere una boccata d’aria, anche se non rappresenta una minaccia per nessuno.

In un momento così difficile per l’umanità intera, pare che la pandemia abbia accantonato ogni minimo sentimento d’empatia: si preferisce attuare la caccia all’untore piuttosto che cercare di immedesimarsi nell’altro che magari ha bisogno semplicemente di vedere il sole dopo decine di giorni trascorsi nel proprio appartamento di 30 mq. Eppure non si vede lo stesso odio nei confronti di chi continua a mandare avanti le attività produttive non essenziali, mettendo quotidianamente in pericolo i lavoratori e le persone con cui essi entrano in contatto; la costruzione di un “nemico” comune da parte delle istituzioni è stata fatta ad hoc per celare tutte le ambiguità dei provvedimenti adottati: e allora ecco che emerge la deriva autoritaria verso un distopico mondo orwelliano che si palesa essere non troppo lontano dalla realtà: droni, elicotteri e vigilanti, tutti con gli occhi sulla strada per controllare che nessuno esca a prendere una boccata d’aria mentre i corrieri sono al lavoro per consegnare oggetti futili e non essenziali grazie al beneplacito del governo: secondo le stime, Amazon consegna attualmente un pacco ogni tre minuti. Sia chiaro, nessuno intende giustificare gli assembramenti che vengono perpetuati quotidianamente in maniera del tutto irresponsabile da alcuni individui, ma prendersela con una singola persona che sta camminando in un bosco mentre decine e decine di riders sono costretti a prendere contemporaneamente la metro per rientrare in casa dopo una giornata di lavoro, è alquanto ipocrita.

Stato d’emergenza o d’eccezione?

Quello che in Italia viene attualmente considerato uno “stato d’emergenza”, si avvicina nelle caratteristiche molto di più a uno “stato d’eccezione” a causa della limitazione dei diritti e delle libertà individuali, e dei provvedimenti emanati a suon di Dpcm. Siamo di fronte a delle forzature, ma considerando l’emergenza sanitaria mondiale dichiarata dall’Oms tali forzature sono ancora giustificate. Ed è proprio in tale contesto che bisogna tenere alta la guardia: le restrizioni imposte vanno rispettate, ma è necessario ricordarsi della temporaneità di esse e restare vigili su quelli che sono gli sviluppi di tali restrizioni: la svolta autoritaria è sempre dietro l’angolo e per questo motivo invocare più autoritarismo può rivelarsi molto pericoloso. E allora non ci meravigliamo se in Europa si stanno già verificando le prime prove di dittatura: Orbán in Ungheria ha già ricevuto i “pieni poteri”, il parlamento è stato praticamente sospeso e sarà lo stesso Orbán a decidere quando lo stato d’emergenza terminerà. I primi a pagarne le conseguenze sono stati 15 studenti iraniani ritenuti essere gli “untori” dell’Ungheria e per questo espulsi dalla nazione; ancora, sono stati attaccati i diritti delle persone transgender vietando i cambi di sesso (un giorno forse ci spiegheranno come questo possa servire nella lotta alla pandemia). Anche la Slovenia in tal senso sembrerebbe pronta a seguire il modello ungherese.

Dunque, la pandemia da Coronavirus potrebbe presto trasformarsi in una pandemia autoritaria se continuiamo con la colpevolizzazione di noi stessi come unici responsabili della diffusione del virus quando il numero dei contagi sembra invece essere strettamente collegato ai luoghi con maggiore densità abitativa dove si concentra la maggior parte del processo produttivo. Secondo le stime Istat, circa il 55,7% dei lavoratori continua a recarsi fisicamente sul luogo di lavoro nonostante il lockdown annunciato dal Governo che sembra essere più una trovata propagandistica che altro.

Anche e soprattutto in questo difficile periodo occorre tenere bene a mente quelli che sono i nostri diritti individuali e sociali: il vecchio sistema ha dimostrato più di una criticità nella gestione della pandemia, ma ciò non deve giustificare l’adozione di restrizioni e l’utilizzo della tecnologia per modificare strutturalmente la nostra società in senso autoritario. 

È arrivato il momento di richiedere la tecnologia come strumento di sicurezza sanitaria e sociale per “lavorare meno, lavorare tutti“, di pretendere maggiore trasparenza e democratizzazione nelle istituzioni, di reclamare un reddito di base che ci protegga dalla ricattabilità del mercato, di raggiungere il pieno rispetto dei diritti umani per ogni singola persona. Siamo di fronte a un bivio dal quale non si potrà più tornare indietro: è arrivato il momento di osare, di decidere qual è il futuro che vogliamo.

Nicolò Di Luccio

Greenpeace

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