Soglie - Martina Esposito
Foto di Martina Esposito

Il mondo si è fermato, eppure la vita continua. Al di là delle mura domestiche – gabbie dei nostri umori stanchi, della paura e della frenesia di ripartire – gli alberi non hanno mai smesso di lasciarsi cullare dal vento, né le nuvole hanno rinunciato ad attraversare il cielo, e la primavera, la più odorosa di sempre, sta svolgendo tranquilla il suo corso. Basterebbe semplicemente abbattere le barriere per sentirsi meno soli in tempi straordinari come questi, per far sì che il “fuori” e il “dentro” diventino un universo, unico e simbiotico. L’ha intuito, tra la veglia e il sonno, Martina Esposito, una giovane fotografa napoletana, ideatrice di Soglie.

Un espediente – geniale – per aggirare l’isolamento, il distacco dalla realtà esterna; un mezzo per sottrarsi all’annichilimento di sé, del proprio essere creatura e creatore.

È il 18 aprile quando Martina inizia a lavorare al progetto, costretta dalla quarantena a cambiare radicalmente il suo modo di fare e vedere l’arte. Se non è più possibile scendere in strada, farsi diretti testimoni del vissuto che si annida nei vicoli, che scorre nelle piazze e nei quartieri, allora occorre portare quelle stesse strade, quello stesso vissuto dentro casa.

Così nasce Soglie: da un’esigenza, dalla volontà di resistere; dalla forza di reinventarsi.

Le pareti non sono più sterile perimetro, smettono di essere i confini di una prigione, e nel soffitto si intravede uno scorcio di azzurro, quello del cielo che si fa largo tra gli edifici, regalando all’osservatore un senso meraviglioso di libertà e liberazione; un’emozione di cui, adesso più che mai, ha disperatamente bisogno.

Ma come ha fatto Martina ad animare il suo appartamento? A dargli flusso e respiro? L’abbiamo chiesto direttamente a lei che, con entusiasmo e gentilezza, ha deciso di svelarci non solo i segreti che si celano dietro Soglie, ma anche un pezzo di se stessa, della donna che è, della fotografa che è diventata.

A seguire l’intervista.

Raccontaci un po’ di te, Martina, del tuo background artistico, culturale, di quello che ha fatto sì che tu giungessi a Soglie

«Cercherò di essere il più concisa possibile… Dopo un percorso universitario alla facoltà di Ingegneria e, successivamente, un percorso di studio musicale, ho trovato nella fotografia il mio mezzo comunicativo per eccellenza. Ho cominciato circa nel 2015 con la fotografia di “Live Music”, dopodiché me ne sono un po’ allontanata perché cercavo qualcosa che esprimesse meglio il mio punto di vista sul mondo. Ho iniziato a fare diversi reportage, tutti aventi a che fare con il sociale, come “Tra le Braccia di Salmace”, che racconta di 4 donne transessuali attraverso la mitologia greca, e per il quale vinsi il premio per la fotografia nel 2018, al “Setup Contemporary Art Fair” di Bologna. Nel 2019, invece, è nato “L’uomo del non luogo è un criminale in potenza”, testimonianza della realtà rom del campo di Secondigliano che punta a tracciare le architetture e gli stereotipi sviluppatisi nei secoli su questo “popolo di nomadi”. Riguardo lo studio, nel 2018 ho deciso di rimettermi in gioco, e sono entrata all’Accademia di Belle Arti per il corso di Fotografia, Cinema e Televisione… sono la più “vecchia” del mio corso, ahimè.»

Oltre agli studi, alle diverse esperienze, avranno certamente giocato un ruolo fondamentale nella nascita di Soglie la pandemia in atto e le conseguenti restrizioni. C’è stato un momento particolare, durante questa lunga quarantena, che ti ha spinto a rivoluzionare il tuo modo di catturare la realtà?

«Non so se ci sia stato un momento in particolare in cui io abbia concepito Soglie. Erano giorni che pensavo di voler fare qualcosa di diverso: stavo vedendo una produzione fotografica, tesa e tutta incentrata, ovviamente, sull’attuale immaginario collettivo, quello fatto di mascherine, guanti e isolamento. Avevo dunque bisogno di “aria”. Si dice che la notte porta consiglio, forse, nel mio caso, sarà stato proprio così. Mi ero messa a letto e non so se abbia sognato o abbia semplicemente fatto un ragionamento prima di addormentarmi, ma è come se quell’idea, che poi mi ha portato alla realizzazione del progetto, l’avessi vista. Il giorno successivo ho ascoltato la canzone “Il cielo in una stanza” e alla frase “questa stanza non ha più pareti” ho capito che potevo e dovevo mettere in atto quella specie di visione notturna.»

Perché Soglie? Perché hai scelto proprio questo titolo?

«La parola “soglia” ha molti significati: la soglia percettiva, la soglia come inizio, come confine tra due mondi; la soglia di sopportazione. Mi è sembrata una scelta assolutamente naturale dare questo nome al progetto.»

Tecnicamente, come hai fatto a far confluire la vita dentro casa?

«Ho trasformato le stanze in camere oscure – si tratta di una tecnica antica e meravigliosa. In pratica, ho oscurato porte e finestre e ho eseguito un foro stenopeico nell’impalcatura creata per coprire la finestra; la fisica ha fatto il resto. Infine, ho usato uno specchio ellittico per creare dei riflessi.»

Pensi che avrà un futuro Soglie? Un ulteriore sviluppo?

«Io mi auguro che abbia un futuro. Ti confesso che non ho mai tenuto a un’idea tanto come a questa. Di sicuro la forza del progetto sta nel lockdown stesso: è paradossale ma è cosi, e più di una persona del settore e dell’ambito artistico sono rimaste affascinate da questo processo creativo. E tanti amici – anche non fotoamatori – si sono sentiti travolti ed emozionati alla vista di Soglie, quindi non potrei essere più felice o soddisfatta. Spero se ne possa fare una mostra o un catalogo o, perché no, un’installazione. Ma non voglio viaggiare troppo con la fantasia, vedremo.»

Prima che scoppiasse l’emergenza, avevi altri progetti in cantiere? Se sì, in che modo pensi di poterli reinterpretare alla luce di quanto è accaduto e sta accadendo?

«Prima della pandemia avevo qualche idea, certo, anche se non ancora ben sviluppata; ora come ora non riesco neppure a pensarci onestamente. Una di queste, comunque, era continuare il lavoro sui nomadi rom. Ma credo proprio che dovrò reinventarmi ancora.»

E se reinventarsi significa concepire progetti che fanno dei limiti il punto di partenza per viaggi dalle mete impensabili e sorprendenti, allora, cara Martina, continua a a reinventarti. Non smettere mai.

Anna Gilda Scafaro

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Laureata in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, sogno da sempre di tramutare la mia passione per la Letteratura in un mestiere. Mi emozionano la poesia, gli affreschi e le tinte rosate del tramonto. La scrittura è il mio rifugio, il mezzo con il quale esprimo liberamente la mia essenza e la visione che ho del mondo. Attualmente coordino la sezione Cultura di Libero Pensiero News.

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