No Deal Brexit Referendum Brexit Boris Johnson
Foto: Utica College Center of Public Affairs and Election Research

Se si è alla ricerca di un paese che sta vivendo una situazione politica convulsa e schizofrenica almeno quanto quella italiana, non si può che guardare in casa dei sudditi della regina Elisabetta. “Oh mother, I can feel the soil falling over my head”: erano gli anni ’80 e gli Smiths cantavano, in un album dal titolo polemico con l’odiatissima Margaret Thatcher, lo stato d’animo attuale dei britannici: un soffitto che sta evidentemente crollando senza che nessuno se ne preoccupi. Nemmeno chi si candida prepotentemente alla guida del paese: quel Boris Johnson che insiste sulla linea mortifera della No Deal Brexit, e che è riuscito perfino nell’impresa di far prendere una posizione più chiara ai Labour. Finalmente schierati definitivamente — sembra — verso la richiesta di un secondo referendum sulla Brexit.

Cosa è successo alle Elezioni Europee sulla Brexit?

Una ricostruzione delle ultime vicende non può che partire dal voto del 23 maggio per il Parlamento Europeo: un’elezione che, nelle intenzioni sia del Regno Unito che dell’Unione Europea, non avrebbe dovuto tenersi ma che è stato impossibile evitare. Ebbene, il voto europeo nel Regno Unito ha fortemente punito i partiti tradizionali. Rei di aver trascinato il paese nella situazione attuale e soprattutto colpevoli fino all’ultimo di non essersi mai schierati, cercando sempre di tenere insieme visioni inconciliabili solo per convenienza politica. Ecco come si spiega il crollo del Labour Party al 13% (-10% rispetto alle Europee 2014 e -27% rispetto alle elezioni generali del 2017) e soprattutto l’8% dei Tories, addirittura quinto partito e ai minimi storici (-14% dal 2014 e -34% dal 2017).

Ed ecco come si spiega anche il trionfo dei due partiti più apertamente schierati sulla Brexit, siano essi favorevoli come il Brexit Party di Nigel Farage (che arriva al 30% superando il 26% dello UKIP del 2014) o contrari come i Liberal Democratici (al 19%, +13% dal 2014 e +18% dal 2017). Un paese la cui appartenenza politica è stata completamente messa sottosopra e ridisegnata lungo la faglia: Brexit sì, Brexit no.

Di questa faglia ha avuto una netta percezione Theresa May, che già il 24 maggio a spogli non ancora iniziati — ma con gli exit poll già disponibili — ha annunciato la sua intenzione di dimettersi da Primo Ministro. Ponendo fine ad un mandato sicuramente caratterizzato da errori (la scelta di “consolidare il proprio mandato” sciogliendo le camere nel 2017 rivelatasi poi un boomerang), ma nel quale la seconda donna nella storia a capo del Regno Unito ha ereditato una patata bollente creata da altri, e rivelatasi ingestibile a causa degli egoismi e dei personalismi regnanti nella House of Commons.

Cosa succede adesso nei Tories: Boris Johnson e la Brexit a tutti i costi, anche del No Deal

Il 7 giugno, Theresa May ha quindi reso ufficiali le sue dimissioni da leader del partito conservatore, e dunque da Primo Ministro una volta che il partito indicherà il suo successore. Dando così il via alla bagarre interna ai Tories. Nel momento più confuso, nei primi giorni di giugno, erano ben 13 i candidati alla leadership del partito. Il numero dei pretendenti è stato poi ridotto prima dai ritiri, e poi attraverso il metodo di elezione del partito conservatore: un susseguirsi di votazioni da parte dei parlamentari conservatori, nelle quali tutti i candidati sotto una certa soglia (o gli ultimi classificati) vengono eliminati dal voto successivo. Fino ad arrivare, dopo cinque votazioni, agli attuali due nomi in ballo.

Il primo, quello meno conosciuto, è Jeremy Hunt. Segretario agli Esteri del governo May, Hunt ha una posizione più morbida sulla No Deal Brexit (la considera solo come ultima opzione), sul Backstop (vuole mantenerlo ma introducendo delle modifiche) e sulla scadenza della Brexit (vuole arrivare ad un nuovo accordo entro il 31 ottobre ma non esclude un rinvio della data di uscita).

L’altro candidato, nonché strafavorito, è invece ben più noto. Boris Johnson è stato anch’egli segretario agli Esteri del gabinetto May: predecessore di Hunt, prima di dimettersi in contrasto con la linea troppo morbida su Brexit dell’allora Primo Ministro May. Johnson si fa portatore di idee ben più radicali rispetto al suo sfidante. Vuole l’uscita dall’Europa il 31 ottobre 2019 “con o senza accordo”; la cancellazione del Backstop da sostituire con accordi alternativi; e la sospensione del pagamento di 43 miliardi che il Regno Unito deve all’UE come stabilito dagli accordi finanziari sulla Brexit.

Un secondo referendum sulla Brexit? I Labour aprono per la prima volta

Le proposte di Boris Johnson, se da un lato sembrano soddisfare la gran parte dell’elettorato conservatore (per i bookmakers ha l’81% di possibilità di essere eletto, e il 57% del gradimento degli elettori conservatori secondo i sondaggi), dall’altro spaventano — insieme alle polemiche nelle quali è stato coinvolto Johnson negli ultimi tempi, tra le quali un brutto litigio con la fidanzata e il rifiuto a presentarsi ad un dibattito pubblico con il suo sfidante — l’elettorato “moderato” che tutto sommato, di fronte alla prospettiva di una Brexit caotica e dannosa, deciderebbe volentieri di restare nell’Unione. Una circostanza che ha ridato vita ai Labour, che per la prima volta attraverso le parole del loro leader Jeremy Corbyn prendono ufficialmente una posizione chiara: evitare la No Deal Brexit per poi sottoporre qualsiasi accordo ad un nuovo referendum.

La polarizzazione così netta dei due schieramenti, pro e contro Brexit, restituisce finalmente centralità ad un tema attualmente imprescindibile nella politica britannica ed europea. E l’idea di un secondo referendum potrebbe non rivelarsi così inattuabile: alle ultime Europee le forze europeiste (aggiungendo i Labour) hanno ottenuto 39 seggi contro i 34 delle forze euroscettiche (aggiungendo al Brexit Party il Partito Conservatore); e secondo l’ultimo sondaggio dell’agenzia Survation i partiti che sostengono il Remain sarebbero al 55%, contro il 45% dello schieramento del Leave. Dati in linea con il sondaggio condotto dalla stessa agenzia su un ipotetico secondo referendum, secondo il quale il Remain trionferebbe con il 54% dei consensi.

A complicare tutto, infine, la richiesta ormai ufficializzata dalla Scozia per un nuovo referendum sull’indipendenza: quest’ultima fu bocciata nel 2014, ma la Brexit (verso la quale la maggioranza degli scozzesi si era espressa in maniera contraria già nel 2016) potrebbe nettamente cambiare le carte in tavola.

Simone Martuscelli

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