Napoli
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Esistono, fortunatamente, ancora convivi in cui a intrattenere i commensali non sono voci dalla televisione, ma vecchi aedi (cantori dell’Antica Grecia) in sughi saporiti, dolci profumati e caffè bollenti: sono le storie e le leggende che condiscono ulteriormente i tanti piatti di Napoli. Da sempre, infatti, la gastronomia è parte integrante della tradizione partenopea, anch’essa immancabilmente colma di storie curiose e leggende fantasiose. Se è vero che “L’appetito vien mangiando”, a Napoli si potrebbe aggiungere ascoltando.

La prima storia disperde le sue parole tra un fumante piatto di maccheroni al ragù, immancabile pietanza sulle tavole napoletane; in particolare di domenica per i lunghi tempi di cottura che permettono l’addensamento degli ingredienti a base di carne e pomodoro. In un sol piatto due pietanze, la carne e la pasta, nonché due storie. La prima di queste affonda le sue radici nel 1200, durante il dominio di Federico II di Svevia. Nelle sue “Leggende Napoletane”, Matilde Serao racconta che all’ultimo piano di una casa per i vicoli di Napoli vi fosse un uomo particolarmente dedito alla cucina. La perizia con cui stava ai fornelli e la pazienza di cui disponeva nel trascorrervi molto tempo avevano costruito la sua fama di mago; il suo nome: Chico. Un giorno, una donna curiosa e pettegola, Jovannella di Canzio, ben pensò di spiarlo per conoscerne i segreti. Spiando il presunto mago, notò che in realtà era un ottimo cuoco, a cui di lì a poco avrebbe rubato la ricetta. Riuscito il furto, volle presentarlo al cospetto del re di Napoli. In fretta impastò la farina con acqua, sale e uova e tagliando la pasta in piccole strisce, che arrotolò a forma di cannelli. Una volta offerti, destò la gioia del sovrano, che quel giorno volle premiarla con un lauto ricompenso, mentre decretava, involontariamente, il dolore e la conseguente scomparsa del vero inventore.

Negli stessi vicoli di Napoli, prende vita anche il delizioso ragù napoletano e la sua leggendaria origine. Tralasciando le ragioni linguistiche, l’amato piatto di Eduardo de Filippo prende, secondo la tradizione, il suo nome da quello di un bambino. È il 1300, e per le strade della città è solita muoversi la Compagnia dei Bianchi della Giustizia. Erano uomini insigniti del delicato compito di assistere i condannati a morte, disporne i funerali e portare conforto alle famiglie in lutto. Un giorno giungono presso il palazzo dell’imperatore (ancora esistente in via dei Tribunali), prima dimora dell’imperatore di Costantinopoli Carlo e di sua moglie Maria di Valois. A quei tempi il luogo era abitato da un crudele signore, sordo al richiamo della Compagnia, che con devozione auspicavano una riappacificazione tra i nemici della città. Per addolcirlo e convincerlo nella scelta di pace, la moglie pensò di preparare un piatto di maccheroni, che presto si colorò di sangue rosso per intervento divino. Convinto dal prodigio, il ricco uomo assecondò il richiamo alla pace e per festeggiare ripeté la pietanza, che da quel giorno si arricchì di un profumato sugo rosso e che il vecchio cattivo volle battezzare col nome di suo figlio: “Rau”.

Non c’è pasto, napoletano e non, che non termini con almeno un buon dolce e un caldo caffè, anch’essi novellatori di suggestive leggende. Tra i tanti dolci di cui dispone la cucina napoletana, vi è naturalmente la pastiera le cui origine si legano a due storie. La prima racconta che la Sirena Partenope fosse solita mostrarsi e ammaliare gli abitanti del golfo in primavera. Estasiati dal suo canto, i napoletani le avrebbero offerto dei doni, precisamente sette (gli ingredienti della pastiera), che mescolati con perizia dalla Sirena diedero vita a un dolce altrettanto divino. Un’altra leggenda, invece, racconta di alcune mogli di pescatori, che per ingraziarsi il mare gli avrebbero offerto quei doni, posti sulla riva. Al mattino le onde restituirono una gioia moltiplicata: il ritorno dei marinai e il delizioso dolce napoletano.

Immancabile, poi il caffè, la bevanda che da sempre tiene svegli e diletta tutti.  Tra le tante storie che lo mescolano, vi è quella avente per protagonista un musicologo romano, napoletano d’adozione, di nome Pietro Della Valle. Secondo la leggenda, nel 1614, l’uomo abbandonò la Città Eterna per una delusione amorosa e si stabilì a Napoli. Da qui decise di partire alla volta della Terra Santa dove, si innamorò di una donna, che lo tenne con sé per dodici anni. In questi anni fu in contatto epistolare con alcuni suoi amici napoletani e in una delle sue lettere, raccontava di una squisita bevanda detta “kahve”, così buona da dover essere portare con sé nel suo ritorno a Napoli, dove sarebbe poi rimasta per sempre, sulle bocche e nelle case dei napoletani.

Nessuno dei cinque sensi potrà mai restare scontento, se il corpo di un viaggiatore a Napoli scova nello scrigno delle sue storie e delle sue leggende. Ed ora, con una certa acquolina in bocca, buon appetito.

Alessio Arvonio

Classe 1993, laureato in lettere moderne e specializzato in filologia moderna alla Federico II di Napoli. Il mio corpo e la mia anima non vanno spesso d'accordo. A quest'ultima devo la necessità di scrivere, filosofare, guardare il cielo e sognare. In attesa di altre cose, vivo.

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