Plastica nella Striscia di Gaza: tra lotta per la sopravvivenza e tutela dell'ambiente
Immagine: nationalgeographic.it FOTOGRAFIA DI HEIDI LEVINE, SIPA PRESS

Nella Striscia di Gaza la plastica è allo stesso tempo una benedizione e una maledizione. Proprio qui, luogo che secondo le Nazioni Unite diventerà“inabitabile” dal 2020 in parte perché il 97% della principale fonte di acqua non è potabile, i raccoglitori e riciclatori di plastica danno lavoro e alimentano introiti. Ma il prezzo da pagare per l’ambiente è alto.

La Striscia di Gaza, situata nei pressi dell’omonima città, è un’exclave costiera del territorio palestinese, dal passato burrascoso e dal presente tumultuoso; poco più di 360 km da sempre al centro della crisi mediorientale, ma comunque uno dei luoghi più popolati al mondo. Dal 2006 la Striscia di Gaza è sotto il controllo del gruppo estremista di Hamas, a seguito della vittoria delle elezioni palestinesi, ed è stato territorio di scontri tra palestinesi e israeliani nella cornice delle guerre mediorientali.

Ma il problema della Striscia di Gaza non è solo la crisi politico-sociale. C’è anche un altro nemico da combattere per salvaguardare l’ambiente: la plastica.

Le Nazioni Unite sostengono che Gaza diventerà “inabitabile” anzitutto per la scarsità di acqua potabile, e secondariamente per problemi legati all’embargo economico e agli interventi militari che non permettono alla zona di riprendersi; le prospettive future per la Striscia di Gaza non sono quindi favorevoli. Siamo di fronte a una situazione che la stessa Onu definisce “De-development” letteralmente “de-sviluppo” dove cioè lo sviluppo non solo è precluso ma regredisce.

Ai danni prodotti dalla guerra si sommano anche quelli prodotti sull’ambiente: la scarsa elettricità infatti, congiunta al resto, ha portato ad avere un sistema fognario inadeguato tanto che l’acqua sporca viene pompata in mare. «I liquami pericolosi sono ovunque, dalle discariche dove la plastica rimarrà praticamente per sempre fino al mare dove i pescatori possono spingersi fino a poche miglia dalla costa a causa delle restrizioni imposte da Israele. Eppure, nonostante la situazione catastrofica, i riciclatori di plastica di Gaza sono in prima linea per evitare il collasso economico, umanitario e ambientale.», si legge nell’articolo di National Geographic.

Raccolta, pulizia, smistamento e riutilizzo: per fronteggiare la devastante crisi di Gaza, negli ultimi anni è nata una nuova cultura con annessa economia, basata sul riciclaggio della plastica. Data la scarsità di averi del popolo palestinese, il riutilizzo degli oggetti è necessario. Lo conferma Ahmed Hilles, direttore dell’Istituto nazionale per l’ambiente e lo sviluppo che si trova a Gaza, «L’assedio [israeliano] e la chiusura della frontiera non fanno altro che spingere il riciclo verso percentuali sempre più alte».

Ma è chiaro che una zona così sottosviluppata e devastata da anni e anni di guerra non sia in grado di attuare ed attivare un sistema di riciclaggio utile e sostenibile per l’ambiente; così le discariche rilasciano pericolose sostanze tossiche in decomposizione, derivanti dalla plastica, verso le falde acquifere. Non avendo oltretutto laboratori e personale qualificato per analizzare quali plastiche e quali sostanze chimiche vengano rilasciate nell’ambiente, la situazione peggiora. Tutto ciò non fa altro che sottolineare quanto sia importante per Gaza avere un vero governo che ad oggi è totalmente assente.

Plastica nella Striscia di Gaza: tra lotta per la sopravvivenza e tutela per l'ambiente
Credit: National Geographic.it

È infatti il governo di Hamas che gestisce le politiche e i sistemi dei rifiuti, anche se ciò che davvero dà vita al ciclo dei rifiuti è l’iniziativa individuale: «famiglie o interi quartieri che si organizzano con un carrello e un asino e vanno a raccogliere la plastica in case, strade e cestini per la spazzatura di spiagge e discariche.», si legge nell’articolo. Gli oggetti raccolti vengono poi venduti alle fabbriche che si occupano dello smistaggio della plastica. Sovente sono gli stessi raccoglitori ad occuparsi della macinazione dei rifiuti per poi venderli alle fabbriche. Secondo Hilles, a Gaza la plastica è il 16% dei rifiuti solidi urbani. Un chilo di plastica viene venduto mediamente per 30 shekel israeliani, ed il prezzo varia a seconda della qualità e del tipo di plastica raccolta: gli oggetti ad alta densità sono tra i più costosi.

Molte le testimonianze, tra cui la storia di Nafez Abo Jamee, gestore di uno dei maggiori siti di raccolta di plastica a Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza. Iniziò a lavorare in questo settore quando la sua ditta, che trattava della costruzione di infrastrutture, dovette chiudere nel 2007 a causa della chiusura dei confini. Nel conflitto del 2014 tra Israele e Gaza, Israele bombardò il primo sito di raccolta di Nafez che sta ancora aspettando i risarcimenti.

«Sono i lavoratori più eco-friendly e importanti che ci siano», afferma Hilles, che poi conclude: «Hanno molta esperienza, nel loro campo sono degli esperti». Ciononostante la preoccupazione che accomuna tutti, legata al rischio ambientale, riguarda il modo in cui l’inquinamento da plastica e dei rifiuti pericolosi stia entrando nella catena alimentare, con conseguenze disastrose sia per l’uomo che per il pianeta. Gli ispettori governativi addetti al controllo spesso non hanno le risorse necessarie, le capacità o l’interesse nel verificare seriamente che gli impianti siano conformi alle norme locali e internazionali, creando così una catena di disastri senza fine.

Gli agricoltori ad esempio, non avendo a disposizione acqua potabile, utilizzano acqua contaminata per irrigare le loro coltivazioni; senza tralasciare gli ingenti rischi per la fauna marina che si trova a vivere in ambienti contaminati o peggio ancora ad ingerire plastica. Rischi che chiaramente ricadono anche sull’uomo che si nutrirà di pesce contaminato.

Ma ancora oggi a Gaza la supervisione è scarsa e ancor meno frequenti sono gli studi sulla salute e gli impatti ambientali dovuti alla  produzione ed al consumo di plastica, ed è quindi chiaro come l’uso improprio che prolifera sia largamente accettato e acclamato come una via d’uscita, a livello economico, per la crisi.

Inoltre bisogna sottolineare come il lavoro di persone che passano intere giornate a rovistare nelle discariche sia fortemente dannoso per la salute nel lungo periodo. Un lavoro che a Gaza non vede distinzioni di età: anche i bambini spesso si ritirano da scuola per recarsi alla ricerca di plastica. Lo racconta al National Geographic Wissam Adel, 15 anni, vestito di stracci e con sandali di plastica: «ogni giorno cammina per circa un’ora da casa sua, che si trova in un quartiere densamente popolato di Gaza, alla discarica di Juhor ad Dik. Se guadagna quattro dollari al giorno è fortunato. Lui, e altri come lui, aspettano che arrivi un camion delle Nazioni Unite e poi, una volta che questo ha scaricato “il bottino”, ci si lanciano».

Questa grave situazione è il drammatico frutto di anni di guerre, interventi militari, restrizioni e politiche repressive, culminate nelle proteste dei cittadini impoveriti di Gaza contro Hamas. Non riescono a trovare un lavoro diverso rispetto a quello che offre la plastica, che potrebbe essere un buon punto da cui ripartire, ma che necessita di politiche e interventi concreti.

Plastica Striscia di Gaza: tra lotta per la sopravvivenza e tutela per l'ambiente
Credit: Arabpress.it

Le previsioni delle Nazioni Unite, che nel 2012 si interrogavano sulla futura abitabilità della Striscia di Gaza, sembrano essere state confermate: il tasso di disoccupazione è passato dal 29% al 45%; la capacità di produzione di energia elettrica è rimasta invariata e la disponibilità è peggiorata dal momento che le linee egiziane non servono più Gaza dall’inizio del 2018 rendendo l’energia disponibile solo per metà giornata. L’acqua delle falde acquifere non è potabile per il 96%, e le malattie trasmesse dall’acqua sono ormai estremamente diffuse, specialmente tra i bambini. Tutto questo nella cornice di gravi ripercussioni anche sull’ambiente.

«Il pianeta è responsabilità di tutti», dice Hilles a National Geographic, ed anche se Gaza sembra agli occhi di tutti una realtà estranea, spesso dimenticata, fa sempre parte del nostro mondo, e come tale ha bisogno di cambiare in un’ottica sostenibile che possa creare un punto di partenza per recuperare anni e anni di disgrazie, libertà mancate e dignità perduta.

Martina Guadalti

Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui