Agrado, tutti per uno e uno per tutti
Fonte: pagina Facebook degli Agrado

Alessandro alla chitarra, Omar alla voce e al basso e Loris alla batteria: tre amici, in una parola gli Agrado. “Rumore bianco”, in cui propongono dieci brani inediti di propria composizione, dalle sonorità che uniscono atmosfere anglosassoni e tradizione cantautorale italiana, è il loro album d’esordio, nonché disco di punta.

Gli Agrado sono più di una band, sono una famiglia. La complicità che li unisce e che li lega fin dai tempi della scuola, li ha trascinati in un viaggio alla conquista di un sogno: il trio vanta più di un centinaio di esibizioni dal vivo, alcune delle quali li hanno visti calcare palchi di spessore come quello del Roxy Bar di Red Ronnie, di Casa Sanremo e dell’Alcatraz di Milano.

Fra rock, pop ed electro, si tratta, indubbiamente, di un complesso musicale destinato a fare rumore!

Agrado, il personaggio del film di AlmodovarTutto su mia madre” che vi ha ispirato nella scelta del nome del gruppo, sostiene che “una persona è tanto più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha di sé stesso”. Che immagine avete di voi stessi?

Omar: «L’immagine che abbiamo di noi stessi è un’immagine molto spontanea, un’immagine che affonda le radici in un’amicizia “storica” che ci lega fin quasi dalla nascita. Credo che quando ti identifichi in un qualcosa, ti senti più te stesso: identificarsi con il proprio sogno è il solo modo per arrivare a realizzarlo! Il nostro sogno era quello di fare i musicisti, di riuscire un giorno a comporre un album. Noi già ci vedevamo come musicisti, ci piaceva immaginarci tali, abbiamo lavorato per diventare ciò che oggi siamo. Il nostro sogno nel cassetto era firmare un contratto discografico; è successo.»

Da un’amicizia che affonda le radici nell’infanzia alla formazione di una band, gli Agrado. Come è nata la passione per la musica?

Loris: «Mi piaceva l’idea di formare un’unione fra di noi, che ci fosse una coesione molto solida. Amiamo la musica; di conseguenza creare il gruppo è stata un’evoluzione spontanea. Io, in quel periodo, mi ero innamorato perso della batteria; decisi di iniziare a suonarla. Comunicai ai ragazzi che avevo intrapreso questa passione, mi seguirono a ruota: Ale iniziò a suonare la chitarra, ad Omar rimaneva il basso. È nato tutto per gioco: è un credere che si è realizzato! Fin dal principio abbiamo sentito l’esigenza di raccontarci attraverso le nostre canzoni. Addirittura, prima di dire di saper suonare, abbiamo cominciato a scrivere pezzi nostri. Si sono susseguiti diversi periodi ed influenze musicali: abbiamo vissuto gli anni Ottanta, abbiamo assorbito i The Cure e le sonorità tipiche di quel periodo; col tempo, abbiamo affinato e ampliato le nostre sonorità, assorbendo le influenze più disparate. Abbiamo studiato tanto, abbiamo fatto tanti concerti. È stato come vivere una favola!»

In concreto, come, voi Agrado, siete arrivati a coronare il vostro sogno di firmare un contratto discografico?

Omar: «Ci siamo arrivati grazie alla perseveranza di Loris. Lui è uno di quelli che non si arrendono mai, bisogna proprio dargliene atto! Ha delle doti da manager, non desiste neppure di fronte a miliardi di porte in faccia, insiste, sempre e comunque. Loris è molto determinato, caratteristica di vitale importanza nel nostro settore. In un momento di estrema difficoltà nel panorama discografico, è grazie al suo impegno se siamo riusciti ad ottenere contatti con Iaia De Capitani, quindi con Franz Di Cioccio della PFM. Il primo incontro è stato rocambolesco: Loris si è piazzato negli uffici deciso a non andarsene finché non le avesse parlato, anche se dei suoi collaboratori gli avevano assicurato che quel giorno non sarebbe passata. Dopo due ore esatte di attesa, Iaia è arrivata; siamo riusciti a strapparle un primo colloquio.»

Il disco d’esordio degli Agrado si chiama “Rumore bianco”. Parlateci un po’ del perché avete scelto proprio questo nome e della sua genesi?

Loris: «È un titolo che abbiamo scelto dopo attenta riflessione, ci ha convinti perché racchiude un significato per noi profondo. Nel linguaggio della fisica, il rumore bianco è caratterizzato da un’ampiezza costante delle frequenze e dall’assenza di periodicità nel tempo; ciò rimanda ad una sensazione di continuità e, allo stesso tempo, di impercettibilità e di infinito. L’album si compone, appunto, di dodici pezzi legati l’uno all’altro, ma diversi per quanto concerne significato e struttura. Spero di essermi spiegato, se così non fosse vi invito ad ascoltarlo!»

Vincenzo Nicoletti

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