
Nel corso delle giornate del 18, 19 e 20 di questo ottobre si è tenuto a Napoli il G7 dedicato alla Difesa: convocato dalla presidenza di turno, quella italiana, risulta un summit inedito. Il perpetuarsi della guerra in Ucraina, lo scenario bellico in Medioriente, che oltre alla sistematica distruzione dei territori palestinesi ha visto l’inclusione del Libano e dell’Iran nelle ostilità, sono stati ritenuti motivi necessari per convocare una riunione ministeriale di tale natura. Nelle dichiarazioni finali ci si è soffermati infatti sull’incrollabile sostegno all’Ucraina”, ormai sulla strada irreversibile di un ingresso nella NATO, su una posizione di monito e condanna nei confronti delle minacce nucleari della Russia, sull’invito all’Iran a non fornire aiuti militari ad attori non statali come Hamas, Hezbollah ed Houthi (gruppo armato yemenita) e di garantire la sicurezza della missione UNIFIL schierata dalle Nazioni Unite in Libano con compiti di peacekeeping.
Le premesse del G7
Oltre alle conclusioni, però, è bene considerare anche le premesse ed il contesto entro cui questo summit ha avuto luogo. Come detto, l’Italia detiene la presidenza di turno del G7, e sono stati proprio i rappresentanti del nostro Paese a decidere di convocare un summit incentrato sulla Difesa. Senza dubbio tale decisione è stata motivata, in parte, dagli scenari sopradescritti ma è facile, inoltre, rintracciare logiche di interesse legate all’ideologia politica dell’attuale Governo. Fanno da anticamera, infatti, le parole del Ministro della Difesa, Crosetto, che a Bruxelles ha anticipato non solo i temi discussi nel corso del summit, ma ha anche sostenuto con forza che il budget italiano dedicato alla Difesa e alle armi è troppo basso affermando che: «Il 2% del Pil in Difesa è un dato acquisito da tutte le nazioni nella Nato e siamo rimasti tra i pochi a non averlo ancora raggiunto: questo è un tema sia politico, perché ci siamo impegnati a raggiungerlo, ma anche un problema della difesa italiana, perché in un periodo di questo tipo l’investimento per la difesa non lo fai solo perché fai parte di un’alleanza, ma perché la difesa e la deterrenza sono necessarie per garantire un futuro democratico, anche alla nostra nazione». E ancora «Col nuovo patto di stabilità è cambiato poco, altrimenti non avremmo difficoltà ad aumentare gli investimenti. Ma non si tratta solo di questo, non entro nel tecnico ma c’è un insieme di regole che rende difficile la spesa nella difesa e in questo momento non è accettabile». Le regole di cui parla il Ministro sono legate ad un insieme di leggi e ad un quadro giuridico e ideologico che trova nell’articolo 11 della Costituzione il proprio architrave “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Ciononostante va registrato che negli ultimi anni la spesa militare italiana è comunque aumentata notevolmente. Quest’anno, infatti, supererà per la prima volta i 29 miliardi di euro, con una crescita del 5,1% rispetto al 2023 e del 12,5% in due anni.
In questo quadro è inoltre imprescindibile considerare la posizione dell’Italia sulle esportazioni di armi e dello stesso Crosetto, che prima di ricoprire il ruolo di Ministro della Difesa è stato Presidente dell’AIAD – la Federazione, membro di Confindustria, in rappresentanza delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza -, elemento che ha provocato più di qualche dubbio su un possibile conflitto di interessi al momento della sua nomina. Nonostante quanto affermato dall’articolo 11, infatti, il Governo ha previsto tre emendamenti che hanno reso meno trasparente la legge che limita la produzione di armi con fini di esportazione. Tale legge è la 185/90 che prevede alcune limitazioni, come la produzione e vendita di armi batteriologiche, nucleari o il divieto di vendita di armamenti “quando il governo di quel Paese sia responsabile di gravi violazioni dei diritti umani accertate da organizzazioni internazionali cui l’Italia aderisce“. Sebbene, come è ormai intuibile, alcune di queste restrizioni siano arginabili, ciò che la legge 185/90 ha garantito fino al DDL del febbraio scorso è stata la trasparenza. Era obbligatorio pubblicare una Relazione sulle operazioni di vendita autorizzate dal governo che ogni anno, entro il 31 marzo, il governo è obbligato a trasmettere al parlamento con i dati aggiornati al 31 dicembre precedenti che prevedesse osservazioni analitiche e trasparenti. Come si può desumere dal testo ufficiale del DDL, tale analiticità è venuta meno e sono stati alterati inoltre tempi e modalità di consegna nel rapporto che essendo stati ridotti, ostacolano un lavoro di verifica efficace. La rete internazionale per la pace e il disarmo commenta così i tre emendamenti che hanno modificato la legge “inficiano gravemente la trasparenza della Relazione annuale al Parlamento sulle esportazioni dall’Italia di materiali militari“, modificando “i meccanismi di rilascio delle autorizzazioni affidando il cuore delle decisioni all’ambito politico, senza un adeguato passaggio tecnico che garantisca il rispetto dei criteri della legge italiana e delle norme internazionali sulla materia“. Esautorando “dal controllo di Parlamento, società civile e opinione pubblica di informazioni precise e dettagliate – oggi presenti nella Relazione annuale ufficiale – sulle esportazioni dei materiali militari autorizzate e svolte dalle aziende”.
Per completare il quadro va evidenziato il dato delle esportazioni nel settore degli armamenti. Secondo SIPRI (Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma), l’Italia ha aumentato dell’86% la vendita di armi rispetto al quinquennio precedente (2014-2018), sebbene vada considerato che il trend della vendita di armi è in aumento per i Paesi esportatori, è anche da sottolineare come l’Italia si classifichi indiscutibilmente al primo posto fra i venditori di armamenti UE.
Insomma, l’intenzione del Governo è chiara e manifesta: quella di aumentare la spesa nelle armi e alimentare una logica che vede nel rafforzamento militare la strada più efficace per garantire la sicurezza della nazione.
Le contestazioni
Proprio questo elemento è stato l’oggetto centrale della contestazione di piazza avvenuta a Napoli. Una riunione dei ministri della Difesa, un aumento del budget necessario agli armamenti, promesse di sostegno incondizionato all’Ucraina nel conflitto con la Russia, logiche che favoriscono la produzione e l’esportazione di armamenti, ed in generale un atteggiamento favorevole alla guerra come soluzione dei conflitti, vengono di fatto giudicate come risposte che alimentano scenari di guerra piuttosto che contribuire a soluzioni pacifiche e improntate al dialogo. Inoltre, non solo sono state giudicate insufficienti e impalpabili ,le scelte dei Paesi del G7 al fine di mitigare gli atti di distruzione di Israele, ma vengono espressi atti di manifesta condanna agli Stati Uniti e la Germania su tutti, ma anche all’Italia, che si sono resi fornitori diretti di materiale bellico necessari per l’estensione del conflitto. Non bisogna dimenticare infatti, che sia per ragioni di scambio commerciale, culturali e di proiezione dell’influenza occidentale, Israele resta un alleato importante dell’Occidente per le finalità espandere la propria influenza sul Medio oriente e contenere l’eventuale ascesa di competitor commerciali o culturali per il modello egemone dominante.
Ma che cosa sono nei fatti il G7 e il G8 e il G20?
Il G7 è un forum di Stati composto, a partire dal 1975, da quelle che allora erano le maggiori economie del pianeta per rispondere ad un momento di profonda crisi economica e facilitare scelte macroeconomiche condivise. Oggi i Paesi membri Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti d’America e Canada si riuniscono per affrontare i temi globali più attesi e importanti dell’anno. Se nel corso degli anni Novanta il PIL di questi Stati si aggirava globalmente oltre il 40%, nel 2023 questo stesso dato misura “appena” il 27%. Tale dato acquista un significato ancora maggiore se a questo si paragona invece l’andamento del PIL dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica cui, dal 2024 – vedi summit di Kazan -, si sono aggiunte Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti) che passano da percentuali vicine al 16% fino ad un 33% nello stesso periodo. La percezione che avrebbe voluto le potenze occidentali (in senso politico) alla guida del mondo viene sfatata ed è per questo che dal 1997 fino al 2014 la partecipazione viene allargata alla Russia attraverso il G8, e dal 1999 in risposta anche alle numerose crisi economiche viene istituito il G20 che comprende non solo gli stati BRICS ma anche altri attori importanti per gli equilibri mondiali.
G7, G8, G20 storia di contestazione

Non è stato quello di Napoli il primo fra questi summit ad essere contestato: diversi movimenti di attivisti negli anni hanno infatti manifestato il proprio disappunto nei confronti delle politiche economiche e sociali occidentali di stampo liberista, ritenute responsabili di diseguaglianze fra nord e sud del mondo. Senza dubbio l’occasione che ha lasciato maggiormente il segno nella coscienza collettiva italiana è stata quella del G8 di Genova per essersi caratterizzato come uno degli episodi più violenti e importanti della nostra storia, dove l’incapacità di gestire una folla enorme da parte delle autorità e un atteggiamento smodatamente violento delle forze dell’ordine culminato a tratti in una vera e propria sospensione dello stato di diritto, in quella che Amnesty International definì “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale” causarono un escalation di abusi e violenza fra cui l’omicidio del giovane Carlo Giuliani.
Le proteste relativamente a tali summit, ovviamente, non hanno riguardato esclusivamente l’Italia. Ginevra 2003, G20 di Toronto 2010, G8 di Londra 2013: la maggior parte dei summit di questo tipo sono stati segnati da manifestazioni e dissidenza.
Sebbene nel corso degli anni siano cambiati i gruppi, i nomi e in parte anche le persone che partecipano a tali manifestazioni l’idea di fondo è sempre la stessa: che l’occidente ha guidato il mondo basandosi su un sistema fondamentalmente ingiusto, per il tornaconto e il benessere di una ristretta cerchia di paesi e in definitiva della propria classe elitaria. Il fatto stesso che questi gruppi siano organizzati in base alla potenza dell’economia e allo stato di sviluppo dell’industrializzazione è la cartina al tornasole di una logica di interpretazione della realtà delle relazioni internazionali che tiene conto prevalentemente dell’economia di mercato e dello sviluppo. Di fatto i Paesi ai margini, e le stesse persone all’interno dei paesi del G20 sono esclusi dai maggiori dividendi, oltre che non avendo la possibilità, anche metaforica, di sedersi a questo tavolo, non possono promuovere logiche maggiormente inclusive e che permettano un benessere maggiormente equo e diffuso.
Ed ecco che le stesse piazze da strumento di dissenso ampliano il loro significato trasformandosi in un luogo metaforico e fisico, dove far sentire la propria voce, dove far sentire e affermare le proprie idee, confrontarsi, riconoscersi fra simili e infine riprendersi quel posto al tavolo delle decisioni che viene storicamente negato.
Giuseppe Alessio















































