La storia del Fronte Polisario raccontata per filo e per segno
Fonte: Pixabay - Marocco

La narrazione di fatti ed eventi che riguardano il Fronte Polisario, terra di conflitto e battaglia da oltre 40 anni, deve partire dal racconto e dalla cronaca di un territorio spesso dimenticato. Dopo un periodo di calma apparente,le tensioni tra il Marocco e il Sahara occidentale sono infatti tornate ad inasprirsi, e occorre fare un passo indietro.

Per una cronaca esaustiva e precisa è necessario avere a disposizione le conoscenze geografiche del territorio trattato. In questo caso, sulla cartina geografica, dovrete cercare il Marocco. Nazione nord-africana situata sulla parte estrema ad Ovest del continente. Territorio bagnato sia dall’Oceano Atlantico sia dal Mar Mediterraneo, e separata dalle terre europee dalle acque dello stretto di Gibilterra.

Seguendo l’estensione del Marocco sulla cartina, si arriverà nella parte più a Sud, toccata dal conosciutissimo deserto del Sahara. Con una superficie di 9.000.000 km², è il deserto caldo più grande del mondo, che si estende lungo una fascia che va da est a ovest e che comprende tutta l’Africa del Nord. Più specificatamente, la zona di nostro interesse è denominata Sahara Occidentale, regione situata tra Mauritania, Marocco e Algeria, in conflitto e territorio di guerra da oltre 40 anni.

Ad animare questo conflitto, e a contendersi il lembo di terra in questione, sono Regno del Marocco ed il Fronte Polisario (Repubblica Araba Sahrawi Democratica). La nazione marocchina reclama la regione parte integrante del proprio territorio. In contrapposizione a ciò, la RASD, ha unilateralmente dichiarato l’indipendenza nel 1976.

La storia del Fronte Polisario

Che cos’è il Fronte Polisario? Quale valenza politica ha? Quale struttura governativa ha? Qual’è la sua storia? Com’è collegato al Marocco? Il Fronte Polisario è un movimento di liberazione nazionale, che ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza dal Marocco nel 1976, fondando appunto la RASD, ovvero la Repubblica Araba Sahrawi Democratica. Il governo della RASD, attualmente in esilio nel campo profughi di Tindouf (Algeria), è riconosciuto a livello internazionale da ben 83 paesi.

Il movimento per l’indipendenza nasce esattamente nel 1973. Di stampo politico tendente alla Sinistra, con più specifica orientazione al socialismo, nacque per opporsi prima ai coloni spagnoli, ed ora al Marocco stesso che ha occupato la regione con il tramonto della predazione coloniale, e che non riconosce l’indipendenza. Nel 1975, la zona marocchina è riuscita a liberarsi dai colonizzatori iberici, ed appunto un anno più tardi, il Fronte Polisario ha dichiarato la sua indipendenza dal Regno del Marocco.

La popolazione saharawi, fautrice del movimento e fronte, che tutt’oggi reclama il suo territorio ed autonomia, è di origine e tradizione nomade ed arabo-tribale e si stanziò appunto nel Sahara Occidentale. La zona contesa, crea interesse per via delle sue potenzialità economiche e geo-strategiche. Petrolio, fosfati, pesca sono solo alcune delle risorse che il Sahara Occidentale, e quindi il territorio reclamato dal popolo saharawi, può offrire e alle quali il Regno Alawita non vuole fare a meno.

Il 27 febbraio 1976 il Fronte Polisario proclama la fondazione della Repubblica Araba Sahrawi Democratica. Riconosciuta da 76 stati, come Repubblica. Altri paesi non riconoscevano tale denominazione, ma riconoscevano il Fronte. Il Marocco ha negato da subito ogni legittimità ai rivoltosi. Ad oggi la Repubblica ha un suo presidente, Brahim Ghali. Esso è anche il segretario del Fronte, con il governo in esilio guidato da un primo ministro Mohamed Wali Akeik.

Il BERM e gli scontri

Ben noto, purtroppo, l’esito di casi simili, contraddistinti da un riconoscimento internazionale limitato o intralciato da una potenza regionale vicina: anni di scontri a fuoco, guerriglie, prigionieri, conflitti. Si stima che il Fronte abbia schierato circa 10.000 militanti. Supportato dall’Algeria, e fino alla sua morte anche dal colonnello Gheddafi, il Polisario ha mantenuto il controllo di una striscia desertica e inospitale ad est, allocando le 90.000 e le 155.000 persone in svariati campi profughi.

Il Marocco, oggettivamente più attrezzato e preparato a contrastare il Fronte Polisario, ha edificato tra il 1982 ed il 1987 un muro conosciuto con svariati nomi. Il muro marocchino, muro del Sahara Occidentale, Berm ha una lunghezza superiore ai 2.700 km, strutturato come un vero e proprio fronte militare, con bunker, fossati, filo spinato. Inoltre vi sono stime che riportano un numero altissimo di mine anti-uomo depositate nella sue immediate vicinanze, circa 6000. Disseminato, oltre che di bombe, anche di uomini e basi militari ogni 5 km, il Berm risulta uno dei muri più militarizzati al mondo.

Veduta del muro di confine, il Berm. Fonte: Wikimedia Commons

Gli scontri, con vittorie militari di grande successo per il Fronte Polisario, e conflitti si protrarranno negli anni, disseminando morti e sangue nel deserto. Il 6 Settembre 1991, quando è stato firmato il cessate il fuoco. Il tutto è stato orchestrato, oltre che monitorato, dalla missione dell’ONU MINURSO, cioè mission des Nations unies pour l’organisation d’un référendum au Sahara occidental.

Tale accordo prevedeva che il Marocco si impegnava ad autorizzare un regolare referendum per l’autodeterminazione del popolo sahrawi. Finora nessun referendum si è tenuto se ne mai parlato e discusso. Si è creata così una situazione di stallo: in questo modo uno scontro militare si è tradotto in un vero e proprio impasse diplomatico.

Il Fronte Polisario e le trattative dimenticate

La comunità internazionale si è progressivamente allontanato dalla causa del Fronte, dopo svariati negoziati e discussioni inutili, e si è avvicinata al Marocco. In primis, dopo essersi ritirato nel 1984 dall’Unione Africana, il Marocco vi è rientrata qualche anno fa, con l’obbligo preciso di legittimare le proprie pretese sul Sahara occidentale, e fin dal 2001 si è schierato apertamente alla lotta al terrorismo alleandosi di fatto all’amministrazione Bush dell’epoca e costituendo un affidabile alleato nel mondo islamico. In più intrattiene rapporti con la vicina Spagna, sia commerciali che economici, sia per quanto riguarda i migranti, diretti alle isole Canarie e alle enclavi di Ceuta e Melilla.

Non sono mancati segnali di opportunistica distensione: nel 2004, l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati, ha permesso, attraverso un programma di visite familiari, ad un ristretto numero di sahrawi rimasti nella parte Occidentale del deserto, sotto controllo marocchino, di poter andare nei campi di Tindouf, per rivedere i propri familiari. La pacificazione si è fermata a questo pur doveroso e significativo atto di buona volontà, in antitesi con le decisioni prese nel 2014 da Bruxelles, dove si stipulò un protocollo di pesca con il Marocco. Le navi UE possono agire non solo nelle acque e coste marocchine, bensì anche in quelle teoricamente del Fronte, denotando la volontà di intraprendere proficue relazioni con il Regno Alawita.

Il Marocco ha quindi recuperato consensi ed appoggi, principalmente commerciali e finanziari piuttosto che etico-morali, nei confronti del Fronte Polisario ed il suo popolo. La Conferenza di Ginevra del 2019 ha riportato parzialmente all’attenzione europea e mondiale il negoziato tra Fronte Polisario e Marocco. Come riportato dal giornale arabo Al Jazeera e non solo, l’inviato delle Nazioni Unite Koehler ha affermato che è nell’interesse di tutti risolvere questo conflitto con altri negoziati e trattative. Uno spiraglio di distensione e di riconoscimento tra le due parti di trovare finalmente una soluzione? I progressi in tal senso sono stati scarsi. Anzi, è semmai avvenuto il contrario.

La ripresa degli scontri e le strategie divisive di Trump

La calma piatta, segnata dalla profonda ingiustizia nei confronti della popolazione saharawi, segregata e dimenticata in campi profughi, è stata bruscamente interrotta. Dopo quasi trent’anni di cessate il fuoco, lo scorso mese sono ricominciati gli scontri militari tra le due parti. Il Fronte Polisario ha accusato il Marocco di aver violato l’accordo stipulato nel 1991, avendo inviato contingenti militari nella zona demilitarizzata nel confine Sud del paese per porre fine alle proteste di alcuni manifestanti saharawi.

Un ulteriore passo controcorrente alla distensione era venuto dall’ormai ex inquilino della casa Bianca, Donald Trump. Gli Stati Uniti hanno infatti riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale, in seguito alla normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Marocco ed Israele.

La mossa del tycoon ha contribuito a riaccendere ancor di più la rabbia e frustrazione del Fronte. Il conflitto potrebbe nuovamente inasprirsi e andare fuori controllo, visto che non sembra profilarsi all’orizzonte una definitiva conclusione, nel disinteresse della comunità internazionale: la mossa degli americani ha mobilitato non tanto la vecchia guardia del Fronte Polisario, ormai in campo da oltre 40 anni, bensì i giovani, frustrati dalle continue ingiustizie. Il rischio più grande è che altri paesi del Nord Africa possano essere coinvolti in un conflitto in un territorio già falcidiato da guerre e povertà. L’instabilità che contraddistingue la regione sahariana è infatti già oltre il livello di guardia, basti pensare alla guerra civile libica o al Mali in continua lotta contro i gruppi jihadisti.

Un epilogo lontano, uno scontro dimenticato

Quello rivendicato del Sahara occidentale è un territorio in balia della guerra e di una diplomazia per la quale interessi economici e commerciali che hanno sostituito i valori etici e morali che dovrebbero ispirare le trattative. La popolazione saharawi non ha ancora una sua terra, e nel suo futuro non pare esserci la speranza di riaverla. Il Fronte Polisario, via via abbandonato dall’interesse e dagli appoggi internazionale, è ormai quasi solo, ma tenace nel difendere ciò che è suo.

Lo scontro tra Fronte Polisario e Marocco non è una semplice scaramuccia o il risvolto di una disputa territoriale. Si tratta di una questione ben più ampia che rischia di essere il detonatore per una bomba che può esplodere su tutto il Nord Africa. Uno scontro dimenticato per lasciar posto ad interessi geopolitici, ma che saprà farsi ricordare.

Riccardo Seghizzi

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