
Con l’arrivo delle festività natalizie si ripresentano le consuete ritualità: gli abeti addobbati, il presepe, le lucine scintillanti, i biscotti al pan di zenzero, l’aroma di zucchero a velo e di cannella, il vischio, le ghirlande, Babbo Natale e i suoi elfi trasformano la nostra quotidianità in una stucchevole e frastornante favola. Chiunque abbia vissuto nelle grandi metropoli italiane avrà notato come, nel mese di dicembre, queste si trasformino in un dipinto carico di pennellate contraddittorie. Personalmente il periodo natalizio lo annovero fra i più malinconici dell’anno. Migliaia di faretti al led colorati illuminano strade sempre più trafficate e negozi alle cui porte si formano code interminabili per entrare a caccia del regalo perfetto – rigorosamente scontato e destinato a finire in qualche cassetto dimenticato – al fine di adeguarsi a una convenzione sociale, più che per un reale afflato altruistico e disinteressato.
Ma accanto alle vetrine sfarzose troviamo anche persone costrette a sopravvivere al gelo invernale con le poche monete elemosinate, le cui storie di marginalità e sofferenza restano silenziose al sordo caos cittadino. Secondo l’ultimo report presentato dalla Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora, le persone senza fissa dimora decedute nel 2022 sono state 393. Senza contare che le disuguaglianze economiche colpiscono una fetta di popolazione sempre maggiore, al punto che nell’anno 2022 erano oltre 5,6 mln gli individui in povertà assoluta, per i quali i doni natalizi sono un un fattore di forte stress e afflizione, come pure lo è per i tanti studenti fuorisede tornare a casa per pochi giorni, visti i rincari dei trasporti pubblici.
La verità è che il mondo in cui viviamo – martoriato da crisi climatica, genocidi, povertà crescente – è ben diverso dalle immagini patinate che vediamo negli spot pubblicitari. Inoltre, chi non ha famiglie numerose o amicizie solide, soprattutto durante le festività, in cui viene messa brevemente in pausa la routine quotidiana, potrebbe sentirsi travolto da un asfissiante senso di solitudine e da emozioni negative, frutto proprio della discronia fra le narrazioni gioiose offerteci e la realtà circostante. Può capitare, poi, di sentirsi disconnessi dal resto del mondo, anche nel contesto familiare, proprio perché schiacciati dalle incalzanti pressioni sociali che inducono a sentirsi costantemente fuori posto, costretti a dover esternare nient’altro che felicità e gratitudine. Invece, al di sotto di questa superficiale positività si annidano sofferenza, invisibilizzazione e discriminazione, ad esempio per le soggettività queer che non rispecchiano i tanto richiamati valori tradizionali.
A Natale non siamo tutti più buoni come vorrebbero farci credere per acquistare l’ennesimo panettone, la verità è che siamo soltanto più soli, come mostrano i dati del servizio di volontariato Telefono Amico Italia relativi al 2021: tra la notte di Natale e di Santo Stefano, le telefonate sono state effettuate da oltre 640 persone. Il 26% in più rispetto al Natale 2020 e ben il 78% in più rispetto al Natale 2019. Le conversazioni vertevano prevalentemente su problematiche relative alla solitudine, insieme a difficoltà esistenziali e nelle relazioni familiari. La solitudine è un’epidemia sommessa con gravissime conseguenze individuali e sociali, infatti l’Inghilterra al fine di arginare questa crescente piaga ha addirittura pensato di istituire un Ministero della solitudine, nonostante sia dubbia l’incisività di una simile iniziativa rispetto a un drammatico problema collettivo frutto in gran parte del sistema socio-economico in cui siamo immersi. Più di 9 mln di persone nel Regno Unito riferiscono di sentirsi spesso o sempre sole, secondo il rapporto del dicembre 2017 della Commissione Jo Cox sulla solitudine, mentre in Italia, stando ai dati Eurostat del 2015, un italiano su otto si sente solo perché non ha nessuno a cui chiedere aiuto.
Attualmente la solitudine e l’isolamento sono spesso una condizione globale, soprattutto in un contesto socio-economico di feroce competizione individuale. Il disinteresse politico e la normalizzazione dell’alienazione lavorativa e sociale non consentono il più delle volte di affrontare alla radice il problema; così sembra essersi finalmente realizzata l’utopia thatcheriana del darwinismo sociale per cui la società non esisterebbe: “esistono solo gli individui“. Da qui la critica alla commercializzazione del Natale che ha fra i suoi scopi la costruzione di una dimensione più intima e autentica di riti collettivi che non necessitano di sfarzo per poter essere celebrati. Le festività natalizie, condensando elementi estremamente eterogenei fra paganesimo, cristianesimo e consumismo, finiscono per smarrire – oltre a qualsivoglia forma di genuina spiritualità – quella funzione svolta dalle ritualità intese quali stabilizzatrici della vita collettiva, capaci così di dare significato all’esistenza individuale e comunitaria.
Allo scriteriato consumismo sempre più dilagante e a un’atomizzazione sociale senza precedenti, ritengo debba contrapporsi la costruzione di comunità fondate sulla cura reciproca, su affetti non necessariamente biologico-parentali, che ci diano la possibilità di collocarci nuovamente quali essere nel mondo e quali essere-con-gli-altri, come direbbe Heidegger, e creare comunità che consentano al soggetto di autodeterminarsi e di collettivizzare la propria esistenza anche attraverso le ritualità ormai svuotate di senso.
Celeste Ferrigno















































