
Circa un anno fa, l’ANPI Nazionale ha tenuto a Bologna la propria festa nazionale, dal titolo “Facciamo Costituzione“. Dato il luogo è parso naturale e doveroso dedicare una mattinata alla visita dei luoghi dell’eccidio nazifascista di Marzabotto e Monte Sole. Nel suo celeberrimo (e iper-citato) discorso agli studenti milanesi, Piero Calamandrei parlava così delle visite ai luoghi dell’antifascismo: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità della nazione, andate là, o giovani, col pensiero, perché là è nata la nostra costituzione».
Toccare con mano i luoghi è il modo più potente per capire, o quantomeno conoscere, la Storia. Forse, complice il tempo trascorso, si ha talvolta la percezione della Resistenza come un fatto mitico, quasi proveniente dalla penna di uno scrittore: invece è un fatto umano, esistito nella concretezza di sentimenti umani e di luoghi che tuttoggi fanno da sfondo alla nostra quotidianità.
È ancora lì, al centro di Piazza Garibaldi a Ravenna, quella statua dell’Eroe dei due mondi su cui Arrigo Boldrini, la sera dell’8 settembre 1943, si arrampicò e tenne un discorso pubblico; sono ancora sui muri di Via Rasella, a Roma, i fori dei proiettili tedeschi; a Milano ci sono ancora Piazza Sansepolcro e Piazzale Loreto, dove, in qualche modo, il fascismo nacque e morì.
Camminando assorti nei nostri pensieri, passiamo ogni giorno, per caso e senza accorgerne, in luoghi che sono stati teatro della nostra Storia: e allora fermarsi ogni tanto a riflettere, o anche scegliere di recarcisi intenzionalmente, diventa un esercizio di democrazia.
Per questo siamo andati in visita a Marzabotto e Monte Sole, teatro del più efferato massacro nazifascista, che è costato la vita a 770 vittime di cui 216 bambini, 142 anziani, 316 donne. In quelle montagne e colline, dove la furia nazifascista ha lasciato una traccia indelebile nella Storia e nella coscienza di tante generazioni di italiani, ancora oggi si respira un’aria di sacralità. Ancora oggi, ottant’anni dopo e con un pervicace tentativo in corso, da parte dell’estrema destra, di riscrivere la Storia, delegittimando la resistenza e riabilitando i fascisti.
Con “Eccidio di Marzabotto” non si intende una determinata strage compiuta interamente in un determinato luogo – come fu, ad esempio, la strage delle Fosse Ardeatine -, bensì una serie di stragi, compiute nell’arco di una settimana (tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944) in diversi Comuni limitrofi. Oltre a quello di Marzabotto, furono coinvolti anche i comuni di Grizzana Morandi e Monzuno. Secondo le verifiche compiute dal Comitato Regionale per le onoranze ai Caduti di Marzabotto, l’eccidio comprende una serie di singoli episodi di violenza assassina contro civili inermi, che si consumarono in 115 luoghi diversi. Fu una vastissima operazione di rastrellamento e sterminio, in cui vennero eliminate intere comunità di persone che vivevano in piccoli o piccolissimi paesi o aggregati di case. Una settimana in cui le truppe naziste – guidate, coadiuvate e istigate dai fascisti italiani – bruciarono case e cascinali, ammazzarono animali e trucidarono donne, uomini e bambini.
Eloquente è la scheda che Paolo Pezzino, già Presidente dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, ha realizzato sull’Eccidio per l’Atlante delle stragi nazifasciste. Pezzino scrive che si trattò di un’operazione pianificata «[…] nel quadro di una politica del massacro e della terra bruciata – una vera e propria “guerra ai civili” – sistematicamente praticata al fine di combattere il fenomeno partigiano non già contrastando militarmente le formazioni, ma eliminando attraverso la devastazione di un territorio le condizioni ambientali – fisiche quanto umane – che consentivano la loro esistenza ed operatività».
Una verità storica evidente, eppure spesso asfissiata dal peso della propaganda neofascista, che tenta continuamente di sminuire la portata dell’Eccidio, minimizzare le colpe dei fascisti italiani e far ricadere le colpa sulle formazioni partigiane, per la loro stessa esistenza.
In questo ottantunesimo anniversario, allora, oltre ad un pensiero alle vittime, un impegno per il presente: informarci e studiare, per essere in grado di fare verità storica e raccontare a chi abbiamo intorno (e tramandare a chi viene dopo) la nostra Storia, magari toccando con mano questi nostri luoghi.
Gabriele Bartolini

















































