VDV, l'estraniazione digitale nell'era dell'iperconnessione
Fonte: Valentina Seneci Press

Esiste una linea invisibile, tagliente come un rasoio, che separa ciò che siamo da ciò che decidiamo di mostrare. È su questo confine instabile che si muove “Il mondo da un iPhone”, il nuovo singolo di VDV (Veronica Del Vecchio), in uscita il 22 maggio 2026 per AltaVibe Music.

Non è solo musica; è un referto medico, un flusso di coscienza che scoperchia il vaso di Pandora della nostra contemporaneità digitale. Con una lucidità che raramente si ascolta nel rap odierno, VDV trasforma lo schermo di un telefono nel prisma attraverso cui rifrangere le ossessioni di una generazione: la mercificazione dell’Io, la solitudine camuffata da connettività costante, quella perenne sensazione di essere “vite a metà”.

Il brano non si limita a fotografare il vuoto che si nasconde dietro un post perfetto; scava nelle macerie di un’identità che cerca disperatamente di riemergere da un rigido codice binario. Tra rabbia, invidia e il bisogno catartico di un buio liberatorio, VDV firma un pezzo che è, al contempo, un atto d’accusa verso l’algoritmo e una confessione a cuore aperto. È il grido di un’anima che, stanca di navigare in un oceano di pixel, cerca finalmente la rotta per tornare a sentire, non solo a vedere.

Ciao VDV, benvenuta ai microfoni di Libero Pensiero! “Il mondo da un iPhone” colpisce per la sua onestà brutale nel descrivere la scissione tra realtà e dimensione virtuale. In che momento hai capito che la tua esperienza privata di questo “esilio digitale” dovesse trasformarsi in una diagnosi pubblica in musica?

«Ciao, a tutti! Non c’è stato un momento preciso, piuttosto un accumulo di silenzi. Mi sono resa conto che, quando sono sola, il mio primo riflesso è quello di afferrare lo smartphone per riempire un vuoto che forse, in quel momento, avrei dovuto solo imparare ad abitare. La musica è nata quando ho visto che non ero l’unica: eravamo tutti seduti nella stessa stanza, fisicamente vicini, ma dispersi in altri luoghi, su altri schermi. Trasformare questo disagio collettivo in note è stato un modo per dichiarare la mia resa a questa dipendenza e, al contempo, per cercare di uscirne.»

Il brano si chiude con un flusso di coscienza serrato, un susseguirsi di stati d’animo che vanno dall’invidia al vuoto totale. VDV, qual è stata la sfida più grande nel tradurre musicalmente quel senso di paralisi emotiva che deriva dal confronto costante con le “vite perfette” degli altri?

«La sfida maggiore è stata non suonare vittimista. Il confronto con le “vite perfette” degli altri genera un senso di inadeguatezza che ti paralizza, ti fa sentire come se fossi sempre in ritardo rispetto a un traguardo invisibile. Tradurre quel vuoto in una canzone ha richiesto un lavoro enorme. Nel finale ho voluto un flow serrato, quasi senza fiato, proprio perché l’invidia, la frustrazione sociale sono ritmi frenetici che ti tolgono il respiro. Il mio intento è che l’ascoltatore sentisse fisicamente quella pressione che ti schiaccia contro lo schermo.»

Nel testo parli di un’identità definita da “un hashtag impresso sul petto“. VDV, quanto pensi che la pressione di dover performare costantemente sui social stia cambiando, o forse svuotando, il modo in cui le nuove generazioni intendono il concetto stesso di “personalità”?

«Stiamo vivendo un’epoca in cui la personalità è diventata una sorta di esercizio di branding. L’idea dell’”hashtag impresso sul petto” nasce proprio da questo: sentiamo il bisogno di etichettarci per essere leggibili dagli altri e, soprattutto, dagli algoritmi. Il rischio è che la personalità smetta di essere un insieme di sfumature, di esperienze vissute, divenendo solo una collezione di contenuti curati. Stiamo svuotando il concetto di identità, trasformando il “chi siamo” in un “come possiamo apparire“.»

Il videoclip de “Il mondo da un iPhone” punta su un’estetica minimale, quasi claustrofobica, mettendo a nudo il conflitto tra ciò che vediamo e ciò che rimane fuori campo. Come hai lavorato sulla ricerca di questo linguaggio visivo per evitare che il messaggio del brano diventasse solo una sterile critica tecnologica?

«Volevo che il video non fosse una semplice critica alla tecnologia, sarebbe risultato banale. Doveva essere una rappresentazione della solitudine. L’estetica minimale serve a riportare l’attenzione sul corpo, su tutto ciò che il filtro digitale ignora. La claustrofobia nasce dal contrasto tra la vastità promessa dal web e la realtà fisica di una stanza chiusa. Il “fuori campo” rappresenta la verità: la parte di noi che non è performabile, quella che esiste anche senza un’audience o un like.»

Il finale del brano non offre facili soluzioni, bensì cerca un equilibrio tra ciò che mostriamo e ciò che proviamo. VDV, se dovessi identificare un primo passo, anche piccolo, per uscire da questo codice binario e tornare a una percezione analogica, “nitida” del mondo, quale sarebbe?

«Non credo esista un manuale, perché siamo tutti immersi in questo codice. Ritengo, però, che un primo passo, piccolo, quasi sovversivo, sia il riscoprire la noia: da quanto tempo non vi annoiate? Oggi è vista come un fallimento, un tempo vuoto da riempire compulsivamente con uno smartphone. Invece, proprio in quello spazio morto, in quel momento in cui non abbiamo niente da condividere, è dove torniamo a sentire noi stessi. Smettere di cercare la convalida esterna, ricominciare a guardare il mondo senza la lente di una fotocamera è l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere oggi.»

Vincenzo Nicoletti

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui