Lovegiver e disabilità: la sessualità è un diritto di tutti.
Fonte: https://www.thewebcoffee.net/2018/01/11/assistente-sessuale-disabili/

Sessualità e disabilità, due facce di una stessa medaglia che ancora costituisce una questione cruciale: da un lato il tentativo di liberare la mente collettiva dal tabù che aleggia attorno all’immagine della sessualità, dall’altro il disinteresse nei confronti delle esigenze di una realtà troppo spesso taciuta, quale la disabilità.

Oggi sappiamo che la sessualità, in quanto bisogno innato dell’essere umano, è un diritto. Le campagne di sensibilizzazione, le proposte di intervento avanzate dalle Istituzioni, la divulgazione del sapere favoriscono una più ampia conoscenza del tema ed una maggiore presa di consapevolezza del sé.

Tali premesse sembrano però ignorare una parte della popolazione che ancora si vede privata del diritto di poter disporre liberamente del proprio corpo e soddisfare gli impulsi derivanti da tale bisogno. Per le persone con disabilità risulta difatti gravoso, talvolta impossibile, vivere una sessualità libera e piacevole. Questo perché il binomio sessualità-disabilità è ancora oggi per molti un tabù: non se ne parla, prediligendo la pedagogia del silenzio e della dimenticanza. Tuttavia, non manca chi al contrario riconosce l’importanza dell’appagamento del bisogno seppur con modalità alternative.

L’educazione sessuale, da tempo giudicata necessaria all’interno dei contesti scolastici perché rivolta in particolar modo a giovani adolescenti che si affacciano al mondo della scoperta del sé, della relazionalità e delle prime volte, per far sì che possa dirsi completa deve tener conto anche della disabilità. Da qui l’importanza di una figura, quella dell’educatore sessuale, col compito di guidare le persone con disfunzionalità psico-fisiche nella sperimentazione dell’affettività e della sessualità, abbattendo stereotipi e rendendo concreto un diritto di tutti. Alla luce di siffatte considerazioni, per meglio definire tale professione è stato adoperato l’acronimo O.E.A.S., Operatore all’Emotività, all’Affettività, alla Sessualità.

L’educatore sessuale in molti Paesi d’Europa quali la Germania e l’Olanda, ove le prime agenzie volte ad erogare il servizio di assistenza sessuale sono nate negli anni Ottanta, è più comunemente riconosciuto con il nome di love giver ed è tenuto a seguire un corso di formazione teorico e psico-corporeo sui temi della sessualità, soffermandosi anche sull’importanza di riconoscere la disabilità non come una inabilità, bensì come una diversa abilità che va aiutata a perseguire l’obiettivo.

https://www.italiachecambia.org/2015/03/amare-senza-barriere-assistenza-sessuale-disabili/

Nel nostro Paese invece, nonostante nella città di Bologna esista dal 2013 il comitato “Lovegiver” volto ad introdurre tale professione nel quotidiano al fine di difendere e tutelare i diritti anche sessuali delle persone con disabilità, l’O.E.A.S. ancora non è riconosciuto a livello legislativo, né socio-culturale. Indurre tacitamente persone spesso imprigionate in una mera categoria a reprimere innate esigenze fisiologiche a causa di una difficoltà psico-fisica significa di fatto diffondere errate e limitante convinzioni circa il binomio sessualità-disabilità. Ma a grande sorpresa anche la Toscana ha deciso di muovere i suoi primi passi verso il riconoscimento di tale diritto.

«Abbiamo tenuto conto del fatto che in vari Paesi europei esiste ed è riconosciuta dalle istituzioni la figura dell’assistente sessuale o LoveGiver. (…) Lo scopo (…) è realizzare un percorso di educazione all’affettività e alla conoscenza del proprio corpo. Un percorso che porterebbe a sensibilizzare il pregiudizio dell’opinione pubblica su questo tema.» Queste le parole di Mimma Dardano, presidente della Commissione politiche sociali e della salute, sanità e servizi sociali, che ha recentemente approvato all’unanimità l’istituzione della figura dell’educatore sessuale, invitando così il sindaco di Firenze a promuovere la questione ed includerla nei percorsi di cura rivolti a persone fragili e ai loro caregiver.

https://www.dire.it/21-12-2017/161610-sesso-e-disabili-un-documentario-per-rompere-il-tabu/

C’è chi però presenta dubbi sulla questione, giudicando l’assistenza sessuale una forma di prostituzione. Appare pertanto opportuno soffermarsi brevemente sulle due professioni: da un lato il lavoro più antico del mondo dove il rapporto di dare-avere è basato sullo scambio di denaro e rapporti sessuali, dall’altro un lavoro di cooperazione tra una figura professionale adeguatamente formata ed un soggetto fragile. In quest’ultimo contesto si attribuisce importanza al contatto visivo, si sperimenta lo sfioramento, senza mai giungere ad un rapporto sessuale. La differenza riguarda dunque la “prestazione”: nel primo caso è richiesto ed offerto un fugace momento di piacere destinato a concludersi nell’immediato, nel secondo caso le parti si impegnano a riconoscere e soddisfare con modalità alternative delle pulsioni innate che altrimenti verrebbero represse.

In questo modo la persona con disabilità viene portata al di fuori della condizione di marginalità cui è spesso relegata, liberandosi dalle invisibili catene dei pregiudizi. Secondo il principio di quello che il sociologo americano Charles Horton Cooley (1864-1929) ha definito “looking glass self” la persona è portata a identificarsi sulla base dell’immagine che la collettività quotidianamente le restituisce: la percezione che l’altro ha di me rappresenta uno specchio nel quale mi rifletto, pertanto la convinzione dell’esistenza di un limite porterà la persona con disabilità a percepirsi come non conforme alla normalità, e viceversa positivamente.

Uscire dall’ottica della disabilità come impossibilità ed entrare in un’ottica diversa, più inclusiva, abbattendo non solo le barriere fisiche ma anche quelle mentali e socio-culturali è importante se si vogliono rispettare i diritti e la dignità di tutti. L’identità e la libertà sessuale non costituiscono “categorie a parte” della vita di una persona, bensì aspetti che contribuiscono alla formazione globale di ciascuno di noi. La disabilità non deve in nessun modo rappresentare la discriminante per la soddisfazione o negazione dei diritti di cui la Convenzione ONU da tempo si fa portavoce.

Aurora Molinari

Pugliese, classe 1997. Da bambina sognavo di diventare una giornalista, o magari una scrittrice. Oggi sono invece un'educatrice, specializzata nel disagio sociale, con la passione per la scrittura. E non solo.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui