Un nuovo murale alla Sanità: il Mono e il Collettivo Blee ai Cristallini
Foto di Giuliana Conte

Alejandro “Mono” González (Curicó, 2 marzo 1947) è seduto di fianco a me in fondo alla chiesa dei Cristallini del rione Sanità, a Napoli. Di fronte a noi c’è Giuliana Conte, fotografa, a mediare domande e risposte, in italiano e spagnolo. Tutto attorno un lontano brusio, il fresco marmoreo della chiesa, impalcature, pittura e pennelli. Quando gli chiedo di descrivermi quel che sta dipingendo solleva la mano nodosa e accarezza una delle sue dita: ossa; ma anche spine. E radici.

Un nuovo murale alla Sanità: il Mono e il Collettivo Blee ai Cristallini
Mono González. Fonte https://www.latercera.com/tendencias/noticia/premio-nacional-de-arte-mono-gonzalez/803642/

La riapertura della chiesa dei Cristallini è stata un’altra delle numerose iniziative di padre Antonio Loffredo, dal 2001 parroco della basilica di Santa Maria della Sanità, già noto per aver contribuito alla nascita, nel 2014, della Fondazione San Gennaro Onlus, bacino in cui sono confluiti oltre 30 enti no-profit che già operavano sul territorio per valorizzarne l’immenso patrimonio culturale. Centinaia di giovani coinvolti in cooperative, laboratori e associazioni locali animano il rione Sanità “dal basso”, nutrendosi della sua bellezza, tra luci e ombre. Due iniziative tra tutte: la Cooperativa Sociale La Paranza che, dopo aver preso in gestione le Catacombe di San Gaudioso nel 2006, si è occupata del recupero, della gestione e della riapertura al pubblico delle Catacombe di San Gennaro; l’Orchestra Sanitansamble, che dal 2008 accoglie giovani dai 7 ai 26 anni in due formazioni orchestrali (Junior e Giovanile) coordinate da 14 maestri e dal direttore Paolo Acunzo.

Risale al 2019, invece, il progetto di rifunzionalizzare la chiesa di Santa Maria Maddalena ai Cristallini (1851), rimasta per molto tempo inagibile. A prendere in carico questo luogo, dopo la sua ristrutturazione, sarà la cooperativa sociale Sanita’Art, che la trasformerà in un laboratorio teatrale. Nel frattempo, la decorazione degli interni è affidata ai due muralisti Alejandro González, in arte Mono, e Antonio Manuel Cruz (Las Palmas de Gran Canaria, 1979), in arte Tono. La fotografa Giuliana Conte (San Potito Sannitico, 1984) – fondatrice nel 2010, insieme a Tono, del collettivo artistico Blee – ha scattato i ritratti di alcuni abitanti della Sanità, che sono stati fedelmente dipinti da Tono sulle pareti interne della chiesa. Nonostante i diversi orizzonti di formazione, negli ultimi dieci anni Mono, Tono e Giuliana Conte hanno spesso lavorato fianco a fianco, realizzando azioni artistiche negli spazi pubblici in Cile, Bolivia e Italia. L’incontro tra Tono e Giuliana è avvenuto a San Potito Sannitico (provincia di Caserta), dove il muralista si era recato in risposta a un bando artistico. Fu successivamente in Argentina che i due, in occasione di un progetto con le Nonne di Plaza de Mayo e l’università, sentirono parlare per la prima volta del Mono. Ne seguì un invito a San Potito per il Fate Festival, un’importante manifestazione artistica locale che li vide tutti e tre insieme per la prima volta. Il collettivo Blee e Mono González, inoltre, non sono alle prime armi nel rione Sanità: sono stati dipinti da Tono Cruz i murales Luce, in Piazza Sanità e Totò, in via Arena della Sanità; opera di Mono è il murale in vico Maresca e da una collaborazione di entrambi, invece, è sorto il murale che si estende sulla facciata e sul campanile della chiesa di Maria Santissima del Carmine alle Fontanelle. I due muralisti hanno concluso una prima fase del loro intervento alla chiesa dei Cristallini lo scorso mercoledì 19 gennaio: faranno ritorno nei prossimi mesi, quando la conclusione della ristrutturazione della chiesa darà loro modo di proseguire.

“Mono” in spagnolo significa “scimmia”: un soprannome che González si è guadagnato per la sua indole frenetica – mi dice sorridendo e agitando le mani – e, intuisco, per lo spirito d’iniziativa, il desiderio espressivo di spaziare. È, in effetti, con una molteplicità di spazi diversi che è abituato a interagire: ambienti fisici, spazi politici, di comunità. A questi spazi adatta i suoi murales, e si adatta egli stesso, facendosi malleabile come i suoi progetti, sempre ibridato dalle relazioni contestuali. A questa intrinseca spazialità del muralismo deve il suo principale canale espressivo: la parete dipinta invoca la curiosità dei passanti, definisce un ambiente diventando un’attrattiva, più che un confine, nel cuore più profondo della vita quotidiana. Nelle strade strette del rione Sanità, ancor di più, i murales sembrano lasciare spazio, amplificare gli orizzonti: ad affascinare Mono è esattamente questo dispiegarsi di riflessioni, di domande curiose, di sguardi attenti. Le pareti della chiesa dei Cristallini catalizzeranno l’attenzione di chi vi entrerà, lasciando scaturire possibilità di dialogo inedite.

Lavorare in questo quartiere – racconta Mono – gli ha dato un’idea della sua complessità, delle profonde differenze interne che lo arricchiscono e del legame viscerale di queste strade con i loro abitanti. Giuliana, autrice dei ritratti fotografici trasformati in murales da Tono, si è lasciata guidare dall’istinto, dall’ispirazione che andava cambiando, assecondando la tortuosità delle strade, le loro invisibili deviazioni. È per questo che non tutti i volti raffigurati appartengono a persone residenti in via dei Cristallini, dove si trova la chiesa: chi vi abita – mi raccontano – guardando i murales ha lamentato questa estraneità, riconoscendo nei volti dipinti persone poco familiari a questa specifica area del rione. Una circostanza che ha reso ancor più interessante il lavoro di Mono, Tono e Giuliana Conte, stimolati dalla possibilità di creare connessioni, suscitare quel briciolo di risentimento che non esita a trasformarsi in attenzione e interesse. I realistici volti dipinti da Tono, solcati dalle rughe, si accompagnano all’intreccio surreale di ossa e spine, che Mono ha dipinto con i suoi colori sgargianti, raccolti da spesse linee di contorno. Il tempo sembra essere un denominatore comune: indicandomi una delle sue dita, l’artista indugia sulle giunture. Le spine sembrano un’eco della passione di Cristo, anche se l’artista non intende lasciar emergere alcun riferimento esclusivo: così giunte alle ossa, le fanno assomigliare a duttili piante, deformate dal tempo eppure aggrappate alla terra, con strenua resistenza. Radici profonde, come l’arte che cala nel barrio, e ne riemerge spaccando il terreno; un legame tra la vita e la morte, perpetuato dalla permanenza dei segni che si sono lasciati. Queste, però, «sono cose che si sentono» e ognuno sente liberamente.

Mono González è stato, nel 1968, tra i fondatori della Brigada Ramona Parra (BRP), un gruppo di muralisti legato al Partido Comunista de Chile, che prese il nome da una diciannovenne uccisa dalla polizia nel 1946, durante una protesta a Santiago. Il collettivo si è da sempre fatto portavoce del desiderio di giustizia sociale, diventando clandestino dopo il colpo di stato dell’11 settembre 1973, che portò al potere il generale Augusto Pinochet. Durante gli anni di dittatura, i murales venivano sistematicamente oscurati e i muralisti perseguitati: Mono ripercorre il disastro e il dolore di quegli anni, raccontando di aver perso molti amici, improvvisamente scomparsi, e visto persone massacrate; l’artista trascorse quegli anni in clandestinità, lavorando prima come carpentiere, e poi come pittore e scenografo del Teatro municipal de Santiago, sotto falso nome. Successivamente, sempre fedele ai suoi ideali politici, curò le scenografie per la campagna del NO al referendum nazionale che nel 1988 avrebbe messo fine alla dittatura. I colori accesi della Brigada sono diventati un’eredità artistica dell’intera America Latina, perché dietro quelle tinte sgargianti «c’è il sangue del popolo»: il dolore viscerale della quotidianità, quel dolore che, dice Mono, è il suo dolore; quel desiderio di equità che è il suo desiderio. È stata questa sofferenza a trasformarsi nella linfa vitale che anima i suoi murales, una linfa che lo ha portato, ovunque andasse, a cercare relazioni umane, a lasciarle fiorire attorno alla sua attività artistica che, più di ogni altra cosa, ambisce a «portare insieme». Lanciare ponti, intessere legami, come quelli tra gli abitanti di via dei Cristallini e le persone ritratte sulle pareti della chiesa: una comunità mai elitaria, ma spontanea, popolare. È a questo legame col territorio che ambisce il muralismo, un legame nutrito dall’attenzione al dolore altrui e dal tentativo di immedesimarvisi, integrandosi in un contesto per trasformarlo in arte. Così mi spiega Tono Cruz, il quale, formatosi alle Canarie, è lontano dall’astrattismo colorato dell’arte latino-americana, preferendo rappresentazioni figurative, che impressionano in un colpo d’occhio per il loro realismo.

La metafora, per Mono, è lo sforzo trasformativo che traduce il vissuto in arte; la poesia il risultato non letterale di questa traduzione. Per lui, che si definisce “un lavoratore dell’arte”, lo sforzo costante legato alla creazione è una responsabilità sociale. Il tentativo mai esaustivo di superare i limiti espressivi è un esercizio di consapevolezza e di vigile osservazione: usare la propria voce per sensibilizzare qualcun altro è una responsabilità che lo rende cittadino (ciudadano), ancor prima che artista. Quando lo saluto e lo ringrazio mi lancia un’occhiata luminosa: «somos ciudadanos».

Siria Moschella

Quotidiano indipendente online di ispirazione ambientalista, femminista, non-violenta, antirazzista e antifascista.

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