Esistono parole che non possono essere tradotte? La risposta è sì, almeno non in modo perfetto. Ogni lingua custodisce termini che racchiudono sfumature culturali, emozioni o esperienze talmente specifiche da non trovare un equivalente preciso altrove. Tuttavia, sorge spontanea una domanda: È sempre necessario tradurre le parole?

Gli studiosi parlano di intraducibilità, una caratteristica che riguarda parole ed espressioni profondamente legate alla cultura che le ha generate. In questi casi, traduttori e interpreti possono scegliere di mantenere il termine originale, sostituirlo con una spiegazione oppure adattarlo al contesto. È ciò che accade con molti cosiddetti migratismi, parole entrate in altre lingue senza essere tradotte, come kebab, sakè, karma o hijab.

Dal Giappone all’Africa: parole per esperienze universali

Il giapponese è particolarmente ricco di termini intraducibili. Komorebi descrive la luce del sole che filtra tra le foglie degli alberi, mentre Tsundoku indica l’abitudine di acquistare libri senza leggerli. Più filosofico è Mono no aware, la capacità di apprezzare la bellezza delle cose sapendo che sono destinate a finire.

Dall’Isola di Pasqua arriva Tingo, la tendenza a prendere in prestito oggetti senza restituirli, mentre in Namibia la lingua rukwangali utilizza Hanyauku per indicare il camminare in punta di piedi sulla sabbia rovente.

Nel Congo centrale, il termine Ilunga definisce una persona che perdona il primo torto, tollera il secondo, ma al terzo non concede più alcuna possibilità.

La lingua cambia il nostro modo di vedere il mondo?

Secondo alcune teorie linguistiche, il linguaggio influenzerebbe il modo in cui interpretiamo la realtà. Oggi gli studiosi ritengono che le lingue non modifichino il mondo che ci circonda, ma rendano più semplice o più complesso descriverlo.

Una parola specifica permette infatti di esprimere rapidamente concetti che in altre lingue richiederebbero intere frasi. È questo il motivo per cui alcuni termini risultano così difficili da tradurre. In situazioni come queste, spesso ci si interroga: È sempre necessario tradurre le parole?

Nostalgia, viaggi e sguardi che parlano

Tra le parole più affascinanti spicca Mamihlapinatapei, della lingua yaghan della Terra del Fuoco: lo scambio di sguardi tra due persone che si piacciono, ma non trovano il coraggio di fare il primo passo.

Gli Inuit utilizzano invece Iktsuarpok per descrivere l’impazienza di chi continua a controllare se una persona attesa sia finalmente arrivata.

In Europa, il tedesco offre parole celebri come Fernweh, la nostalgia per luoghi mai visitati, e Schadenfreude, il piacere provato di fronte alle disgrazie altrui. Gli svedesi parlano di Resfeber, il misto di ansia ed eccitazione che precede un viaggio, mentre i norvegesi hanno coniato Utepils per indicare il piacere di bere una birra all’aperto in una giornata di sole. Non sempre, quindi, è necessario tradurre le parole per comunicare efficacemente un significato profondo.

Anche l’italiano possiede termini difficili da rendere in altre lingue, come culaccino, il segno lasciato da un bicchiere bagnato sul tavolo, o gattara, la donna che vive circondata da numerosi gatti.

La forza delle parole intraducibili

Tra tutti i termini intraducibili, uno dei più celebri è il portoghese saudade, definito dal musicista Gilberto Gil come «la presenza dell’assenza»: una nostalgia intensa per persone, luoghi o momenti che non ci appartengono più.

Parole come queste dimostrano che ogni lingua è molto più di un semplice strumento di comunicazione: è una lente attraverso cui una comunità osserva, interpreta e racconta il mondo, dove non èsempre necessario tradurre le parole, è obbligatorio comunicarsi.

Francesco Magnelli

Francesco Magnelli
Francesco Magnelli, romano di origine, valtellinese di adozione. Sono professore di lingue straniere nella scuola secondaria, naturalmente curioso e interessato ai diversi settori della comunicazione. Da estimatore del mondo della voce, ho creato LinguAdHoc: un podcast in cui tratto i molteplici aspetti delle lingue con un tono adatto a tutti, anche grazie alle interviste di professori universitari e dottorandi nei rispettivi campi di specializzazione. Da due anni a questa parte, collaborando con una docente esperta di violino, gestisco il progetto “Musica, lingua inglese, e gioco”, rivolto ai bambini di età prescolare.

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