Meloni, Salvini, Berlusconi alla manifestazione di Roma centrodestra
Fonte: Ilsussidiario.net

Un centrodestra capeggiato da Salvini si mostra capace di tutto pur di apparire coeso, ma la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni sembra chiaramente minare il già evidente e precario equilibrio del quadrumvirato.

Quadrumvirato composto da Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e Giovanni Toti, i quali si sono dati appuntamento lo scorso 18 ottobre a Roma, presso Piazza San Giovanni, con l’obiettivo di esprimere il proprio dissenso nei confronti dell’asse giallorosso che attualmente detiene le redini del Paese. Se in piazza i quattro leader si sono mostrati coesi, tutt’altro dimostrano gli avvenimenti prima e dopo la manifestazione. A minare questo equilibrio di coalizione politica ancora una volta è una donna: Giorgia Meloni.

Giorgia Meloni prende coraggio e non le manda a dire alla coalizione cui appartiene, soprattutto si scaglia direttamente contro il leader del Carroccio Matteo Salvini: «Noi non siamo ospiti», riferendosi alla manifestazione a cui ha partecipato il suo partito il 18 ottobre a Roma. Giorgia Meloni tira, insomma, le orecchie a Salvini: lo ritiene più concentrato sul proprio partito che sulla coalizione di centrodestra, riconoscendo nel leader del Carroccio sicuramente il candidato premier, ma non abbastanza da giustificare che a una “manifestazione di tutti”, come espresso dalla stessa Meloni, debbano esserci esclusivamente bandiere della Lega.

Lascia pochi dubbi l’intervento di Meloni: se Salvini ambisce ai pieni poteri, come da lui ampiamente espresso, non ha preso in considerazione che in una coalizione non esiste il partito unico, ma per l’appunto una pluralità di partiti e identità politiche. E c’è un’altra donna che ha minato l’equilibrio piuttosto fragile del centrodestra, ovvero Mara Carfagna, la quale non è riuscita a ingoiare il rospo, dichiarando all’indomani della manifestazione a Roma: «No all’estrema destra, ripensiamoci». Un consiglio in realtà diretto a Berlusconi, il quale nonostante fosse scettico sull’evento ha deciso di partecipare, riconoscendo in Salvini il leader per eccellenza, nonché la crescita evidente di un partito come Fratelli d’Italia.

Gli inciuci in realtà non finiscono qui, se di inciuci parliamo, perché Mara Carfagna ancora oggi mostra intolleranza verso Giovanni Toti, fondatore di un nuovo partito nel 2019 denominato “Cambiamo”. Se, dunque, da una parte abbiamo la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che di riflesso alla legittimità e al consenso popolare rivendica la propria identità nella coalizione e dall’altra la leader di Forza Italia Mara Carfagna che avalla una ideologia liberale più tenue e meno estremista, le altre fazioni politiche sono spettatrici di un centrodestra che si sgretola silenziosamente mentre millanta stabilità e unione.

A quanto pare, la “macchina da guerra” di centrodestra che si candida a guidare il Paese ne ha di scheletri nell’armadio da nascondere, e la frammentarietà di coalizione non è una prerogativa della sinistra come si suole far credere, ma sembra innescare un circolo vizioso anche nella più insospettabile coalizione di centrodestra. I protagonismi politici tendono a voler dominare rispetto a un’alleanza che presuppone il convergere di più identità partitiche, compromettendo gli equilibri interni.

Il leader del Carroccio ha una considerevole responsabilità nei confronti di tutta la coalizione del centrodestra: Meloni cresce nel consenso popolare, un dato che Salvini non può non considerare in quanto supera Forza Italia, guidato da Mara Carfagna, la quale però sembra non andare d’accordo con i due maggiori esponenti di coalizione.

Questa disomogeneità nella coalizione è risultata evidente soprattutto negli ultimi giorni di ottobre: Salvini e Meloni guardano a un centrodestra sovranista, antieuropeo, strizzando l’occhio all’estrema destra; dall’altro lato Mara Carfagna invoglia a un centrodestra più moderato che prenda le distanze dai partiti di estrema destra, a una coalizione meno populista che non cerchi forme di acchiappa-consenso. E non dimentichiamo Giovanni Toti che auspica un partito più europeista e meno sovranista.

Lecito domandarsi quali traguardi utili e costruttivi possano essere raggiunti in una situazione di tale disomogeneità. Che la diversità di pensiero sia ricchezza è un dato di fatto, ma che in una coalizione politica si parta da presupposti ideologici completamente diversi desta senz’altro preoccupazioni di stabilità governativa.

Ma questo centrodestra deve fare attenzione a un altro politico capace di spostare un ampio numero di voti e di insidiare il suo assetto politico: Matteo Renzi, fondatore di “Italia Viva“. Lo stesso Salvini ha saggiato qualche giorno fa, mentre erano entrambi ospiti di Bruno Vespa, le capacità di questo giovane/vecchio che vuole riconquistare la sua poltrona come dichiarato in studio da Fazio: «le poltrone vanno via, ma possono tornare». Italia Viva di Matteo Renzi è un partito che ammicca chiaramente a destra, alla stessa Mara Carfagna e a tutti coloro che in questa fase politica si sentono ideologicamente disorientati: un primo strumento di persuasione è nella scelta del nome del partito e dei colori, molto vicine alle scelte passate del Cavaliere. Renzi le prova davvero tutte pur di sopravvivere e non eclissarsi dalla scena politica, barattando le sue pseudo-ideologie di sinistra: per molti, Renzi è più a destra della destra.

Bruna Di Dio

1 commento

  1. Ti faccio i complimenti per l’articolo scorrevole esaustivo aperto. Occorrono professionisti così. Un piccolo cenno humor per fortuna ti chiami Bruna se ti chiamavi Chiara avrei sospettato agganci importanti

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