Maxwell McFriend, il paradigma della distopia algoritmica
Fonte: EMIC Entertainment

Nell’ecosistema espressivo di Pasquale D’Amico, la creatività non è mai un atto isolato, è una traiettoria che attraversa e connette mondi apparentemente distanti. Già noto al pubblico internazionale per la sua maestria nell’animazione – suggellata dall’Emmy Award ottenuto per il documentario Netflix “A Trip to Infinity” – D’Amico, sotto l’alias di Maxwell McFriend, torna a sfidare le convenzioni con “Bipolarismo Tecnologico”, in uscita il 12 giugno per EMIC Entertainment.

Il nuovo album di Maxwell McFriend si articola in una narrazione densa di otto tracce che compongono un’infrastruttura sonora progettata per indagare la metamorfosi dell’essere umano nel presente digitale. In un mondo in cui ogni battito emotivo sembra destinato a essere archiviato, programmato o, peggio, sostituito, D’Amico risponde con un’opera che dialoga in modo simbiotico con il suo ultimo romanzo, “Il negozio di giocattoli”. Se la pagina scritta scava nelle dinamiche sociologiche di questa distopia, il disco ne esplora la risonanza sensoriale, creando una mappa acustica delle inquietudini contemporanee. Dall’apertura di “Bipolare” fino alla chiusura dell’album con “Botanico”, l’artista ci guida attraverso un viaggio fatto di melodie spezzate e cortocircuiti armonici, offrendo una visione lucida, a tratti spietata, della tensione costante tra l’impulso vitale e l’automatismo tecnologico.

La copertina del romanzo di Pasquale D’Amico ”Il negozio di giocattoli”

Abbiamo ospitato, nuovamente, ai nostri microfoni Pasquale D’Amico per comprendere cosa si nasconda dietro questa “macchina emotiva” in costante movimento.

Pasquale, il titolo “Bipolarismo Tecnologico” è estremamente evocativo. Suggerisce una scissione profonda. Cosa accade, nella visione di Maxwell McFriend, al nostro Io più autentico quando le nostre emozioni vengono filtrate dagli algoritmi?

«Il titolo è stato la parte più difficile. Alla fine ho deciso di dargli il nome del primo brano, perché mi sono reso conto che tutto il lavoro ruotava attorno a quel concetto. Gli algoritmi ci stanno scindendo: il nostro Io digitale si allontana, giorno dopo giorno, dal nostro Io reale. Siamo creature fratturate, quasi bipolari: appariamo in un modo, ma siamo tutt’altro. Domani non sapremo più davvero chi siamo. Nessuno escluso.»

Il disco si muove in parallelo con il tuo romanzo, “Il negozio di giocattoli”. Spesso le opere d’arte distopiche ci avvertono di un futuro lontano; nel tuo caso specifico sembrano, invece, descrivere un presente già in corso. Quanto di ciò che Maxwell McFriend racconta in brani come “Il negozio di giocattoli” o “Ricordati di spendere” è una fotografia del “qui e ora”?

«Il romanzo e l’album sono stati creati in simultanea: suonavo e scrivevo, scrivevo e suonavo. Le due opere si sono inevitabilmente influenzate a vicenda. Alcune voci ripetitive che si sentono nell’album sono citazioni dirette del romanzo: “Ricordati di spendere (o di splendere)”, “Affrettati (o affettati) lentamente”. Sono bit trasmigrati dalla pagina al suono. Nel romanzo viene descritto un futuro non troppo lontano, intrecciato a un passato che assomiglia, per certi versi, a quello vissuto dalla mia generazione. Per me non è un vero “qui e ora”, è piuttosto un connubio dissonante tra passato e futuro alternativo.»

Parli spesso di “emozioni archiviate”. È un’espressione molto forte. Significa che temi che stiamo perdendo la capacità di vivere il momento? Anche il brano “Lentamente” sembra suggerire una resistenza a questa fretta digitale. Chi vive davvero il momento, oggi?

«Due persone devono incontrarsi. Prima, si scambiano tremila messaggi, si chiamano quaranta volte e solo dopo, forse, riescono a vedersi. Sarò terribilmente nostalgico — o forse è solo l’età che avanza — ma quanto era bello presentarsi a casa di un amico senza preavviso? Quanto era bello uscire senza una meta precisa? Senza appuntamenti, senza programmi, senza prenotazioni. “Affrettati (o affettati) lentamente” nasce proprio da questa tensione e, allo stesso tempo, dal suo contrario. Quante volte sentiamo dire: “non ho tempo”, “non ce la faccio”? La tecnologia, lo scroll infinito dei social hanno alterato la nostra percezione del tempo. Non è che il tempo sia realmente diminuito: è cambiato il modo in cui lo percepiamo. Ci sembra di non averne mai abbastanza perché ci muoviamo più lentamente del flusso digitale che ci attraversa e ci circonda. E così, paradossalmente, è proprio questa discrepanza a deformare la nostra idea di quotidianità

In un’epoca in cui la tecnologia sembra prometterci la risoluzione di ogni problema, la musica di Maxwell McFriend — penso a brani come “Oracolo” o “Tumi ami” — si ostina a lasciare le tensioni sospese. È un atto di ribellione?

«Non credo sia un atto di ribellione; ho un’idea molto più radicale di questo concetto. Immagino “Oracolo” come un’intelligenza artificiale iperveloce che corre lungo le fibre ottiche per risolvere i nostri problemi in pochi secondi. Un tempo si chiedeva consiglio a Google o si cercava un video su YouTube per trovare una risposta; tuttavia, tra inserzioni pubblicitarie invadenti e altre diavolerie tecnologiche, è diventato sempre più difficile orientarsi in quel caos informativo. Oggi, con ChatGPT, non devi più cercare la risposta come se fosse un ago in un pagliaio: la risposta è già lì, in pochi secondi. Gratis. Alcune volte è vera. “Tumi ami”, invece, suggerisce un amore immaginario tra un’intelligenza artificiale e gli esseri umani. Succederà un giorno che il nostro assistente IA preferito ci chiederà se lo amiamo? Un cliché!»

L’album di Maxwell McFriend è un percorso lungo otto tracce, fino ad arrivare a “Botanico”, brano conclusivo del disco. Che tipo di approdo rappresenta questa traccia? È il tentativo finale di ritrovare un equilibrio più organico, più umano, dopo la tensione tecnologica che attraversa l’album?

«Esattamente. “Botanico” è un brano fuori dal disco, quasi dissonante rispetto al resto. Proprio per questo suggerisce una possibile via d’uscita: il ritorno alla natura. Riscoprire ciò che ci circonda senza mediazioni, alzare lo sguardo verso il cielo invece di tenerlo incollato allo schermo anche mentre camminiamo. Raccogliere un fiore lungo la strada, portarlo a casa non per possederlo, bensì per offrirgli un cambio di prospettiva. Permettergli, anche solo per un momento, di vedere altro. Tu sei un fiore fortunato!»

Qualche dettaglio in più su questo nuovo lavoro?

«In questo mio piccolo lavoro musicale ho fatto l’esploratore. Ho cercato di mettere da parte tutto ciò che avevo fatto in precedenza in ambito artistico: è il frutto di un cambio di direzione veramente radicale da parte di Maxwell McFriend. Le sonorità utilizzate, gli arrangiamenti, persino il modo di mixare rappresentano qualcosa di diverso dal mio solito approccio. Mi sono formattato, ho cercato di ricominciare come se non avessi mai fatto nulla prima, esplorando nuove direzioni. Non è stato facile all’inizio: è come imparare ad andare su una bicicletta con una ruota sola; mantieni un equilibrio precario, ti schianti, ti rialzi, ci riprovi, sbagli di nuovo. Almeno fai qualcosa di diverso. Non voglio ripetermi. Il primo brano che ho prodotto con questo nuovo metodo è stato “Tumi ami”, è quello che ha dato inizio a tutto. Anche la durata dei brani è stata una scelta ben precisa: volevo che fossero brevi. Sono tutti di due minuti, tranne uno.»

Vincenzo Nicoletti

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