Serve una prospettiva verde post COVID-19
Credit: Greenpeace.org

Molti sono i motivi, seguendo il principio precauzionale, per una riforma strutturale del nostro modo di produrre e consumare, ed è arrivato il momento di attuarla: serve una prospettiva verde per il post COVID-19. All’inizio di marzo infatti, quando sul web hanno iniziato a circolare le immagini satellitari che mostravano l’impressionante riduzione delle emissioni di CO2 provocata dalle conseguenze del COVID-19, molti hanno pensato che questa terribile crisi avrebbe potuto avere almeno un effetto positivo: fermare, o per lo meno rallentare, l’inquinamento atmosferico.

Le emissioni di gas serra sono direttamente legate al settore produttivo e ai trasporti. Le attività inerenti questi settori sono state fortemente ridotte dalle limitazioni imposte dalle principali economie del mondo per fermare la diffusione del COVID-19. A febbraio le misure adottate dalla Cina hanno provocato una riduzione del 25% delle emissioni rispetto allo stesso periodo del 2019.

Serve urgentemente una prospettiva verde dopo il COVID-19
Credit: earthobservatory.nasa.gov
Ripresa satellitare che mostra la netta diminuzione dei livelli di inquinamento in Cina

Se a prima vista questa può sembrare una buona notizia per l’ambiente, le cose appaiono molto diverse guardando oltre il breve periodo. Tutte le recenti crisi economiche infatti, dagli shock petroliferi degli anni Settanta alla crisi finanziaria asiatica degli anni Novanta, sono state accompagnate da riduzioni delle emissioni. Ogni volta però, il calo è stato di breve durata e la ripresa economica ha portato con sé un aumento delle emissioni. Questo perché l’andamento delle emissioni non dipende solo da quello dell’economia globale, ma anche dall’intensità di emissione, cioè dalla quantità di CO2 emessa per ogni unità di ricchezza prodotta. Normalmente l’intensità di emissione si riduce con il tempo per effetto del progresso tecnologico, dell’efficienza energetica e della diffusione di fonti di energia rinnovabili. Ma se, come molti temono, si dovesse rilanciare la costruzione di centrali a carbone e altre infrastrutture inquinanti nel tentativo di far ripartire l’economia, a medio termine gli effetti negativi potrebbero cancellare qualunque miglioramento dovuto al calo delle emissioni.

Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, ha avvertito che la crisi economica prodotta dall’emergenza del COVID-19 potrebbe avere conseguenze disastrose per la transizione energetica globale. La maggior parte degli investimenti mondiali in energia pulita dipende dalle finanze pubbliche, per questo, avverte Birol, è essenziale che le misure di stimolo diano la precedenza a una prospettiva verde.

Come sottolinea il Direttore di Greenpeace Italia Giuseppe Onufrio, è importante già da adesso iniziare a discutere delle azioni da intraprendere quando questa emergenza sanitaria sarà finita. Recentemente la Commissione europea ha presentato il suo piano per un Green Deal europeo e la proposta di legge sul clima che prevede l’impegno ad azzerare le emissioni nette entro il 2050. Questi progetti non devono essere accantonati con il pretesto della situazione emergenziale legata al COVID-19, ma anzi devono essere messi al centro della politica di investimenti pubblici straordinari ormai chiaramente necessaria.

Già molte cose sono cambiate in sede europea e proprio l’Europa rappresenta certamente l’orizzonte delle politiche a cui dobbiamo guardare. «La connessione tra pandemie e distruzione della biodiversità sono state esplorate da diversi studi e sono riconosciute da numerosi esperti», prosegue Onufrio. Non c’è dubbio che la particolare severità con cui la pandemia sta colpendo certe zone del Paese, come la Pianura Padana, sia connessa anche alle condizioni strutturali di forte inquinamento della qualità dell’aria, condizioni che persistono da decenni e che hanno già, di per sé, un importante impatto sulla mortalità: da alcuni anni la stessa Agenzia Europea per l’Ambiente ne riporta le stime: 76.200 morti in Italia nel 2016. Abbiamo dunque più di un motivo per attuare una prospettiva verde dopo la fine della pandemia.

È necessario uscire dal dogma dell’austerità, anche nel lungo periodo, iniziando a promuovere gli obiettivi sociali e ambientali basandosi su una prospettiva verde, che promuovere benessere umano e protezione dell’ambiente naturale. Urge investire in una transizione equa verso un’economia a zero emissioni di CO2, creare posti di lavoro di qualità, investire nelle infrastrutture pubbliche che assicurano la qualità della vita, dalla sanità, ai servizi di mobilità pubblica e dell’istruzione.

Quanto più tempo aspetteremo ad attuare una strategia verde che riduca le emissioni di CO2 e protegga la biodiversità, tanto maggiori saranno i costi per la vita umana e i mezzi di sussistenza, nonché il danno al pianeta e i relativi costi finanziari. «L’attuale crisi è un campanello d’allarme per il nostro dovere di proteggere le persone e il pianeta. Pertanto, l’UE deve fissare il suo obiettivo per il clima del 2030 su almeno il 65% di riduzione delle emissioni di CO2 in linea con le più recenti conoscenze scientifiche e arrestare la perdita di biodiversità», dice Onufrio.

Serve urgentemente una prospettiva verde dopo il COVID-19
Credit: Scenari Economici
livelli di produzione di CO2 per Paese.

La chiave energetica può essere quella intorno a cui creare opportunità di investimento in progetti di riqualificazione con ambiziosi obiettivi ambientali e sociali. Anche Edoardo Zanchini infatti, vicepresidente di Legambiente, sostiene la necessità di una prospettiva verde che si basi su investimenti sostenibili in efficienza energetica e fonti rinnovabili, per poter inoltre riqualificare il settore edilizio già schiacciato con la crisi finanziaria del 2008 e adesso atterrato dalla situazione emergenziale.

È quindi chiaro che va cambiato il paradigma: una prospettiva verde che deve investire nelle persone, non nelle industrie. Per le industrie fortemente inquinanti è necessario garantire che i fondi destinati a sostenere i lavoratori non vengano utilizzati per promuovere gli interessi delle aziende, per sostenere pratiche devastanti dal punto di vista ambientale. Dopo il crollo finanziario del 2008 abbiamo assistito a un flusso sproporzionato di fondi pubblici verso le industrie inquinanti e le aziende più ricche. La risposta alla crisi finanziaria globale ha aggravato così la disuguaglianza dando una spinta controproducente alle industrie che più di tutte sono causa della crisi climatica.

L’UE ora più che mai non deve rallentare la marcia verso il Green New Deal, e deve individuare gli investimenti sostenibili. Il COVID-19 non deve essere un pretesto per indebolire i pilastri delle politiche e delle strategie ambientali, anzi, il mondo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica è già  pronto a partecipare alla ripartenza post COVID-19, svolgendo un ruolo da protagonista nel rilancio. Per questo è importante che l’Europa non rallenti nella marcia verso una prospettiva verde e imponga serie condizioni green negli investimenti futuri anche seguendo le linee guida della Taxonomy che individua quali investimenti siano in linea con le politiche del Green Deal e quali invece contrari.

Le istituzioni europee devono aprire la strada a una prospettiva verde in grado di promuovere investimenti in soluzioni climatiche, come ferrovie e altre infrastrutture di trasporto pubblico, strutture per la mobilità ciclistica, servizi idrici pubblici, soluzioni locali di gestione dei rifiuti che danno la priorità ai sistemi locali di riutilizzo, compostaggio e riparazione; fonti rinnovabili sviluppate da comunità energetiche e promozione di standard di efficienza energetica.

Serve urgentemente una prospettiva verde dopo il COVID-19
Credit: lifegate.it
Indice di potenziale rinnovabile in UE

Il virus che ci colpisce non ha una nazionalità e noi possiamo reagire promuovendo un senso di comunità e di cooperazione con altri Paesi, come già stiamo facendo. Questo senso di comunità e cooperazione è la base per ricostruire il sistema economico e sociale che guarda anche a una prospettiva verde e sostenibile, a beneficio dell’ambiente e quindi dell’uomo.

Quando l’emergenza sarà terminata, la qualità della nostra civiltà sarà data dalle scelte che avremo preso per proteggere i più deboli e promuovere un modello diverso di produrre e consumare e non gli interessi delle industrie fossili che ancora dominano il panorama attuale.

Martina Guadalti

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Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

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