La fine dell’anno è tempo di bilanci, così sui social chi è a corto di idee rispolvera vecchi trend stantii per aumentare l’engagement o semplicemente per continuare a produrre contenuti che invoglino le persone a passare a uno stile di vita vegano. Uno dei contenuti più rilanciati ultimamente riguarda l’uso dei calcolatori online che certificano il numero di animali e risorse naturali risparmiati per ogni anno in cui si è smesso di mangiare carne. Ma questi calcolatori hanno ben poco di verità statistica e rischiano di stravolgere completamente il senso del veganismo, oltre a sortire effetti indesiderati.

A volte un numero ha la capacità di rendere molto più definita un’idea” recita così la pagina web di una nota associazione, proponendo di calcolare quanti animali potresti salvare l’anno prossimo se smetti subito di mangiare carne, su un template colorato e un numero accanto all’emoji dell’animale corrispondente.

I calcolatori che si trovano online sono moltissimi, forniti soprattutto da siti web di associazioni vegane e rilanciati da creators, gruppi facebook e pagine di meme; molti di essi non citano le fonti alla base del calcolo, ma il problema più evidente è che i risultati di ogni sito sono molto differenti tra loro. Secondo uno di essi, che cita come fonte Cowspiracy.com, chi segue un’alimentazione veg risparmia circa 365 animali all’anno. Secondo un altro, quello più noto e diffuso, si risparmierebbero circa 105 animali ogni anno, di cui 75 pesci selvatici, 14 pesci allevati, 11,5 avicoli e 0,5 mammiferi.

La fonte citata da quest’ultimo è lo studio “Effects of Diet Choices”, rapporto interno pubblicato sul sito di Animal Charity Evaluators, un’organizzazione no profit per la tutela degli animali. Innanzitutto, quindi, non si tratta di una pubblicazione accademica peer-reviewed ma di uno studio indipendente, che seppur metodologicamente trasparente ha diversi limiti,  alcuni dei quali rivelati dallo studio stesso.

Il metodo usato si basa sui dati di produzione: questo significa che si parte da quanti animali vengono uccisi per l’alimentazione umana (in tutto il mondo) e poi si fa una stima di quanti di questi potrebbero essere evitati se una persona non consumasse prodotti animali.

In parole semplici, lo studio segue questa logica:

Si calcola quanti vertebrati sono uccisi ogni anno per essere mangiati (in tutto il mondo);

Si sottrae dalla popolazione mondiale la parte di persone che già sono vegane/plant-based;

Si divide il totale degli animali uccisi per questi consumatori non plant-based;

Questo dà una media di animali associati all’uso di prodotti animali per persona all’anno.

Il risultato è un numero che indica un’allocazione media di responsabilità, non una previsione di impatto reale. È come calcolare il numero di tonnellate di CO₂ emesse in media da ciascuna automobile. Non si tiene conto delle differenze di consumo individuali, del contesto, della differenza in termini di disponibilità di risorse, di produttività e  altre differenze sociali e politiche che potrebbero influire in modo preponderante e rendere quel numero molto più simbolico di quello che si percepisce da questa comunicazione.

In sostanza, si tratta di una media globale, non del dettaglio specifico sulla dieta individuale di ciascuno, ma viene comunque usato in quel senso nella strategia comunicativa.

Soprattutto, studi del genere non possono provare che smettere di comprare certi prodotti abbia un effetto sul mercato reale. Anzi, smettere di mangiare carne individualmente potrebbe non avere un effetto diretto sulla domanda, di conseguenza sulla produzione e sul numero di animali fatti nascere appositamente per essere macellati.

C’è un’altra riflessione importante da fare al di là del metodo dello studio in sé: la necessità di quantificare il risultato del proprio sforzo personale nel ridurre la sofferenza animale in termini di individui e risorse risparmiati può sembrare una curiosità naturale, ma in realtà è legata al particolare feticcio della società contemporanea di sentirsi in dovere di dimostrare i risultati tangibili di quello in cui ci impegniamo. Se qualcuno ritiene di volersi astenere dal mangiare carne, perché consapevole che la sua produzione causa la sofferenza e l’uccisione di miliardi di animali, allora deve dimostrare che la sua astensione ha un impatto empiricamente calcolabile; è un falso compromesso con la società dei consumi, in cui ogni scrupolo etico deve essere giustificato per non essere additato come ipocrita, in cui il paradigma di “Human Savior” individuale è più funzionale rispetto alla fiducia in un progetto collettivo che la diffusione del veganismo dovrebbe alimentare.

Il trend dei calcolatori rafforza una narrazione neoliberale dell’etica come performance individuale e rischia di mettere in dubbio l’intero impianto etico una volta che quei numeri sono stati smontati.

La verità è che la scienza una risposta tangibile ce l’ha data, ma forse è troppo complessa per la comunicazione social e soprattutto, è più difficilmente monetizzabile. I più autorevoli studi economici sull’elasticità della domanda e sulla struttura dei mercati alimentari mostrano che le scelte individuali dei consumatori hanno effetti lenti, mediati e spesso non lineari sulla produzione, soprattutto in settori fortemente sovvenzionati e globalizzati come quello zootecnico (FAO – Livestock’s Long Shadow). Al contrario, sono le politiche coordinate che hanno un impatto significativo e duraturo sui mercati (Nature – Springmann et al., 2018).

Insomma, non ha tanta importanza quanti animali salva il singolo, ma come i sistemi possono cambiare se facciamo tornare in trend la dimensione collettiva.

di Marina Chiarizia

Marina Chiarizia
Studio Filologia Classica per ampliare lo sguardo sul presente. Dal 2020 mi occupo di teorie antispeciste e indago lo sfruttamento animale nell’ambito dell’industria zootecnica sul territorio campano.

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