lotta alle droghe

Il 13 febbraio 2017 Giovanni, sedici anni, si lancia dal terzo piano del suo palazzo, morendo poco dopo. Nell’altra stanza ci sono i suoi genitori e un finanziere, che qualche ora prima lo aveva sorpreso con in tasca dell’hashish – si scoprirà, grazie a una soffiata di sua madre.

Nel dibattito mediatico scoppiato intorno a questo episodio sono di nuovo emerse tutte le perplessità riguardanti l’efficacia e la giustizia del proibizionismo e, in generale, di ogni atteggiamento che, nella lotta alle droghe, antepone la criminalizzazione alla cura.

L’idea secondo cui «se ti trovano in possesso di droga, sei una merda e ti sei rovinato la vita» è ancora diffusa per tutte le sostanze, senza eccezioni. Non ci stupisce che il primo a prediligere l’approccio poliziesco sia Matteo Salvini, che ha detto più volte di non distinguere «tra droghe leggere o pesanti» e di voler intraprendere contro di loro una battaglia senza tregua, invocando, tra le altre cose, la presenza di polizia e carabinieri davanti alle scuole perché «gli spacciatori devono finire in galera e devono starci». Parola di ministro e di papà.

Se per la cannabis le uniche obiezioni rimaste sono la “china scivolosa”, «si inizia con le canne e si finisce con l’eroina», e un non ben precisato principio di precauzione, «non possiamo sapere se provoca danni all’organismo», quando il dibattito pubblico si sposta su altre sostanze arrivano i tabù e le demonizzazioni.

Al di là dell’approccio ideologico di chi si schiera contro o a favore della liberalizzazione, la domanda giusta da porsi è: le leggi che penalizzano le droghe, le sanzioni ai consumatori, l’assoluto disprezzo delle sostanze stupefacenti sono utili al superamento del loro uso e abuso?

I dati, che oggi non vanno di moda nemmeno tra chi ci governa, dicono il contrario. In Europa siamo ultimi in molte cose, ma nel consumo di droghe siamo tra i “migliori”: secondo l’ultimo bollettino dell’European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction (EMCDDA), nel 2017 il 22% degli adulti italiani fra i 15 e i 64 anni ha fatto uso di una sostanza. La stessa percentuale della libertaria Olanda, con una differenza: qui le morti per overdose sono la metà rispetto all’Italia – dove risultano essere, comunque, in forte diminuzione. Consumi nella media europea, ma di certo più consapevolezza: con gli introiti generati dalla vendita legale di droghe leggere – circa 400 milioni l’anno – lo Stato olandese finanzia politiche di informazione, prevenzione e riduzione del danno.

A parte l’Olanda, il caso più interessante è quello del Portogallo, che 18 anni fa ha deciso di depenalizzare il possesso di qualunque tipo di droga, dalla cannabis all’eroina.

All’epoca, in pieno proibizionismo, il numero dei tossicodipendenti nel Paese era intorno alle 100 mila persone, su una popolazione di dieci milioni. Un problema enorme, che in poco tempo sarebbe potuto diventare emergenza nazionale. Da lì, l’intuizione: il modo migliore per ridurre l’impatto sociale ed economico delle droghe non è la repressione, ma la decriminalizzazione – che è diversa dalla legalizzazione. Smettere di trattare i consumatori come criminali: nessun arresto per chi viene trovato con una dose – che sia di ecstasy, anfetamina, cocaina o cannabis – pari al consumo medio individuale per massimo 10 giorni, ma un mandato di comparizione davanti a un “comitato di dissuasione”, composto da psicologi, esperti e assistenti sociali.

Per qualcuno l’apocalisse stava per travolgere tutta la comunità: «Ci saranno aerei pieni di studenti diretti in Portogallo per fumare marijuana e prendere ben di peggio, sapendo che non li metteremo in galera. Promettiamo sole, mare e qualsiasi droga preferiate», dichiarava allarmato il leader del Partito Popolare Paulo Portas. E invece i risultati sono stati sorprendenti. Già nel 2012, non solo erano calati in modo significativo i consumi, ma anche i casi di HIV, passati da oltre mille ad appena 56, così come i morti da overdose scesi da 80 a 16. Il merito di queste ultime due stime va sopratutto alle misure di “limitazione del danno” adottate dal governo.

Limitare i danni vuol dire affrontare la lotta alle droghe da un’altra prospettiva: ammettere che il problema persiste nonostante i provvedimenti per eliminarlo e decidere allora di agire sulle sue conseguenze. Significa che in Portogallo ci sono squadre di giovani che vanno per le strade dei quartieri ad alta concentrazione di tossicodipendenti per cambiare loro l’ago della siringa – ed evitare che muoiano o che si ammalino, rovinandosi la vita e gravando per sempre sulla comunità. Significa che fuori dalle discoteche vengono allestiti banchetti dove testare le pasticche che le persone stanno per consumare, perché comunque lo faranno. Meglio “roba buona”, che non li uccida.

A dicembre 2017 anche la Norvegia ha deciso di seguire il Portogallo, che ormai è un modello virtuoso per tutti gli altri Paesi europei. In molti stanno piano piano capendo che la “tolleranza zero” e gli spot allarmisti in tv nel migliore dei casi non servono a nulla – se non a intasare tribunali e carceri.

Il posto del giustizialismo dovrebbe essere occupato da un’informazione consapevole, dalla testimonianza e dalla prevenzione. Servono meno dita puntate per accusare e più bocche per educare, e raccontare cosa le droghe siano, quanto può essere fatale la distanza tra quelle leggere e quelle pesanti, e fino a dove arrivano i rischi del loro consumo. E invece di turbare le famiglie con allarmismi esagerati, serve spiegare che la tossicodipendenza non è un crimine ma un sintomo di profondo disagio, da risolvere con decisione ma senza paternalismi o fobie sociali.

E invece no, l’Italia non è ancora pronta per questo. Anche se siamo tra i Paesi europei con il maggior numero di persone che chiede aiuto per disintossicarsi dalla cocaina, non esiste un piano d’azione e un budget associato al suo contrasto. L’EMCDDA stima che nel 2012 – ultimo anno registrato – l’Italia abbia speso lo 0,18% del PIL in prevenzione.

Ma rallegriamoci, ora alla lotta alle droghe ci penserà il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, che ha da poco ricevuto la delega per le tossicodipendenze. Dopo le famiglie gay, ha già annunciato una tradizionalissima “tolleranza zero” per le droghe, aprendosi anche a una profonda e articolata riflessione sulla cannabis: «Mi metto nei panni di un padre o di una madre: avrebbero piacere che i loro figli fumassero? Non credo proprio». Meno male che c’è lui a praticare l’empatia.

Rosa Uliassi

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