Kim Jong Un, il leader della Corea del Nord che è stato né vivo né morto
Fonte: edition.cnn.com

Un sorridente e gioviale Kim Jong Un si è mostrato in pubblico per il taglio del nastro, rigorosamente vermiglio, di una fabbrica. Trascorsi i venti giorni dall’ultima apparizione ufficiale, erano state formulate le ipotesi più svariate: vivo e vegeto, gravemente malato, già defunto. Il mistero sulla sorte del leader supremo della Repubblica Popolare Democratica di Corea (Corea del Nord, per i profani), che ha tenuto in trepidante attesa gli analisti delle relazioni internazionali di tutto il mondo, si è infine risolto, ma solo in accordo alla volontà del Politburo, l’unica a poter davvero stabilire la verità.

La misteriosa scomparsa di Kim Jong Un

Per settimane, il giovane leader nordcoreano è stato come il gatto di Schrödinger: sia vivo che morto.

Un giallo intrigante che parte dal presupposto inverso rispetto alla letteratura classica in materia. Ad essere oggetto del mistero non è tanto l’identità dell’assassino, quanto piuttosto l’effettiva presenza del “corpo del reato”: le spoglie della vittima illustre, Kim Jong Un. Il giovane rampollo della dinastia socialista non ha calcato le scene della vita pubblica del paese dal 12 aprile, ma è stata la sua assenza il 15 aprile, giorno delle imponenti parate militari a celebrare l’anniversario di nascita del padre della patria, il nonno Kim Il Sung, a destare sensazione e ad animare sospetti.

Il fatto che Kim “terzo” non abbia presenziato a una delle più sentite liturgie del potere in Corea del Nord ha portato inevitabilmente a dubitare della sua salute, se non della sua stessa vita. Diverse le fonti di informazioni, per lo più statunitensi e sudcoreane, che si sono espresse in merito, muovendosi ondivaghe tra fatti e speculazioni: il leader nordcoreano poteva versare in condizioni critiche e/o pesantemente invalidanti, dovute alle conseguenze di un intervento di chirurgia cardiovascolare, oppure poteva essere già defunto, con conseguente omertoso silenzio presso le gerarchie politiche e militari di Pyongyang.

Tornava immediatamente alla mente il precedente storico più recente: la morte di Kim Jong Il, figlio di Kim Il Sung e padre di Kim Jong-Un, è stata annunciata dalla propaganda nordcoreana il 19 dicembre 2011, soltanto due giorni dopo la data ufficiale del decesso, avvenuta verosimilmente molto prima, ma posticipato per consentire senza complicazioni il delicato passaggio di potere.

Kim Jong Un
Fonte: tpi.it

I vertici della Corea del Nord non sono nuovi ad assenze improvvise dallo spettro mediatico, per le ragioni più disparate, e spesso ignote. L’impenetrabilità ormai proverbiale del cosiddetto “Regno Eremita”, legata a doppio filo all’auto-perpetrazione di una machiavellica ragion di Stato, ha spesso reso indecifrabile il comportamento dei Kim, dettato da convenienze ed alchimie politiche impossibili da comprendere al di là del 38esimo parallelo: una realtà meno monolitica di quanto possa apparire, segnata da continui conflitti e negoziazioni interne alle élite politiche, sempre sottaciute: un modus operandi alle quali i sistemi istituzionali di matrice marxista-leninista ci hanno abituato.

Se è acclaratamente impossibile reperire informazioni certe sulla vita politica in Corea del Nord, prima di esibirsi in prematuri necrologi sarebbe stato meglio attenersi a qualche certezza più o meno accidentale, per quanto possibile inconfutabile: alcune foto satellitari, che ritraevano il treno blindato degli spostamenti di Kim Jong Un collocato alla stazione di Wonsan, dimostrerebbero che egli si trovasse in queste settimane presso la cittadina balneare dove la famiglia più potente della penisola coreana trascorre di solito la villeggiatura.

Non una banale vacanza, non c’è dubbio: il leader supremo potrebbe aver attraversato in loco le fasi della convalescenza di un delicato intervento, ma non sarebbe stato tuttavia in pericolo di vita, altresì la località prescelta sarebbe stata diversa. Resta in campo, e prende piede, anche l’ipotesi di una quarantena “dorata”, per scampare al pericolo di un possibile contagio del Coronavirus. D’improvviso, nella notte tra il primo maggio e il giorno successivo, il colpo di scena: dopo la circolazione di rumors insistenti, una prova fotografica resa nota dall’agenzia di stampa ufficiale della Corea del Nord e dal quotidiano del Partito dei lavoratori, ritrae il leader supremo all’inaugurazione di una fabbrica.

Kim Jong Un
Kim, il redivivo. Fonte: liberatv.ch

«Spiacente di deludervi, ma la notizia della mia morte è oltremodo esagerata», direbbe Mark Twain. Il giallo nordcoreano si risolve senza il colpo di scena finale. Ma l’avvincente suspance che lo caratterizzava può muoversi ora sul filo del periodo ipotetico: un’occasione, la presente, per dispiegare l’essenza della leadership nordcoreana.

La Corea del Nord che verrebbe: cambiamento e status quo

E se effettivamente la salute di Kim Jong Un fosse precaria (ciò potrebbe spiegare il lungo soggiorno a Wonsan e la scomparsa più che bisettimanale dalle scene), e culminasse in una sua prematura scomparsa, cosa accadrebbe? Perché interessarsi apprensivamente alle sorti di una dittatura isolazionista di modeste dimensioni demografiche, territoriali o economiche?

La Corea del Nord, giova ricordarlo, è la quinta potenza militare al mondo per numero di personale attivo nell’esercito, pari a circa un milione, che arriva a ben 5 milioni se si considerano le riserve, e dispone di un propagandatissimo arsenale di armamenti nucleari. Inoltre, la penisola coreana, all’intersezione delle principali potenze mondiali e caratterizzata da regolari e aspre tensioni dalla guerra del 1953, rappresenta la miccia geopolitica forse più pericolosa per la deflagrazione di un conflitto mondiale. Questo spiega la grande attenzione mediatica per la questione, ed anche le manovre ispirate alla segretezza e alla prudenza dei vertici nordcoreani in questa ed altre occasioni.

Corea del Nord
Kim Yo-jong. Fonte: thesun.co.uk, AP Associated Press

Morto Kim Jong un, si aprirebbe la fase della successione (altrettanto tensiva e politicamente avvincente). Qualsiasi rivoluzione politica o fase di apertura sarebbe largamente impensabile: l’apparato propagandistico e il poderoso dispositivo militare fedelissimo al regime agiscono all’unisono per scongiurare e stroncare sul nascere ogni possibile tentativo di sovvertire le gerarchie. A prendere forma, più verosimilmente, sarebbe un passaggio di consegne attentamente concertato e pianificato.

Nonostante l’assenza di eredi diretti (Kim Jong Un non ha figli) e la mancanza di una prassi consolidata al riguardo, il campo delle ipotesi di successione si restringe a un membro della famiglia Kim, a una figura di alto profilo interna al Politburo, oppure a un organismo collegiale presieduto direttamente dai militari (propedeutico alla scelta di un nuovo leader).

Corea del Nord
Choe Ryong-hae. Fonte: scmp.com, EPA-EFE

I due nomi che gli osservatori internazionali hanno fatto con più insistenza sono quelli di Choe Ryong-hae, quintessenza dell’élite politico-militare coreana, secondo in comando dell’esercito e vice-segretario del partito dei lavoratori, e di Kim Yo-jong, sorella e fedelissima collaboratrice dell’attuale leader supremo, ambiziosa direttrice de facto del dipartimento per la propaganda, e protagonista dei summit con Trump sulla denuclearizzazione.

Quest’ultima, considerata forse la candidata più papabile per diretto volere del fratello, sarebbe la prima donna al vertice di uno stato totalitario, ma perpetuerebbe comunque la stabilità del dominio diretto della famiglia Kim.

Kim vive e vivrà

Qualora la Corea del Nord, logorata dalle lotte di potere per la successione, entrasse in una fase di incertezza tale da provocarne il collasso improvviso, oppure fosse guidata da una leadership debole, la sicurezza del pianeta ne sarebbe compromessa. Ma si tratta di uno scenario verosimile?

Proprio “la Bomba”, non a caso tanto agognata dai Kim tutt’altro che folli guerrafondai, rappresenta la migliore assicurazione sulla vita del regime, la cui sopravvivenza conviene agli alleati Russia e Cina per preservare il proprio bastione-cuscinetto in funzione di contenimento anti-americana, ma anche agli stessi Stati Uniti, angustiati da una possibile proliferazione delle armi nucleari e da una riduzione del proprio ruolo di “gendarme” nell’area, ed in ultima analisi a Giappone e Corea del Sud, terrorizzati da una possibile escalation militare.

Kim
Kim Il Sung. Fonte: thenational.ae, Getty Images

Qualora Kim Yong Un trapassasse, verosimilmente, la deterrenza nucleare contribuirebbe a mantenere graniticamente intatto lo status quo: le conseguenze geopolitiche sarebbero minime e chiunque incarni il potere proseguirà sullo stesso asse strategico dei predecessori. Il Juche, l’ideologia nazionale nordcoreana teorizzata proprio dal capostipite della dinastia dei Kim, ed emanazione distorta del marxismo, parla chiaro: il destino del popolo coreano corrisponde alla volontà incrollabile ed immutabile della sua leadership verso la realizzazione degli ideali “autarchico-socialisti” della rivoluzione, unico ed inderogabile orizzonte di senso.

L’identità del vertice politico nordcoreano non riveste davvero importanza, così come il suo stato entropico. Nella Corea del Nord la fattualità, la verità, e addirittura la vita e la morte, sono dunque eminentemente e necessariamente ancelle subordinate alla politica. Del resto, il defunto leader supremo del popolo, Kim Il Sung, è ancora de iure il Presidente (eterno) della Repubblica: in un certo senso, come il nipote, egli è ancora vivo.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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