Body Art: il corpo come espressione di sé è anche manifestazione artistica
Fonte: showgroup.it

Del corpo si potrebbe parlare come fa il poeta, per frammenti e allusioni, oppure per definizioni, alla maniera del filosofo, oppure ancora attraverso l’analisi dei suoi processi fisiologici, come fa il medico o di altri suoi aspetti come fanno il comportamentista, lo storico, lo studioso del costume e così procedendo. In senso del tutto generico potemmo iniziare col dire che il corpo è senza dubbio segnato dall’individualità che lo abita, contraendo una cornice di senso comprensibile o meno a chi osserva, a chi “ascolta”. Perché il corpo è innanzitutto linguaggio, forse il primo che si sia avuto nella storia: costituisce indubbiamente il più forte e immediato canale espressivo, fungendo da vera e propria tela: da questo concetto ha origine la Body Art. Se è vero che l’arte si estende illimitatamente ad ogni forma di espressione, allora può essere considerata tale qualsiasi azione creativa del nuovo o modificatrice dell’esistente.

Il modo corporeo di ogni individuo è sempre contemporaneamente modo psichico. Se la cultura occidentale non ha quasi mai preso in considerazione la relazione tra mente e corpo – come se il vissuto corporeo non avesse nulla a che vedere con il vissuto mentale – le tradizioni orientali hanno frequentemente sostenuto che corpo e mente fossero strettamente interconnesse come due espressioni diverse dello stesso organismo, concezione che venne poi adottata da numerosi studiosi e filosofi occidentali a partire dalla metà del ‘600. Così il corpo può essere un canale espressivo che, oltre all’estetica, esprime il riflesso di esigenze, credenze, condizioni.

Un esempio sono le pratiche di body art atte a ornare, abbellire o  modificare, che costituiscono la più antica e spontanea espressione della creatività umana. Pensiamo a come moltissime popolazioni tribali diano estrema importanza alla comunicazione non verbale, rendendo il corpo una vera e propria opera d’arte: in Africa come in Amazzonia la pittura del corpo è una consuetudine tutt’oggi praticata. Gli aborigeni australiani sono sicuramente fra le più antiche popolazioni che dipingono il proprio corpo, a rievocare il Dreamtime, il Tempo del sogno, ma pensiamo anche alle pitture corporali dei nativi americani, e al fatto che i coloni europei li definirono Pellerossa proprio per l’abitudine di alcune di queste tribù di dipingersi il volto con l’ocra rossa.

Come le altre forme di body art, anche la pittura del corpo nasce con uno scopo che va al di là della semplice decorazione. Il corpo poteva essere dipinto a scopo magico e rituale, come facevano – e presso alcuni popoli fanno ancora – gli sciamani, per entrare in contatto con le forze dell’universo. O a scopo cerimoniale, per sottolineare i “riti di passaggio” degli individui, come il momento dell’ingresso nell’età adulta; nelle danze propiziatorie, come quella della pioggia, nei rituali della caccia, ma anche prima del combattimento, per spaventare il nemico.

Sciamano dal corpo dipinto durante un rito
Fonte: segnodisegno.it

Ma la decorazione del corpo è anche ricerca dell’inconsueto, del bizzarro. Concentriamoci su manifestazioni della body art di tipo permanente, come tatuaggi, piercing, scarnificazione, la cui diffusione sembra essere un tratto caratterizzante dell’esperienza urbana. In realtà le trasformazioni di cui il corpo è capace non solo ne comprovano l’estrema duttilità (metaforica e letterale) ma, come abbiamo visto, sono una costante nella storia dell’uomo che ne ha fatto una pratica necessaria, presente in tutte le civiltà e altamente ritualizzata. Le scarnificazioni delle donne Nuba e i piattelli labiali indossati dalle donne Mursi in Africa, i tatuaggi tradizionali del Sud-Est asiatico, non sono altro che esempi tratti da una lista interminabile di alterazioni della materia corpo che, in questi casi, nascono sopratutto in virtù di un’esigenza di identificazione in determinati gruppi o tribù per sottolinearne l’appartenenza, una tendenza che va al di là del semplice gusto, come a voler eliminare il senso di esclusività (da non confondere con l’unicità), concetto discutibile in un mondo di oltre 7 miliardi di persone.

Etiopia, donna Mursi indossa il piattello labiale
Fonte: flickr.com

Diversamente sembra che la cultura del tatuaggio, del piercing e in generale della body art si sia evoluta in Occidente in virtù di un desiderio di distinzione, di valorizzazione della propria identità rispetto al contesto “massa”, quasi come forma di protesta all’omologazione (pensiamo al movimento Punk). Bisogna precisare, però, che anche il tatuaggio in origine fu frutto di un adattamento tribale, corrispondente al periodo coloniale. Basti pensare alla prima persona tatuata in Occidente nel 1769, la statunitense Olive Oatman, che dopo diverse disavventure visse un periodo a contatto con la tribù Mohave, presso i quali il tatuaggio era utilizzato già da secoli come “lasciapassare” per l’aldilà.

Inoltre c’è da considerare che nel contesto sociale non sempre i segni permanenti corrispondevano a scelte individuali quanto ad imposizioni, fungendo da vero e proprio marchio. Ma il tatuaggio nella sua evoluzione, che vede in Occidente la sua massima esaltazione “libera” a partire dagli anni ’60, costituisce nell’età moderna una forma d’arte mossa dalle motivazioni più disparate, che molto spesso si sovrappongono: per moda o bellezza; per la costituzione di una “self indentity”, dove il tatuaggio assume un significato solo per chi lo ha; per ricordare a sé stessi e agli altri un evento della propria vita particolarmente significativo; come testimonianza di coraggio della persona tatuata nel resistere all’incisione sulla pelle; per tradizione culturale; per il puro piacere nel rilascio di endorfine che provoca l’incisione; o ancora per nessuna motivazione particolare, ma tutte spingono l’individuo a tatuarsi e nessuna glielo impedisce. Tutte le suddette motivazioni, per quanto diverse, sociali o individuali che siano, agiscono col tempo e addirittura lo combattono, come ad elevazione di una parte di noi che ci apparterrà sempre, che abbia una valenza profonda o superficiale.

Realizzazione di un tatuaggio
Fonte: bcm.it

Questo “progresso corporeo”, visto ora in senso globale, nasce dalla contaminazione di tecnologie e carne, arcaismi e metallo, pelle e inchiostro. La tecnologia, ad esempio, rende possibile la pianificazione radicale della propria immagine con la chirurgia plastica: tutto ciò sottolinea la nostra spasmodica ricerca del corpo, il nostro corpo, che non è incosciente e neutrale, ma fatto di carne, sangue, pelle, piacere, dolore.

Ma la nostra tendenza e la nostra volontà a creare o stravolgere l’esistente è sempre frutto di un senso di inadeguatezza: in senso pratico potremmo pensare alle aragoste, il cui guscio non si espande insieme alla polpa, e così sono costrette a liberarsi della vecchia corazza opprimente per poi crearne una nuova, più spaziosa, che faccia respirare ciò che protegge.

Di riflesso c’è la nostra metamorfosi, che oltre a essere un processo naturale fisico e interiore costituisce una vera e propria esigenza personale. La body art, in questo senso, si pone come strumento al fine di realizzare il proprio cambiamento (evolutivo o regressivo): avvertiamo il bisogno di fare da tela al nostro quadro ideale, avvalendoci a volte, perché no, della nostra arguta capacità di finzione. Le cicatrici che scegliamo di indossare, squarci trasparenti della nostra barriera opaca, sono storie, farse, tragedie, commedie, poesie raccontate sottopelle.

La storia ci insegna dunque che la pittura del corpo, i tatuaggi, i piercing, la scarificazione, il modellamento del corpo e in generale la body art possono non limitarsi all’adempimento di una funzione estetica, ma anche iscrivere – o generare – dei significati a livello individuale e collettivo, specialmente definendo l’identità sociale e soggettiva di un individuo. Sono tracce che l’alfabetizzazione voleva rendere vane, ma che la nostra paradossale avversione alla comunicazione verbale valorizza, perché in realtà ogni singolo essere umano in qualche modo ha il bisogno connaturato di essere capito: se il corpo è un tempio, i suoi segni, di qualsiasi natura essi siano, sono le sue vetrate, alcune più trasparenti di altre.

Mena Trotta

Mena Trotta
Mena, classe 2001, studentessa di filosofia presso l'università di Bologna. Un po' lunatica, un po' lunare, attratta da un'armonia irraggiungibile e il fascino del caos, tendo ad oscillare tra fasi calanti e crescenti. Le contraddizioni e la curiosità mi spingono a viaggiare con il corpo e con la mente. Miro alla pienezza facendo da tela al mio quadro ideale. Fermamente convinta del fatto che l'arte in ogni sua forma, purtroppo, ci assolverà tutti.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui