La speranza di Shamsia Hassani nei murales di Kabul
Afghanistan, sui muri l'urlo di Shamsia Hassani Fonte immagine: https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2021/08/21/news/sui-muri-di-shamsia-1.40618164

È il 15 Agosto quando viene infranta la speranza di Shamsia Hassani di vedere una Kabul “diversa”. Kabul oggi è sì diversa, ma non come desideravamo che fosse. I talebani assediano la città e le conquiste con fatica ottenute diventano vane. Non vi è più spazio per la parità di genere e per la garanzia dei diritti universali. L’idea che la donna possa avere una libertà di pensiero e di azione, oggi, non è più contemplata: la sua figura è destinata alla sottomissione. Ancor prima che tale evento segnasse terribilmente le sorti delle donne afghane, la street artist Shamsia Hassani si è fatta portavoce di una realtà dolorosa che non può e non va ignorata. Le sue opere s’inseriscono difatti all’interno di un contesto dove a essere in guerra non sono soltanto le opposizioni, dove oppressione e schiavitù costituiscono per la donna una quotidiana normalità. Le donne raffigurate dalla street artist sulle pareti della città – o, per meglio dire, su quel che resta degli edifici – appaiono avvolte nel chador, indumento femminile tipico della tradizione islamica che copre l’intero corpo lasciando unicamente scoperto il volto. Col capo chino e gli occhi chiusi, spesso accompagnate da un pianoforte od un violino sottolineando altresì l’importanza della musica, l’immagine di queste donne viene inserita in una cornice di instabile ordinarietà destinata a frantumarsi al soffio del vento. Shamsia ha voluto sfidare quella realtà opprimente che non lascia spazio alla libera espressione di sé, e mediante la sua arte vuole ora dimostrare alle donne che non sono sole, che insieme si può lottare contro il mostro dell’ignoranza e dell’ingiustizia, contro il mostro della brutalità umana. Il diritto non conosce religioni, né luoghi geografici, questo è quel che Shamsia desidera trasmettere loro.

I think art can change society. […] The issue is not the burqa. In Afghanistan women have much bigger problems: no equality, no education. The burqa is just a symbol. […], my graffiti paintings cover the destructive effects of war, derelict surfaces and bullet holes. People look at those buildings differently. (Hassani, 2014)

Sebbene la strada da percorrere per giungere alla meta sia ancora lunga, la giovane street artist desidera impiegare le proprie forze per far sì che l’Afghanistan, l’Iran e tutti quei luoghi in cui ancora l’educazione e la civiltà sembrano essere irraggiungibili, possano un giorno ricostruire la storia del Paese a partire da quelle stesse pietre che oggi cedono a causa di bombe e proiettili che stanno distruggendo città e speranze. Sebbene Kabul sia avvolta da nubi di macerie e da una cultura maschilista e patriarcale, Shamsia Hassani ancora crede nel valore e nella forza dell’arte, intesa come strumento comunicativo ed educativo.

Un attentato alla vita

Damn in the war” è un’opera che lascia senza fiato, che costituisce un vero e proprio attentato alla vita poiché dedicata a coloro che nel Maggio 2020 hanno perso la vita nel reparto maternità dell’ospedale afghano gestito da un gruppo di Medici Senza Frontiere a causa di un terribile attentato terroristico. Dopo una prima esterna esplosione, probabilmente a opera di un kamikaze, gli attentatori hanno a lungo sparato danneggiando porte e finestre, finendo poi col fare irruzione all’interno dell’ospedale stesso dove mamme, bambini e infermieri rimanevano ingiustamente uccisi. L’opera raffigura perciò una donna incinta e in lacrime al passaggio di un carro armato alle sue spalle. Con questa, l’artista desidera esprimere la sua vicinanza a coloro che nel massacro, e più in generale negli attentati ai danni della sua e dell’altrui terra, hanno perso e quotidianamente ancora perdono genitori, figli, colleghi e non solo. Giorno dopo giorno, attentato dopo attentato, vengono anche meno la fiducia nell’umanità e la speranza di poter cambiare le sorti di un Paese in guerra, la speranza – di Shamsia Hassani e di tutti – di vivere un mondo migliore.

Restare o migrare?

Ma a distruggere il Paese non sono soltanto i conflitti bellici. Anche l’assenza di un’istruzione per tutti e di una cultura improntata alla parità di genere inducono le persone a sognare la Terra Promessa, a migrare verso la stessa alla ricerca di nuove e più proficue opportunità. Tuttavia, non sempre l’utopia diviene realtà e i sogni, come le mura, si frantumano. Ci si ritrova allora a vivere in un limbo, in bilico tra una patria che strappa e lacera i sogni e le aspirazioni, e un Paese che disattende l’idillio sognato e sperato. “Sometimes we think that we are hovering between two decisions, between leaving and staying, attachment and letting go […], forgetting or remembering”. Con queste parole, Shamsia Hassani esprime l’incertezza che caratterizza il processo migratorio, dal senso di profondo attaccamento che si contrappone al senso di smarrimento, dal desiderio di portare con sé i ricordi legati alla storia ed alle tradizioni del Paese ed il bisogno di dimenticare un vissuto di conflitti e lotta alla sopravvivenza.

Qual è allora il ruolo dell’arte in uno scenario ove a regnare sovrana è la distruzione, è l’abolizione dei diritti umani, è l’incertezza del domani? Shamsia Hassani, attraverso i murales, cerca quindi di portare colore tra le vie di una città ridotta a brandelli dai “potenti” e di far sentire la propria vicinanza alle “impotenti”. La vicinanza e l’unione sembrano dunque essere le vere protagoniste delle sue opere, al di là del velo e del capo chino.

Quanto ancora bisognerà aspettare prima che Kabul non sia più un cimitero di diritti?

Perché Kabul non resti ferma al 15 Agosto 2021.

Aurora Molinari

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