
Oggi siamo entusiasti di parlare con Alberto Maurizi, un appassionato di galline, oche e pennuti da cortile, che ci ha aperto le porte del suo cuore e della sua vita attraverso il suo libro “Le oche non sono stupide. Parola di Dolores”. In questa intervista, Alberto ci racconta la nascita della sua passione per gli animali, la speciale connessione con Dolores, la sua oca domestica, e il messaggio che spera di trasmettere ai suoi lettori: un invito a non giudicare e a scoprire la bellezza dell’affetto che gli animali, anche quelli considerati “stupidi”, possono donare.
Ciao Alberto! Puoi raccontarci come è iniziata la tua passione per le galline e gli altri pennuti? Ci sono momenti particolari della tua infanzia che ricordi particolarmente?
«La passione per i pennuti da cortile è nata da bambino, chiedevo sempre ai miei nonni di comprarmi qualche animaletto e loro decisero di regalarmi delle galline, all’inizio non mi piacevano, ma poi me ne sono innamorato, ricordo quando da piccolo adoravo passare i pomeriggi con nonno e le sue galline, sono momenti che terrò sempre nel mio cuore».
Nel tuo libro “Le oche non sono stupide. Parola di Dolores” parli appunto di Dolores. Qual è la sua storia e cosa la rende così speciale per te?
«Il libro parla appunto della storia di Dolores, la mia oca domestica, lei per me è speciale rispetto a tutte le altre, appena nata rischiava di morire perché l’incubatrice si è fulminata proprio in quel momento, l’ho salvata e tenuta al caldo con me, da lì si è creato l’imprinting e ormai sono quasi cinque anni che colora le mie giornate, abbiamo fatto tante bellissime esperienze insieme e spero che ce ne siano tante altre».
Nel libro, affronti temi legati all’intelligenza degli animali. Quali sono alcune delle qualità sorprendenti che hai scoperto riguardo ai piumosetti?
«Si dice che le oche siano stupide, diciamo animali di serie B, ma posso dire che non è assolutamente vero, la cosa che mi ha lasciato più sbalordito è stato scoprire che Dolores osservando me aprire il cancello, abbia imparato a prendere la chiave con il becco ed aprire da sola, non credo che questo denoti stupidità».
Cosa speri che i lettori imparino leggendo “Le cohe non sono stupide, parola di Dolores”? C’è un messaggio particolare che vuoi trasmettere?
«Il libro racconta qualcosa di me, ma soprattutto la storia di Dolores e le sue avventure, il messaggio principale è sicuramente “ non giudicare ciò che non si conosce” perché appunto si dà per scontato che le oche siano stupide, oppure animali che non sappiano dare affetto, ma non è affatto vero, certo non si possono paragonare a un cane o un gatto, sono animali totalmente diversi, ma a modo loro sanno essere affettuose e di compagnia».
Qual è il messaggio principale che speri di trasmettere ai lettori attraverso la storia di Dolores?
«In realtà la storia di Dolores è nata per caso, perché se l’incubatrice non si fosse fulminata, tutto il rapporto che abbiamo creato io e lei probabilmente non ci sarebbe mai stato, ma è andata così e direi per fortuna, mia fortuna. I nostri video sono puramente di intrattenimento ma con il tempo spero di aver trasmesso almeno il messaggio di rispettare tutti gli animali».
C’è un momento particolare nel tuo libro che ritieni sia il più significativo o toccante? Puoi condividerlo con noi?
«Nel libro ci sono tanti momenti importanti per me, probabilmente uno dei più toccanti è stato ricordare e rivivere tutti i momenti insieme ai miei nonni quando ero bambino, è grazie a loro se oggi ho la passione per i pennuti da cortile, ma soprattutto per Dolores.
Un altro momento molto bello è stato per me l’esperienza di far conoscere Dolores ai bambini del centro estivo in cui lavoravo, loro sono stati estremamente rispettosi nei suoi confronti ed anche lei con loro è stata molto delicata, davvero un bel ricordo».
Hai in programma di continuare a scrivere altri libri? Se sì, ci sarà un seguito per le avventure di Dolores?
«Non sarebbe una cattiva idea scrivere magari un altro libro che racconti le nuove avventure di Dolores, ma attualmente non è in programma».
di Sara Spiniello















































