libia serraj haftar
Fonte: cfr.org

Era inevitabile: con l’emergenza Covid ci siamo dimenticati di parecchie cose che stanno accadendo in giro per il mondo, anche a pochi passi da casa nostra. È il caso della crisi in Libia, che ormai non è più al centro dell’attenzione mediatica, nonostante la situazione del conflitto tra gli schieramenti guidati da Serraj e Haftar sia in continua e drammatica evoluzione. Quello libico è infatti un caos politico, diplomatico e militare sempre più intricato, che coinvolge in maniera anche contraddittoria sempre più Paesi proprio al centro del Mediterraneo.

La Libia ostaggio di guerra, alleanze e intrighi

Elencare tutti i governi che risultano direttamente o indirettamente coinvolti nella guerra in Libia è un esercizio diventato ormai quasi impossibile: Turchia e Russia sono gli storici competitors, a sostegno rispettivamente di Serraj e Haftar; la Francia, poi, fa più o meno esplicitamente gli interessi del generale cirenaico; l’Egitto, che si è palesato minacciosamente sul confine orientale libico proprio in questi giorni, ventila un intervento militare ancora pro Haftar; l’Iran un po’ a sorpresa ha fatto coming out a favore di Serraj.

In questo complesso gioco di intrecci e ripicche, rimangono osservatori interessati gli Stati Uniti, che sembra appoggino Serraj simulando interesse per un ordine pacifista e conciliatore sotto l’egida dell’ONU. Come al solito, latita l’Unione Europea. Dell’Italia, invece, meglio parlare il meno possibile, perché in effetti c’è proprio ben poco da dire: il ruolo e il peso del governo italiano nella questione, nonostante le prese di posizione di Di Maio, da tempo è nullo.

Lo scacchiere libico, così, diventa di mese in mese più trafficato, nonostante la svolta di inizio giugno, quando sembrava che le truppe di Serraj, coadiuvate dai turchi, avessero sferrato un’offensiva decisiva nei confronti di Haftar, costringendolo a una frettolosa ritirata dai dintorni di Tripoli. Nel silenzio generale dei mesi del lockdown europeo, la Turchia ha consolidato la sua presenza in Libia grazie al corridoio nel Mediterraneo orientale stabilito a fine 2019. Erdogan, che alle parole preferisce (purtroppo) i fatti, si è fatto beffe delle reprimende dell’Europa e del resto della NATO e ha dato seguito al trasferimento delle sue truppe in Tripolitania, per nulla preoccupato dal contemporaneo, doppio impegno su un altro fronte dimenticato, quello siriano.

Alla ricerca di un nuovo, caotico assetto

In questi ultimi giorni, dopo aver riorganizzato le idee in seguito alla momentanea vittoria su Haftar da parte di Serraj, si sono svegliati un po’ tutti. Non per invocare il rispetto dell’ennesima proposta di cessate il fuoco; non per consentire a nuovi negoziati sulla stabilizzazione della Libia di andare finalmente in porto; ma piuttosto per rimescolare ancora una volta le carte nel mazzo, in attesa di pescare quella vincente. A fare la prima mossa, complice anche le difficoltà interne della Russia di Putin, ci ha pensato l’Egitto, agitando lo spettro di un nuovo fronte del conflitto.

Il generale Al-Sisi ha infatti annunciato che il suo Paese, pur se stremato da una lacerante crisi economica, sarebbe pronto a un intervento in Libia se le truppe di Serraj dovessero oltrepassare una sorta di “linea gotica” che passa da Sirte (o, meglio, dai suoi oleodotti). In questo modo, Il Cairo si è fatta carico degli affari sporchi di Putin in Cirenaica, per curare i quali non è più sufficiente né il traffico di armi, né la presenza dei famigerati ed efferati contractors alle dipendenze indirette del Cremlino. Bisogna dire, peraltro, che una mano la sta dando anche la già citata Francia, che, come spesso predilige, gioca da sola.

Giorni fa la marina francese, incrociando una nave commerciale turca nel Mediterraneo centro-meridionale forse carica di armi per Serraj, è stata allontanata da due navi militari turche di rinforzo, con atteggiamento minaccioso. I francesi hanno dovuto rinunciare alla pretesa indagine sul carico della nave incriminata, così Macron ha potuto gridare ancora più forte allo scandalo contro i “giochi pericolosi” della Turchia in Libia. Tuttavia, nonostante le smentite, le carte di Parigi appaiono ormai scoperte: la Francia punzecchia Ankara per ricavare qualcosa da un’eventuale spartizione della costa nordafricana a beneficio di un governo Haftar in Cirenaica.

In questo modo, però, dà l’occasione ad Erdogan di replicare di essere il solo al servizio dell’unità della Libia e del processo di pace voluto dalla comunità internazionale, che continua a sostenere l’unico governo legittimo, quello di Serraj. Ce ne vuole a far passare Erdogan come il campione dei diritti di sovranità della Libia e del rispetto delle direttive dell’ONU, eppure tutto questo sta accadendo nell’irrimediabile indifferenza della maggioranza dei governi europei, che pure qualche strumento di contrasto all’escalation credevano di averlo adottato.

Perché, infatti, il cargo turco avrebbe dovuto farsi perquisire? Perché in teoria esiste un programma europeo chiamato Irini, che, nato a inizio maggio con l’auspicio di contrastare il traffico di armi che rifornisce Serraj e Haftar, dovrebbe esercitare un embargo inespugnabile. Nella realtà dei fatti, invece, come dimostra la vicenda della nave turca (che la Francia, lo si ripete, avrebbe bloccato ben volentieri, ma per interessi propri), Irini non sta funzionando perché nessuno si sente in dovere di rispettarlo e abbastanza forte per farlo rispettare. Malta, per esempio, si è già sfilata dalla missione, temendo che il governo Serraj allenti per ripicca i controlli sui barconi di migranti diretti verso le sue coste.

Fallimento dell’Europa, fallimento dell’Italia (con gli USA spettatori)

Del resto, se la Francia si muove da sola e indipendentemente dagli altri attori europei, il corto circuito è inevitabile. È questa la responsabilità principale di Macron, che appoggia un signore della guerra come Haftar e lo protegge davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, facendo il gioco di Putin e di un dittatore sanguinario come Al-Sisi. E a nulla serve che la Commissione europea lanci i soliti, inefficaci moniti e l’Italia ricordi i suoi importanti sforzi per la pace: se gli appelli UE non vengono ascoltati e se a Di Maio viene data buca dalla Turchia in un incontro ufficiale, perché i rappresentanti di Ankara preferiscono incontrare in tutta fretta Serraj, vuol dire che ormai la partita per la Libia non riguarda più né Bruxelles né Roma.

Peccato, perché con la tragedia dei migranti sempre sul tavolo e la necessità di stabilizzare la Libia non solo per interessi economici, ma anche e soprattutto morali e umanitari, l’occasione di proporsi come interlocutore forte nella crisi era da non perdere. Del resto, quale questione morale si può porre a una diplomazia italiana che dà seguito a una commessa per due fregate da consegnare all’Egitto, che a sua volta minaccia il governo libico riconosciuto con forza proprio dall’Italia?

Meno male che ci sono gli Stati Uniti, allora, che con Trump tutto vedono e tutto sorvegliano. Pressato da innumerevoli parti, il presidente dalla politica estera più nulla e inefficace della storia americana resta in attesa di vedere come la situazione si evolverà sulla pelle degli altri. In effetti, non sembra che nessuna delle parti in causa possa rappresentare per ora una minaccia concreta agli interessi americani: l’importante è evitare che si crei una nuova enclave islamista in Africa del nord, particolarmente dannosa per gli interessi (economici) di tutti, e che Russia e Turchia continuino ad azzuffarsi, senza però prevalere l’una sull’altra.

Nel frattempo, divide et impera, a maggior ragione perché, a quanto pare, ci sono persino insospettabili “vecchie canaglie” che si ammorbidiscono. È il caso dell’Iran: il consigliere militare dell’ayatollah Khamenei ha dichiarato di appoggiare Serraj. Un colpo di scena vero e proprio, questo: in sostanza, Teheran si avvicina alla linea USA e diventa alleata della Turchia, con cui è praticamente in guerra in Siria. Il caos in Libia non smette mai di riservare nuove svolte inaspettate: il problema è che, come in tutte le tragedie, solo alcuni sono attori e tutti gli altri spettatori.

Ludovico Maremonti

Avatar
Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui