iran nucleare
Fonte: Reuters

L’Iran, attraverso il suo presidente Rouhani, ha annunciato la ripresa del processo di arricchimento dell’uranio. Il governo di Teheran si sarebbe deciso a compiere questo passo perché insoddisfatto delle relazioni con i partners dell’accordo del 2015 sul disimpegno dalla ricerca sul nucleare.

Il principale tra questi partners, gli Stati Uniti, per volontà di Trump si era già sfilato da tempo dal trattato firmato da Barack Obama. Negli ultimi mesi, il presidente USA si è poi dato da fare affinché sull’Iran si abbattessero accuse di supporto al terrorismo e le sanzioni connesse.

Sulla condotta dell’Iran sembra che abbia influito molto anche l’atteggiamento dei membri europei dell’accordo, vale a dire Francia, Germania e Gran Bretagna. L’eccessiva morbidezza di questi Paesi proprio nei confronti delle schizofreniche iniziative di Trump ha fatto ritenere al regime iraniano di trovarsi del tutto isolato nel contesto internazionale, in un momento molto delicato per la sua economia.

L’ultima spiaggia dell’Iran

Annaspando in una preoccupante stagnazione, in gran parte dipendente dalle sanzioni di Washington nei confronti del vitale comparto petrolifero, secondo alcuni analisti l’Iran starebbe dunque tentando di rinvigorire la sua immagine di Potenza sullo scenario internazionale, usando l’ultima arma a disposizione: la ripresa delle ricerche per la verosimile realizzazione di armi atomiche.

Del resto, secondo alcuni esperti, “mostrare i muscoli” era appunto l’unico modo che Teheran ancora aveva per rimediare a una crescente perdita di credibilità, di cui si sono avvantaggiati specialmente altri attori regionali (tra cui proprio l’Arabia e gli altri ricchi Paesi del Golfo o, sul fronte siriano, la Turchia), ma soprattutto a un’incalzante fragilità economica, espressa attraverso un ormai drammatico incremento dei prezzi dei beni di consumo indirettamente condizionato proprio dalle sanzioni.

Altre strade “più convenzionali” non devono essere sembrate percorribili: ad esempio, un aumento della produzione del petrolio, con le sanzioni in atto, sarebbe stato del tutto inutile, se non compromettente, ripercuotendosi sulla già precaria tenuta dei prezzi del greggio iraniano. In più, continuare a sostenere passivamente il peso delle sanzioni americane avrebbe significato proseguire in una posizione di subordinazione nei confronti degli Stati Uniti che il regime iraniano non avrebbe potuto tollerare a lungo.

All’atteggiamento di Trump, sempre protettivo nei confronti dell’Arabia Saudita, che per motivi religiosi, culturali e quindi politici si è sempre proposta come l’antagonista principale dell’Iran nel complesso scenario del Golfo, si sono affiancati altri risvolti ambigui nella geopolitica della regione: in particolare, la Russia di Putin, principale alleata dell’Iran sul terreno siriano, ha infatti dimostrato di avere intenzione di avvicinarsi all’Arabia; senza contare, poi, l’incidente della petroliera iraniana, in ottobre, colpita da razzi o missili di ignota provenienza, con forti sospetti di coinvolgimento saudita.

Tuttavia, la strategia della tensione come ultima spiaggia per riemergere da una crisi di autorevolezza interna e internazionale, di cui le prime avvisaglie già si erano intraviste nelle scorse settimane, quando l’Iran aveva intrapreso atti di forza contro petrolieri stranieri e soprattutto sauditi, sembra consistere piuttosto in una dichiarazione d’impotenza.

L’isolamento di Teheran

Proprio il teso fronte aperto tra Teheran e Riad, incendiato da tempo, rappresenta il miglior esempio del momento di difficoltà attraversato dall’Iran. È evidente che il “partito saudita” guidato dagli Stati Uniti sia decisamente più solido e forte: gli stessi Paesi europei sono stati costretti al ruolo di spettatori impotenti dell’ennesima crisi mediorientale per paura di ritorsioni economiche americane nei loro confronti, consentendo così a Trump di gestire liberamente la dura politica delle sanzioni che ha suscitato la reazione iraniana.

Teheran, che nel frattempo riteneva di aver compiuto diversi passi avanti sulla strada della rinuncia alla minaccia nucleare, si è sentita isolata e non tutelata: la condotta ambigua degli europei, in particolare, ha fatto in modo che Rouhani rivendicasse la ripresa dell’arricchimento dell’uranio come conseguenza del legittimo azionamento di una clausola contrattuale dell’accordo del 2015.

In effetti, il documento prevede una sorta di “clausola di salvaguardia” degli interessi strategici iraniani, legati alla militarizzazione nucleare come strumento di autotutela e pressione geopolitica: fissa appunto la possibilità di riprendere la via della ricerca nucleare in caso di “inadempimento” delle altre parti contraenti.

Teheran ha ritenuto dunque avverata tale condizione nel momento in cui gli altri partners dell’accordo non hanno fornito uno scudo efficace contro le sanzioni USA: si è trattato, inoltre, di un modo per scaricare proprio sugli occidentali le responsabilità del fallimento del processo di normalizzazione delle relazioni nella regione mediorientale, che sta avendo pesanti ripercussioni sul fronte interno.

A causa della crisi economica scatenata dalle sanzioni, infatti, sembra concreto il pericolo di destabilizzazioni. Si avverte una generale perdita di fiducia nei confronti del riformista Rouhani, che non vanta più una forte presa sull’opinione pubblica nazionale. Da speranzoso com’era circa le opportunità di una normalizzazione del controverso e spesso feroce regime iraniano, il Paese sembra ora in qualche modo rassegnato, frustrato dall’aumento specialmente della disoccupazione tra i giovani, primo gruppo sociale a sostenere lo stesso presidente.

Prove di distensione

In realtà, proprio Rouhani forse è il meno convinto della bontà di una “svolta muscolare” della politica estera iraniana, sotto il pericoloso ombrello della ripresa della corsa al nucleare. È infatti notizia di pochi giorni fa l’invio di una lettera distensiva ai principali vicini del Golfo, Arabia e Bahrein, invitando proprio a mantenere toni reciproci più pacati, pur in un’atmosfera di competitività regionale.

Non è difficile intuire la funzione antistatunitense di questa mossa: invocare il compattamento del mondo islamico mediorientale, con Rouhani che in un attimo sembra dimenticarsi non solo dei recentissimi avvenimenti, ma di decenni di sanguinosa contrapposizione tra aree di islam sunnita e sciita, sembra proprio voler sottolineare come sia l’amministrazione Trump l’unico vero fattore divisivo e di destabilizzazione tra l’Iran e i suoi vicini.

Ludovico Maremonti

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