Leopardi, Napoli
fonte Il Libraio.it

Sulla figura di Giacomo Leopardi sono stati scritti saggi, libri e una quantità immane di parole. Il gigante della letteratura italiana sembra essere stato reso immortale dalle continue celebrazioni a lui dedicate, dalle decine di migliaia di tesine di maturità che lo hanno visto protagonista, dagli innumerevoli critici che ne hanno decantato le opere e la vita e, soprattutto, dalla bellezza inarrivabile dei versi delle poesie che lui stesso ha composto. Eppure, ogni volta che un nuovo tassello si aggiunge a completare l’enorme puzzle della sua esistenza, è sempre un’emozione fortissima. È proprio quando una nuova scoperta sulla figura di Leopardi fa capolino da qualche manuale impolverato riposto in qualche scaffale della Biblioteca Nazionale di Napoli che sembra che tutte le parole spese a decantarne la grandezza e a lui dedicate sembrano non bastare più. E occorre ricominciare daccapo. Occorre spendere altre parole che rendano giustizia al Poeta per eccellenza della letteratura italiana.

Il nuovo tassello in questione è stato ritrovato alla Biblioteca nazionale di Napoli da Christian Genetelli, professore di filologia e letteratura italiana all’università di Friburgo, in Svizzera. Genetelli ha ritrovato, nel corpus delle carte autografe di Giacomo Leopardi, un articolo inedito in cui lo stesso Leopardi recensì l’opera in terzine di Giuliano Anniballi, uno scrittore urbinate. Si tratta di un opuscolo in terzine intitolato “L’Ombra di Dante” che venne pubblicato nel 1816. E al 1816 risale anche l’articolo in cui Leopardi recensì questo opuscolo. È un ritrovamento straordinario che apre la strada ad altri studi in merito, volti a riscoprire Leopardi non solo come poeta, ma anche come critico letterario, nonché a fornire un quadro più ampio dell’evoluzione del suo pensiero.

Ma quale legame ebbe il poeta di Recanati con la città di Napoli? Forse non tutti sanno che Leopardi trascorse a Napoli gli ultimi anni della sua vita. Vi giunse il 2 ottobre 1833, a trentasei anni. Fu il medico a consigliare a Leopardi di trasferirsi a Partenope, poiché l’aria salubre della città avrebbe certamente giovato alla sua salute cagionevole.

Insieme con il suo amico fraterno, Antonio Ranieri, soggiornò in diverse zone della città. Dapprima i due abitarono in un appartamento nei pressi di piazza San Ferdinando ma poiché la proprietaria di casa sospettava che Leopardi fosse ammalato di tisi, furono costretti a spostarsi nel palazzo Cammarota, nei pressi della Certosa di San Martino. Il 1834 fu un anno molto denso per la produzione letteraria di Leopardi, immerso nel contesto napoletano. Compose i “Pensieri” e riprese la stesura dei Paralipomeni della Batracomiomachia. Fu anche un periodo di censura per il poeta: le autorità borboniche censurarono le sue “Operette morali”, colpevoli di sostenere una visione estremamente materialistica delle cose.

Il rapporto che Leopardi ebbe con Napoli non fu sempre idilliaco. La sua postura eccentrica, caratterizzata da una cifosi che lo ingobbiva visibilmente, fu sovente per i napoletani oggetto di derisione. Leopardi fu assunto a “mascotte” portafortuna: quando passeggiava per le vie del centro era di frequente avvicinato da giovani e adulti che gli urlavano: «Ranavuottolo! (Piccolo ranocchio), dacci dei numeri da giocare al lotto!». Così dicendo, scaramanticamente toccavano la gobba del poeta, certi di guadagnarsi la fortuna nel gioco del lotto. Leopardi viveva spesso queste situazioni con irritazione, definendo i napoletani come «lazzaroni e pulcinelli». Neanche nei “salotti buoni” di Napoli andò meglio: gli intellettuali napoletani apparivano agli occhi del poeta come progressisti estremamente accecati dal dottrinalismo religioso. Per contro, durante gli incontri letterari al caffè Trinacria in via Toledo, l’élite napoletana mal sopportava il poeta recanatese.

Ma Napoli seppe dare a Leopardi anche tanto di buono. Per un amante dei dolci come lui, Napoli era una culla di piacere che inebriava i sensi. Fu poi per la vitalità e la varietà di contesti e scenari che a Napoli Leopardi ebbe modo di spendere le sue giornate passeggiando e osservando la gente svolgere le mansioni quotidiane, ampliando così la sua speculazione filosofica sulla natura dell’uomo.

Nel 1835 si trasferì in vico del Pero, 2, nei pressi di via Santa Teresa degli Scalzi ma a causa di un’ondata di colera che invase Napoli, Leopardi si trasferì con Antonio Ranieri a Torre del Greco, nella villa di quest’ultimo, accudito dalla sorella di lui, Paolina. Qui ebbe modo di contemplare il Vesuvio e la sua titanica presenza che da sempre incombe su di Napoli. E fu proprio a Torre del Greco che, rinsavito dall’aria salubre e impressionato da quel vulcano imponente, compose una delle sue poesie più note: “La ginestra o il fiore del deserto”, in cui si abbandona alla descrizione dello “sterminator Vesevo”. Rientrato a Napoli nel febbraio del 1837, nella casa in vico del Pero, le sue condizioni di salute si aggravarono.

Leopardi morì a trentanove anni, il 14 giugno del 1837, per un malore dovuto a un’indigestione di confetti o a una pericardite acuta. Poiché a Napoli imperversava il colera, la prassi voleva che i morti fossero gettati in fosse comuni, ma Antonio Ranieri riuscì a ottenere per l’amico poeta la sepoltura nella chiesa di San Vitale Martire a Fuorigrotta.

Napoli e Leopardi. È questa la storia che lega il poeta alla città che ha di recente riconsegnato al mondo un altro scritto inedito di uno dei mostri sacri della letteratura globale. Il suo nome è Giacomo Leopardi ed è un nome che risuona forte nel cuore di tutti coloro che, leggendo i suoi versi, sono rimasti rapiti, stregati da un fascino senza tempo. Oggi, come ieri.

Anna Rita Orlando

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