Sicurezza Torino

I fatti di Torino del 21 marzo, quando una pacifica manifestazione di critical mass è stata caricata violentemente dalla polizia, hanno fatto riapparire un fantasma che negli ultimi tempi infesta le strade del capoluogo piemontese: la repressione violenta, fatta in nome della sicurezza.

Il senso di una manifestazione, soprattutto pacifica, può essere riassunto volgendo uno sguardo al passato, in particolare ai moti del Sessantotto, che provocarono disagi temporanei in nome di alcuni diritti di cui gioviamo ancora oggi. All’epoca l’idea di reprimere una manifestazione in nome della sicurezza non era pensabile, ma si stava già avvicinando.

Una manifestazione, infatti, è il modo con cui il popolo comunica con le istituzioni. Ma, a quanto pare, negli ultimi anni le istituzioni assenti non vogliono che il popolo, che vuole essere ascoltato, le svegli.

Una strana “tendenza”

Tradizionalmente il nostro è un Paese a cui non piacciono le manifestazioni. Paradossalmente le istituzioni democratiche, da sempre più aperte all’ascolto delle istanze territoriali, sono state quelle che hanno risposto con autoblindo, getti d’acqua e manganelli.

Nonostante la Costituzione stabilisca all’art. 17 il diritto di riunione, una strana tendenza, volta a frenare la possibilità di dar vita a delle manifestazioni, si è affermata prepotentemente. Dal ’68 al G8 di Genova, lo Stato ha sempre reagito malamente a qualsiasi tipo d’iniziativa considerata “fuori dagli schemi”, seppur pacifica e istituzionalmente pacata. Come se i Governi, volutamente, volessero nascondere (dolorosamente) ogni tipo di istanza, richiesta o supplica proveniente da una classe, da un territorio o da un singolo gruppo d’interesse.

Da questi precedenti, dunque, deriva il cattivo rapporto del nostro Paese con le manifestazioni. Una tendenza che denota una grave carenza democratica all’interno delle istituzioni.

In nome della sicurezza

La strana tendenza sopracitata segue una direttrice comune: la sicurezza. Cioè la necessità dello Stato di cercare la sicurezza, imponendola nella maggior parte dei casi, per “far finta” che tutto vada bene e che non sia successo niente di sgradevole. La repressione che ne consegue, violenta e senza precedenti, è solo la tragica conseguenza di una disperata ricerca di “ordine e disciplina”.

L’intervento armato dello Stato il quale irresponsabilmente interrompe il godimento di diritti costituzionalmente stabiliti, concepiti per salvaguardare non solo la vita democratica ma anche quella di coloro che ne fanno parte, è una sorta di ritorno a un passato buio e autoritario, non adatto a un Paese civile come il nostro. Il diritto di riunione, di questo passo, se sgradito allo Stato, può essere revocato a suon di pistolettate da parte dello stesso, nonostante questo abbia trovato il favore dell’Unione Europea, la quale lo ha anche inserito all’interno della Carta di Nizza.

La sicurezza e l’ordine, seppur importanti, non possono e non devono essere usati violentemente come pretesto per interrompere lo svolgimento di una manifestazione pacifica, democratica e costruttiva. Il rispetto della legge, valore superiore sempre e dovunque, dovrebbe essere imposto, invece, a coloro che si servono della democrazia per cortei e manifestazioni che contemporaneamente ne minano le basi.

I fatti di Torino e il decreto Salvini

I fatti del 21 marzo scorso, in questo senso, sono emblematici. Torino, dopo lo sgombero dell’ex asilo di via Alessandria (febbraio 2019), è diventata una città dove si respira un’aria surreale, come se si fosse tornati indietro di cinquanta anni. Gli scontri con la polizia hanno portato alla mente la lotta armata che giornalmente avveniva negli anni ’70 tra le forze di polizia e gli anarchici, i comunisti e i neofascisti.

Invece, realtà alla mano, si trattava della più pacifica delle manifestazioni: una “passeggiata critica” in bici in nome di un ideale, quello ambientale (e che dovrebbe interessare la stessa Torino, città più inquinata d’Europa), è stata interrotta dalla polizia, stranamente in tenuta anti-sommossa, che si è messa ad aggredire i manifestanti, a fermarne tre, bloccando il traffico per qualche ora. Una ricostruzione dell’ufficio stampa del Comune di Torino ha fatto sapere ai giornali che, molto probabilmente, la polizia ha agito in questo modo perché tra i manifestanti si nascondevano gli anarchici dell’ex asilo.

Ma qui sorge un altro interrogativo: la probabile (e indimostrabile) presenza di anarchici giustifica questo indecoroso comportamento da parte di chi dovrebbe garantire la nostra incolumità?

Questo interrogativo, inquietante per certi versi, dimostra l’incompetenza delle istituzioni di ascoltare le istanze territoriali, le quali per un futuro sostenibile scendono in piazza pacificamente per manifestare il proprio dissenso nei confronti del consumismo sfrenato che ha portato non solo l’Italia, ma tutto il mondo, a disinteressarsi della salute del pianeta Terra e dei suoi abitanti.

Il problema, però, è che i poliziotti hanno agito secondo la legge, non commettendo nessun abuso. Nonostante l’indignazione popolare e politica, le forze dell’ordine hanno agito secondo il decreto 113/2018 (Decreto Salvini) e cioè secondo il “reato di blocco stradale” che prevede dai due agli undici anni di carcere. Una manifestazione qualsiasi, dunque, può essere facilmente (e violentemente) sgomberata dal poliziotto di turno se blocca il traffico.  Un decreto “sicurezza” che garantisce la licenza di “menare“. Sicurezza?

Uno Stato che, in nome della sicurezza, ascolta

Interrompendo la triste tendenza degli ultimi anni, cioè quella del repentino aumento degli scontri tra polizia e dimostranti (Jobs Act, TAV, NCC), uno Stato, non di polizia, ma democratico e consapevole dovrebbe solamente ascoltare pacificamente le richieste di coloro che manifestano e chiedono che lo Stato venga loro incontro.

Sedersi a un tavolo, trattare pacificamente delle condizioni e trovare una soluzione a un problema è il simbolo di uno Stato vicino ai propri cittadini i quali si sentiranno più vicini alle istituzioni, rafforzando quel rapporto di stima e fiducia che da alcuni anni a questa parte si è andato indebolendo.

Uno Stato che ascolta è il livello più alto che un’istituzione democratica possa raggiungere.

Donatello D’Andrea

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