No, non è merito della Brexit se la Gran Bretagna è fuori dalla pandemia vaccino
Fonte immagine Euronews

Mentre l’Europa annaspa e si confronta con i continui ritardi delle consegne dei vaccini, la Gran Bretagna il 12 aprile ha deciso di dar seguito alla road map redatta dal governo di Boris Johnson e ha cominciato a riaprire. La quota dei vaccinati con entrambe le dosi è di 14 milioni e, nonostante un piccolo rallentamento intercorso nelle ultime settimane, la pandemia non rappresenta più quella grande preoccupazione che aveva fatto vacillare l’esecutivo della Brexit.

Alcuni hanno fatto coincidere questo successo britannico, prima nella rapida approvazione del vaccino e poi con l’altrettanto veloce sua somministrazione a 49 milioni di persone, al fenomeno della Brexit, cioè l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, che ha evitato al Paese di sua maestà il disastro comunicativo e organizzativo circa la distribuzione del vaccino in tempi brevi.

Si tratta, comunque, del classico bias cognitivo che ha accompagnato la Brexit per tutto questo tempo. I brexiters, cioè i favorevoli all’uscita della Gran Bretagna dall’UE, in questi anni hanno colto ogni occasione utile per sottolineare le differenze, reali o presunte, tra il loro Paese e il resto del continente. Anche la Covid non ha fatto eccezione.

Nonostante l’entusiasmo degli euroscettici, raccolti attorno a qualsiasi narrazione favorevole alla loro visione del mondo, la Brexit c’entra poco o nulla con il successo della campagna vaccinale della Gran Bretagna. Si tratta di una visione molto semplicistica e a favore di propaganda di una questione molto più complessa che coinvolge numerosi interessi, una gestione molto discutibile della seconda ondata e un lungo braccio di ferro con gli europei, finito in tribunale.

Un vaccino, un modello

Fino alla fine del 2020, gli inglesi vivevano la storia del virus come una disgrazia a cui la politica non aveva saputo dare risposte, anzi. Secondo i media locali, il governo in questa battaglia avrebbe commesso errori di calcolo e disastri. Un verdetto parzialmente mitigato dalle condizioni degli altri stati che, ad esclusione della Corea del Sud, della Nuova Zelanda e forse della Germania, avevano fatto molta fatica a gestire la disgrazia chiamata Covid-19.

Prima di essere assurta a modello, la Gran Bretagna stava andando peggio di tutti gli altri, anche dell’America di Donald Trump. I grafici non mentivano: decine di migliaia di casi giornalieri e migliaia di morti giornalieri. Era questo il quadro fino al 30 dicembre scorso, il quale peggiora a causa delle perdite economiche, superiori rispetto a quelle degli europei.

All’inizio della pandemia, la Gran Bretagna denunciava una disperata penuria di dispositivi di protezione per il personale medico e l’impossibilità di tracciare i contatti, nonostante gli annunci del Primo ministro Boris Johnson. Persino i giornali locali, che facevano il tifo per il modello inglese basato sul pericoloso progetto dell’immunità di gregge, si sono dovuti arrendere di fronte all’evidenza: quel modello non funziona e mai avrebbe potuto funzionare.

Lo scetticismo è durato fino alla fine del 2020, da quel momento qualcosa è cambiato. I grafici sorprendentemente ora raccontano una Gran Bretagna diversa, in cui è il vaccino a farla da padrone e non la pandemia. Cosa è successo? É possibile riassumere la strategia di contrasto alla pandemia, da parte della Gran Bretagna, con due banali espressioni: vaccino e lockdown.

Nel primo caso, la vaccinazione di massa ha permesso al governo di somministrare almeno una dose a circa 49 milioni di inglesi, con la convinzione (e scommessa) che anche una sola dose di vaccino fosse sufficiente per diminuire i casi di infezione. Il sistema sembrerebbe aver funzionato, dato che secondo uno degli ultimi rapporti del Office for National Statistics, in Gran Bretagna le morti causate da Covid sono diminuite drasticamente rispetto al picco registrato diverse settimane prima. Secondo gli esperti questo risultato è stato ottenuto grazie alle vaccinazioni e alle chiusure: il vaccino ha contrastato la manifestazione della malattia in forma grave, mentre la chiusura ha limitato la circolazione del virus.

Secondo gli esperti è stata la combinazione dei due fattori a trascinare la Gran Bretagna quasi fuori dalla pandemia. Boris Johnson, invece, avrebbe addirittura intestato il successo della sua strategia alle sole chiusure, ponendo le vaccinazioni in secondo piano. A prescindere dalla distribuzione dei meriti, ci sono anche altri molteplici fattori di contorno che hanno favorito il successo del modello inglese. Tra questi possono essere ricompresi la fiducia in AstraZeneca, mentre in Europa si decidevano tre giorni di stop, ma anche una dose non indifferente di “avidità e capitalismo“, come ha detto BoJo.

Nel primo caso, è lampante che mentre nel continente europeo l’Ema fosse stata incaricata di decidere sul destino del vaccino di Oxford, dopo aver deciso di bloccare le somministrazioni per qualche giorno su pressione degli stati, in Gran Bretagna questo non è successo e, rispetto agli scettici partner europei, hanno continuato a vaccinare.

A dispetto di quanto dichiarato da Boris Johnson, più che al capitalismo, la strategia della Gran Bretagna sul vaccino ha risposto a criteri di avidità e pragmatismo, complice anche il legame privilegiato tra la casa farmaceutica e il Paese di sua maestà. A gennaio, l’azienda aveva annunciato il taglio delle dosi di vaccino destinate all’Unione Europea da ottanta a trentuno milioni nei primi tre mesi, ma nessun taglio per le dosi destinate alla Gran Bretagna. Gli europei, dal canto loro, avevano già provveduto a spedire ben 9 milioni di dosi di Pfizer oltre la Manica senza che il favore fosse ricambiato.

Perché la Brexit non c’entra

Sarebbe opportuno chiarire che né gli errori della gestione della Covid lo scorso anno, né l’attuale successo nella campagna di vaccinazione hanno un collegamento diretto con la telenovela che negli ultimi quattro anni ha dominato le cronache politiche della realtà continentale, cioè la Brexit. Ciò non significa che il linguaggio della Brexit non sia stato adottato anche in questo frangente, soprattutto per limitare le spinte centrifughe di Scozia e Irlanda del Nord, alle prese con dati commerciali tutt’altro che entusiasmanti. Gran parte della narrazione attorno al vaccino patriottico è stato caratterizzato dal propagandistico “eccezionalismo inglese” rispetto alle vicende del continente.

Uno dei passaggi emblematici, circa l’utilizzo della retorica adottata dal primo ministro per sottolineare l’eccezionalismo in tema di pandemia, è quello che fa riferimento al famigerato “amore per la libertà” dei britannici rispetto ai partner europei: una condizione che non poteva mai coincidere con le chiusure e con le limitazioni della circolazione che la crisi sanitaria richiedeva per limitare la circolazione del virus. Ovviamente si tratta di frasi di circostanza che nascondono un sostanziale fallimento nel tracciamento e nel monitoraggio continuo promessi dal primo ministro.

La retorica della Brexit vuole che il successo inglese sia interamente basato sulla loro estraneità alle vicissitudini europee, una condizione che avrebbe favorito la velocità di approvazione dei vaccini e il loro rapido utilizzo contro la pandemia. Si tratta di una fantasia ricorrente ma errata, dato che la realtà dei fatti dipinge una situazione più complessa.

La seconda ondata ha prodotto effetti disastrosi in Gran Bretagna, tanto da costringere il governo a ricorrere a una disposizione della direttiva 2001/83/CE per approvare l’utilizzo di vaccini ancora in via di sperimentazione. Nel frattempo l’Unione Europea si preparava a riscuotere i vaccini dalle case farmaceutiche con cui aveva firmato dei contratti apparentemente vantaggiosi. I negoziatori erano riusciti ad ottenere delle forniture a prezzi molto più bassi rispetto agli altri stati, preferendo non vincolarsi a una singola casa farmaceutica ma a più produttori.

La velocità di contrattazione ne ha risentito: i contratti più convenienti, in questo caso, non costituiscono un grande vantaggio. Le perdite economiche derivanti dalle chiusure indiscriminate aumentano giorno dopo giorno e le uniche monete in grado di controbilanciare i mancati introiti sono soltanto il tempo e la velocità, cioè proprio le due cose che l’Unione Europea ha ignorato giocando al ribasso sui prezzi.

A motivazioni così evidenti, se ne accompagnano altre più latenti e che fanno capo a vicissitudini geopolitiche di fondo nella competizione tra case farmaceutiche (e tra stati) a cui l’UE non riesce ad opporsi. Lo si può notare dal fatto che molti Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno seguito la Germania nello stop ad AstraZeneca anziché le evidenze scientifiche che certificavano come il vaccino anglo-svedese fosse sicuro come gli altri. Tale reazione nervosa da parte dei Paesi europei ha avuto ricadute negative sull’immagine delle istituzioni europee, la cui reazione confusa è il simbolo della loro cronica debolezza.

A questo punto appare evidente che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea non c’entri nulla con il successo del modello inglese. Boris Johnson, in palese difficoltà sul fronte interno a causa di una discutibile gestione della seconda ondata, ha fatto un azzardo approvando un vaccino grazie a una disposizione di una direttiva europea nella speranza che una vaccinazione a tappeto potesse evitare il degenerare della situazione sanitaria. Il legame privilegiato con una delle case farmaceutiche e la possibilità di centralizzare la produzione hanno fatto il resto.

Donatello D’Andrea

Greenpeace

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