Italia Verhofstadt governo
Fonte: Afp

Giudichiamo spesso da dentro chi arriva in Italia. Ma cosa succede quando sono gli altri a giudicarci? Lo scontro Verhofstadt-governo ci offre una possibile risposta.

La questione politica fondamentale dell’ultimo decennio in Italia è indubbiamente il nostro rapporto con il diverso, con tutto ciò che è altro, con lo straniero. L’attualità ci impone di prendere in considerazione questo rapporto in un’unica direzione, a limitarci a osservare il modo in cui noi – noi italiani, e il nostro governo – guardiamo ciò che sta fuori dai nostri confini. Più in concreto, come noi guardiamo i migranti che arrivano sulle nostre coste, ma anche come guardiamo l’America tumultuosa di Trump, la Russia modello per alcuni e stato criminale per altri, un’Europa piena di contraddizioni, e così via.

Per una volta invertiamo lo sguardo: come ci guardano gli altri? E soprattutto, in un esercizio ricorsivo solo apparentemente fine a sé stesso, come guardiamo chi ci guarda? Un principio guida spesso tacitamente accettato dai politici occidentali dello scorso secolo era il seguente: discussione aperta in tema di relazioni internazionali, rispettoso silenzio (almeno in pubblico) per quanto riguarda la politica interna dei singoli Paesi.

Oggi questo principio è crollato sotto i colpi di una globalizzazione che, lungi dall’essere un processo esclusivamente economico, ha ormai abbattuto le pareti dei vecchi parlamenti nazionali, portando alla nascita di agoni pubblici sempre più estesi, dai confini sempre più fluidi e meno definiti, dove tutti possono parlare di tutto.

Ed ecco che arriviamo a oggi, febbraio 2019. In Italia ogni giorno si presenta una nuova questione all’attenzione dell’opinione pubblica. Oggi il processo a Salvini, ieri la vittoria di Mahmood a Sanremo, domani chissà.
In tutto questo, un governo apertamente nazionalista non può che confrontarsi – e, spesso, scontrarsi – con i giudizi che arrivano dall’estero. Ed eccoci tornati al come ci guardano.

A questo proposito il miglior esempio risale a poche settimane fa. Guy Verhofstadt, europarlamentare belga e presidente dei liberali europei, attacca duramente il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, definendolo un «burattino nelle mani di Salvini e Di Maio», alfieri italiani del sovranismo. A sua volta, Conte replica bollando Verhofstadt come «burattino nelle mani delle lobby». Il fatto in sé è già abbastanza ridicolo, e il dibattito politico – bisogna dirlo senza mezzi termini – è qui evidentemente superato nella direzione di uno scambio di insulti degno della retorica di due tredicenni.

Ancora più sconfortanti, però, sono state in Italia le reazioni del mondo politico alle parole di Verhofstadt. Se da un lato i principali esponenti dei partiti di governo hanno prevedibilmente difeso Conte – quindi in estrema sintesi hanno scelto di parteggiare per uno dei due anziché evidenziare l’assurdità dello scontro –, coloro che si trovano all’opposizione non se la sono cavata meglio, identificando in Verhofstadt una specie di vate mancato dei nemici del governo gialloverde.

Non è la prima volta che le dichiarazioni di un burocrate europeo suscitano reazioni così esasperate. Questo episodio è solo l’ultimo di una lunga serie di casi in cui abbiamo scelto di rinunciare a un dibattito pubblico su temi concreti preferendogli il tifo. Che sia il tifo per la vecchia volpe dell’Unione o quello per il nostro Presidente del consiglio poco cambia, sempre tifo è.

Insomma, il brutto vizio di pensare per opposizioni – da democristiani contro comunisti a salviniani contro antisalviniani, passando per berluscones e antiberlusconiani – non solo è più vivo che mai in Italia, ma come un’epidemia si è ormai diffuso anche nel modo in cui approcciamo un dibattito sempre più globale dal quale, mentre si avvicinano le elezioni europee, possiamo solo illuderci di poter fuggire.

Davide Saracino

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