Eneide, pietas, virtù, destino
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Agli albori del suo principato, Ottaviano Augusto desiderava celebrare la nascita di Roma e la sacralità della sua stirpe, la gens Iulia. Al suo cospetto gravitava un gruppo di poeti e letterati capeggiati da Mecenate, il più famoso intellettuale dell’epoca che aveva dato origine a un circolo letterario molto proficuo e attivo dal punto di vista culturale. Tra i letterati che facevano parte del circolo di Mecenate c’era Publio Virgilio Marone, mantovano di nascita ma stabilitosi a Roma per apprendere l’arte della retorica e della poesia. Virgilio fu scelto da Augusto per celebrare le virtù e la pietas e per narrare il destino dell’eroe troiano che era stato scelto dalle divinità per dare origine a una nuova caput mundi: fu questa la circostanza in cui prese forma l’Eneide.

L’Eneide è il capolavoro di Virgilio: già autore delle Bucoliche e delle Georgiche, il poeta mantovano ebbe l’onore di narrare le gesta di Enea, definito dai critici letterari l’eroe romano per eccellenza in quanto è la massima incarnazione della pietas, delle virtù supreme e morali della romanità dell’epoca.

L’Eneide, mescolanza di viaggio e guerra

Che Virgilio si sia ispirato a Omero per scrivere l’Eneide non ci sono dubbi: il poema latino prende spunto dallOdissea e dall’Iliade sia per lo stile che per i contenuti. Infatti nella prima parte dell’Eneide, Virgilio narra il lungo viaggio di Enea che dopo la sconfitta di Troia, insieme al padre Anchise e al figlioletto Iulio, lascia la città natale perché il destino gli ha riservato un arduo compito: fondare una nuova città sulle sponde del Lazio.

Perseguitato all’ira di Giunone, dopo una tempesta Enea giunge sulle coste di Cartagine e viene accolto dall’infelice Didone: la regina si innamorerà perdutamente dell’eroe troiano il quale però, rispettoso del volere degli dei e del destino che questi gli avevano riservato, la lascia senza darle alcuna spiegazione. Didone, affranta e sconvolta dopo la partenza di Enea, si dà al suicidio proprio con la spada che l’eroe troiano le aveva donato.

Nel castello di Didone, durante un abbondante banchetto, il pius Enea racconta la fuga da Troia, il viaggio con i superstiti troiani e l’approdo sull’isola di Delo: lì l’oracolo di Apollo gli ha affidato il compito di dare inizio a una nuova storia in una nuova terra, la penisola italica. L’oracolo inoltre gli rivela che il destino ha in serbo grandi cose e che sarà il fondatore di una nuova dinastia capace di superare in potenza ogni altra città mai esistita prima. Il viaggio però continua in Sicilia, terra in cui Anchise trova la morte, e poi verso la meta predefinita; ancora una volta la dea Giunone, da sempre ostile ai troiani, scatena una tempesta facendo approdare Enea e i suoi compagni sulle coste africane.

Cupido scaglia il suo dardo d’amore: Didone è perdutamente innamorata di Enea e lo ascolta con interesse e attenzione. La regina e l’eroe troiano si abbandonano alla passione durante una battuta di caccia, ma l’amore e il coinvolgimento non basteranno a Enea per venir meno alla promessa fatta agli dei.

Il suicidio di Didone è uno dei passi più strazianti di tutta l’Eneide: l’infelice regina si strappa i capelli, urla e piange, è affranta perché il suo Enea ha anteposto la pietas e la virtù all’amore sincero e passionale. Non c’è altra soluzione se non la morte, ma prima non manca un riferimento storico che si tramuta in una vera e propria maledizione: Didone profetizza l’aspra rivalità e l’inimicizia tra Roma e Cartagine che sfocerà poi nelle guerre puniche.

Enea rivedrà Didone negli Inferi: nel VI libro, l’eroe della pietas verrà accompagnato dalla Sibilla cumana nell’Averno, il regno dei morti e degli inferi. Lì incontrerà Caronte, il berbero traghettatore delle anime reso più famoso da Dante nella sua Commedia, suo padre Anchise e nuovamente l’infelice Didone: il destino questa volta si fa da parte e la sidonia Didone si rivolge altrove tenendo fissi gli occhi al suolo e recandosi dall’antico sposo Sicheo.

A partire dal VII libro dell’Eneide, il tema del viaggio lascia spazio al tema della guerra: Enea è finalmente giunto sulle coste del Lazio e sta per portare a compimento la sua missione. Il destino ancora una volta gli riserva più di una sorpresa: Lavinia, la sua futura sposa, e Turno, re dei Rutuli e valoroso combattente.

Dopo aver ucciso Turno il quale non aveva risparmiato l’anima di Pallante, il pius Enea può finalmente sposare Lavinia: l’Eneide si conclude con solennità e maestosità in quanto il dio Giove proclama la vittoria troiana e la nascita di una nuova città destinata a cambiare le sorti dell’intero mondo dell’epoca.

Enea, l’eroe della pietas e della virtù

Tra gli svariati epiteti che Virgilio usa nell’Eneide ricorre spesso l’espressione il pius Enea. Che cosa significa?

La pietas è uno degli antichi valori romani: Enea non è un eroe feroce o spietato, non cerca la gloria con le armi e con la fuga, semplicemente sceglie di sottostare al volere delle divinità. Il pius Enea è un uomo ricco di virtù che antepone qualsiasi cosa all’amore per la famiglia e per la patria sottomettendosi alla missione che il destino gli ha affidato. Enea rinuncia ai suoi valori più cari, rinuncia all’amore per Didone: non è solo un’effimera passione dettata da un momento di debolezza, ma la storia d’amore tra i due personaggi è un continuo susseguirsi di emozioni per il lettore e per gli ascoltatori. Didone estremizza la situazione scegliendo il suicidio tra lacrime e maledizioni, ma Enea non si ferma e prosegue verso il suo obiettivo pur avendo il cuore colmo di tristezza.

Gli epiteti usati da Virgilio nell’Eneide servono proprio a caratterizzare i personaggi dal punto di vista psicologico e caratteriale: l’intento è quello di evidenziare le qualità morali di ogni eroe dando prova di una raffinatissima arte.

L’Eneide è anche il poema della grandezza e della celebrazione del potere augusteo: durante la pax augustea Roma raggiunse il suo massimo splendore dal punto di vista politico, economico e culturale. Dopo più di un secolo di guerre civili, dittature e lotte sanguinose, Augusto era il princeps dell’equilibrio e della maestosità di Roma, la città più forte del mondo dell’epoca. Con il poema Virgilio sottolinea le radici illustri e divine, le virtù e la legittimità del potere di Augusto, discendente direttamente da Enea e dalla memorabile gens Iulia.

Arianna Spezzaferro

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Arianna Spezzaferro, nata a Napoli il 12/04/1993, è laureata in Lettere Moderne e specializzata in Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Amante della cultura umanistica, della filologia romanza e della lettura, aspira a diventare un'insegnante di Letteratura italiana, perché crede fermamente di poter trasmettere, in futuro, ai suoi alunni l'interesse vivo per tale disciplina. Attualmente scrive per Libero Pensiero News come coordinatrice della sezione Cultura e delle rubriche ed è docente di lettere nella scuola secondaria di II grado.

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