Tra tensioni e disgelo: come leggere le conclusioni del G20 di Bali
Fonte immagine: DW

Si è concluso con una dichiarazione di condanna nei confronti della Russia il G20 di Bali, in Indonesia, che ha riunito tutti i capi di Stato e di governo dei Paesi più industrializzati. Grande assente, ovviamente, Putin. Al suo posto il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, il quale ha lasciato in anticipo la riunione, cioè prima della votazione della dichiarazione congiunta. L’incontro del 15 e 16 novembre è stato considerato, da molti esperti, come il G20 più importante dalla fine della Guerra fredda a causa della presenza di un conflitto in pieno svolgimento tra la Russia e l’Ucraina, il quale ha prodotto conseguenze rilevanti sulla situazione economica, politica e geopolitica mondiale.

Inoltre, durante quegli stessi giorni un evento ha rischiato di far precipitare la situazione. Mentre i leader discutevano, un missile è caduto in una cittadina polacca a circa dieci km dal confine ucraino. Varsavia è un saldo alleato degli Stati Uniti e uno dei referenti di Washington e della NATO in Europa. La gestione di questa piccola crisi ha richiesto calma e sangue fretto soprattutto da parte degli americani e di Joe Biden che, con un efficiente supporto dell’intelligence, ha disinnescato il rischio di escalation.

Quello di Bali è stato anche il primo G20 di Giorgia Meloni, neo-Presidente del Consiglio italiano. La sua partecipazione all’incontro si è svolta all’interno della cornice della “novità”, la stessa in cui operò Giuseppe Conte nel 2018, quando partecipò al G8 in Canada. Entrambi, in quegli incontri, figuravano come novizi della politica internazionale e se l’avvocato entrò velocemente nelle grazie di Donald Trump, la leader di Fratelli d’Italia si è destreggiata con efficacia tra Joe Biden e Xi Jinping, che ha invitato Meloni a Pechino. Restano freddi i rapporti con Parigi, a causa della crisi dei migranti.

Sullo sfondo del forum si colloca la stretta di mano tra il presidente americano e il suo omologo cinese. Biden e Xi hanno tenuto un bilaterale a porte chiuse il cui il contenuto è rimasto, ovviamente, ignoto. Dalle dichiarazioni che entrambi hanno rilasciato ai giornali è possibile intuire che tra le due superpotenze prevalga un clima di disgelo, dovuto soprattutto alla precaria situazione internazionale e alle difficoltà che Pechino sta incontrando sul fronte interno. Si tratta soltanto di una tregua temporanea, che non ha impedito a USA e Cina di perseguire i propri obiettivi di politica estera durante il G20 ma che, in fondo, serve comunque per comprendere su quali basi i due contendenti vogliano confrontarsi.

Biden e Xi: i protagonisti del G20

Nonostante si sia svolto il giorno prima dell’avvio dei lavori del G20 a Bali, l’incontro tra Xi e Biden ha rubato la scena a qualsiasi altro bilaterale che si sia svolto in Indonesia. I due si sono incontrati in un clima di quasi-cordialità, cioè con sorrisi di circostanza e strette di mano protocollari, per un summit le cui aspettative non erano altissime ma la cui utilità era sotto gli occhi di tutti. I due capi di Stato si sono confrontati a porte chiuse su diversi dossier. L’obiettivo, poco ambizioso per forza di cose, era quello di riconoscere lo stato di competizione e difficoltà in cui si trovano le relazioni tra i due Paesi, e provare a far sì che il confronto si svolga in un contesto quanto più possibile regolato e prevedibile.

Xi Jinping è giunto a questo incontro forte della sua investitura interna, ma molto meno sicuro sul piano interno, tra crisi economica, il caso Foxconn e la bolla immobiliare, e soprattutto internazionale. A nulla sono servite le foto con Lula e Modi. Xi è arrivato a Bali con l’intenzione di rimodellare l’immagine parzialmente danneggiata dall’amicizia senza limiti con la Russia di Putin e dai colpi di testa di Kim Jong-Un in Corea del Nord. Per il leader cinese si è trattato del secondo viaggio fuori dai confini nazionali dall’inizio della pandemia. Nello specifico, è la prima volta che Xi incontra Biden da quando quest’ultimo è diventato Presidente. Nel frattempo i rapporti sono precipitati con la guerra in Ucraina e l’ideologica difesa del leader cinese del suo “amico” Vladimir Putin ha complicato, più del previsto, il tentativo di dialogo tra le due superpotenze.

La notizia principale legata al confronto è sicuramente la possibile visita del segretario di Stato americano Antony Blinken a Pechino all’inizio del prossimo anno. Un messaggio importante simbolo, forse, della volontà di riaprire i canali di comunicazione interrotti fino ad oggi e, di conseguenza, diminuire quelle tensioni che potrebbero trascinare le due superpotenze sulla soglia di un conflitto.

Il riconoscimento politico degli americani nei confronti di Pechino arriva durante la conferenza stampa di Biden: “Condividiamo molte responsabilità”. Queste tre semplici parole implicano, appunto, una condivisione e, quindi, una sorta di equiparazione dei ruoli che cinesi e americani hanno nel mondo, cioè quello di due superpotenze che devono spartirsi le rispettive responsabilità nella gestione della politica mondiale. Questo, ovviamente, non implica che sui principali dossier americani e cinesi condividano le stesse posizioni, tutt’altro. Pechino e Washington restano distanti su tanti punti, ma entrambi concordano che sui dossier come l’ambiente e il clima la cooperazione è necessaria. Sugli altri, invece, la competizione dovrà avere un “normale corso”.

Ciò non toglie che entrambi i Paesi, a Bali, abbiano perseguito anche personali obiettivi di politica estera. Biden ha chiamato a raccolta gli alleati NATO per ribadire il proprio sostegno all’Ucraina ma anche per sottolineare come la via della pace sia sempre quella da preferire rispetto a un’escalation, come dimostra la questione del missile in Polonia. Biden ha disinnescato la tensione, cercando anche di non interrompere quel canale di dialogo che faticosamente i servizi hanno aperto con il Cremlino. La Cina, dal canto suo, ha imbastito una serie di incontri bilaterali con alcuni importanti interpreti del G20 come il primo ministro indiano Modi, Giorgia Meloni, Sanchez, Rutte e Macron. L’obiettivo è sempre lo stesso: corteggiare singoli Paesi dell’Unione Europea e i loro interessi nazionali, cercando di destabilizzare Bruxelles e allontanarli da Washington.

I bilaterali di Meloni e l’attivismo di Erdogan

Questo G20 è stato anche il primo a cui ha partecipato la Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, al governo da meno di un mese e che ha già compiuto tre viaggi fuori dal Belpaese. Al forum, la leader di FdI si è spesa molto per farsi conoscere attraverso incontri bilaterali con i leader che contano e ribadendo la sua fedeltà alla linea atlantica ma senza chiudere la porta in faccia alla Cina. Infatti, se è vero che il suo primo incontro è stato con Biden, Giorgia Meloni ha insistito anche per vedere Xi Jinping.

Nel faccia a faccia con il Presidente americano, durato più di un’ora, Giorgia Meloni ha innanzitutto parlato di sicurezza energetica e di gas liquefatto, su cui l’Italia prova a strappare un prezzo migliore, con la mediazione dell’UE. È molto probabile che la leader di FdI abbia affrontato con Biden anche la questione del Mediterraneo, su cui Roma vorrebbe tornare protagonista.

Giorgia Meloni si è guadagnata anche un invito a Pechino, oltre che a Washington, mentre nulla di fatto con Emmanuel Macron, con cui la Presidente del Consiglio ha avuto delle frizioni sulla questione dei migranti. Nonostante ciò il bilancio è positivo per la leader di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni a Bali doveva farsi conoscere e ci è riuscita. I bilaterali con Biden, Xi e con Modi dimostrano come ci sia stato un discreto “attivismo diplomatico” da parte del capo del governo. Positivi anche gli incontri con Charles Michel, con cui ha parlato di migranti, e Justin Trudeau.

Degno di nota è stato anche l’attivismo di Erdogan, il quale, nonostante il grave attentato che ha colpito la capitale Istanbul qualche giorno prima di Bali, si è recato comunque in Indonesia. In questi mesi la Turchia sta rivestendo un importante ruolo nella ricerca di una mediazione tra Ucraina e Russia. Poche ore dopo l’arrivo del Presidente al G20, è trapelata la notizia che il “tavolo” a cui i servizi russi e americani si sono seduti per discutere circa il futuro della guerra sia stato messo a disposizione proprio da Ankara. Nel bilaterale con Biden, Erdogan avrà parlato anche di questo, forse chiedendo in cambio un riconoscimento maggiore dell’attore turco all’interno della NATO oltre che maggiori investimenti militari. Positivo anche il bilaterale con Bin Salman, di cui si parla poco, ma che permette ad Ankara di “respirare” dato che si è parlato di un investimento da 20 miliardi che i sauditi destinerebbero a un fondo comune. Urge ricordare che la Turchia è alle prese con un’inflazione all’85% che in un anno è costata il 50% del valore della moneta.

Insomma il G20 di Bali, se da un lato ha ribadito la compattezza dell’Occidente nei confronti di Mosca, dall’altro ha momentaneamente placato le tensioni tra le due superpotenze, le quali prima o poi riemergeranno su altri dossier, in nome della ricerca di un equilibrio e di un ordine all’interno di uno scenario geopolitico in subbuglio a causa di una guerra le cui ripercussioni penalizzano i progetti egemonici di entrambi.

Donatello D’Andrea

Classe 1997, lucano doc (non di Lucca), ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e frequenta la magistrale in Sistemi di Governo alla Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e attualità, scrive articoli e cura rubriche per alcune testate italiane e internazionali.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui