Ianez, la deriva dell’identità e la rivolta del silenzio
Fonte: Clarissa D'Avena

Esistere, oggi, somiglia sempre più a un esercizio di manutenzione di un simulacro. Siamo immersi in un flusso ininterrotto di stimoli, dove l’identità si frantuma in pixel e la percezione del sé viene delegata al riflesso deformante dello schermo. In questo panorama di popolarità tossica e buonsenso sacrificato, l’opera di Ianez, all’anagrafe Andrea Iannone, si pone non come un semplice manufatto discografico, bensì come un’indagine quasi archeologica sulle crepe che solcano la nostra quotidianità. C’è una densità pensosa nel suo approccio, una volontà di non distogliere lo sguardo dal degrado sociale e politico che ricorda la precisione chirurgica con cui un musicista tenderebbe le corde di una Ibanez per estrarne un suono che sia, frattanto, tensione e liberazione.

Cattivi Praticanti” è il diario di bordo di un naufragio consapevole. Non c’è il tentativo consolatorio di trovare una rotta, quanto piuttosto la necessità etica di abitare il dubbio. Prodotto da Satellite Rec, il disco è un organismo vivente dove l’elettronica sporca, il rock e lo spoken word diventano i linguaggi necessari per tradurre il rumore di fondo di un sistema che abbiamo interiorizzato fino a renderlo parte del nostro DNA. Dalle derive autoritarie di “New Black” alla consapevolezza gelida dell’emarginazione in “Ghiaccio”, Ianez ci costringe a confrontarci con la nostra natura di randagi. È un invito a smettere di essere risorse spendibili per tornare a essere soggetti, finalmente liberi di non appartenere e di restare, orgogliosamente, fuori dai giochi della redenzione forzata.

L’opera si apre con il trittico “New Black”, “Minerva” e “L’addio”: tre prospettive che sembrano muoversi dal macroscopico cinismo sociale alla claustrofobia di un distacco privato. Ianez, come sei riuscito a cucire insieme la critica alla società dello share con l’urgenza di raccontare quella malinconia che rende il ricordo di una persona una presenza quasi invasiva?

«Questo album racconta il presente dal mio punto di vista; come accade spesso e volentieri nella vita, si muove in un costante limbo tra collettività e intimità. Un brano come “New Black” è di stretta attualità: riguarda ognuno di noi perché descrive esattamente ciò che ogni individuo vive nell’epoca contemporanea. È un pezzo palesemente schierato, di protesta, che non lascia spazio a interpretazioni. In quanto traccia d’apertura, mette subito le cose in chiaro. In canzoni come “L’addio” o “Minerva”, possiamo, anche in questo caso, ritrovarci tutti: raccontano sentimenti che, prima o poi, attraversano l’esistenza di chiunque. Descrivono la sensazione di vuoto, di smarrimento alla fine di una storia, l’ossessione che si fa invadenza o quella malinconia “bella” che ci raggiunge in un secondo momento, quando il rancore svanisce e il ricordo si fa più morbido, rassicurante.»

In “Blu” e “Vasca Rossa” emerge una narrazione quasi visiva, fatta di ghost-track esistenziali e domande sospese sul silenzio di Dio. In che modo queste figure — la donna che non abita i propri giorni e l’umanità che si confonde tra vittime e carnefici — dialogano con il resto dell’album nella costruzione di quella mappa delle fratture che definisce il cuore del progetto?

«”Blu” e “Vasca Rossa” raccontano due guerre diverse; tuttavia, in entrambi i brani di Ianez c’è un nemico da combattere. In “Blu”, il nemico è il retaggio culturale, il pregiudizio, l’ingiustizia di genere che impedisce a molte donne di vivere alla pari degli uomini, costringendole a una costante allerta, nonché alla paura di chi siede loro accanto. In “Vasca Rossa”, invece, si racconta la guerra che abita quotidianamente i nostri schermi: il conflitto tra Russia e Ucraina, quello tra Israele e una popolazione inerme; insomma, quella violenza alla quale, tristemente, ci stiamo abituando.»

Con “Analisti ne abbiamo” e “Non c’è problema” affronti frontalmente l’ipocrisia del nostro tempo, tra tuttologia social e l’incapacità di gestire il dissenso. Ianez, quanto è stato difficile mantenere un equilibrio tra il sarcasmo necessario a smascherare questi cliché e la serietà di un progetto che, in fondo, mira a mettere a nudo la vacuità dei nostri rituali quotidiani?

«”Analisti ne abbiamo” è, probabilmente, il brano più attuale del disco. I social creano “tuttologi da tastiera”: nel momento in cui, dietro lo schermo di uno smartphone o PC, vengono abbattuti i dislivelli delle competenze, il parere medico di un utente medio finisce per valere quanto quello di un professionista. A tutti piace parlare, a tutti piace mettere bocca su tutto; si sta, però, perdendo l’abitudine di ascoltare. O meglio, si ascolta solo per avvalorare quanto già si pensa. Non si cerca più “la verità”, si cerca solo una conferma della “propria verità”. Finché il risultato sono i terrapiattisti possiamo farci una risata, quando, invece, si entra in territori che riguardano, ad esempio, la salute fisica e mentale, allora si viene a creare un problema serio. Per questo ho ritenuto necessario un tono che facesse riflettere e, al contempo, sorridere, magari anche storcere il naso, senza che nessuno si sentisse offeso o bersagliato. Un registro in bilico tra sarcasmo e ironia, se ben dosato, permette di esprimersi al meglio.»

Arriviamo al nucleo politico del lavoro con la title track “Cattivi Praticanti” e “Siamo stati noi”. In questi brani la presa di coscienza del “randagio” sembra coincidere con la fine di una messinscena, sia essa collettiva o legata a un legame personale ormai spento. Ianez, è questo il punto di rottura necessario per smettere di essere risorse e tornare a essere individui, seppur ammaccati?

«Onestamente, non avevo mai pensato al concetto di “randagi” applicato a “Siamo stati noi”. Si tratta di un brano chiave che, insieme a “Cattivi Praticanti”, si è conteso fino all’ultimo il titolo dell’album. Ciononostante, esprime concetti differenti rispetto alla title track. “Siamo stati noi” affronta il tema della presa di coscienza di un rapporto finito, un “arrivederci” che cita Umberto Bindi e un “mai più” che non serve nemmeno pronunciare. Questo significa per me maturare consapevolezza! Con “Cattivi Praticanti” si entra in un diverso ambito: è un pezzo dedicato a noi lavoratori, perennemente oggettivati, considerati alla stregua di pedine intercambiabili utili solo ad ungere un malfunzionante ingranaggio economico. Ci affibbiano titoli, cambiano la semantica per farci credere di contare qualcosa: è l’evoluzione, o meglio la degenerazione, del capitalismo. La consapevolezza di chi siamo davvero, per noi stessi e per il sistema, rappresenta, a mio parere, il primo passo verso la libertà, verso quel cambiamento necessario.»

La chiusura è affidata a “Ghiaccio”, un brano che sembra depositare sul fondo tutto il rancore e la resistenza accumulati. Ianez, se l’album “Cattivi Praticanti” non cerca redenzione, cosa resta dopo l’ascolto di questo grido collettivo sommerso? È la constatazione di un gelo inevitabile o la speranza che, nel riconoscimento dell’emarginazione, si possa trovare una forma di calore più autentica?

«”Ghiaccio” è dedicato alla figura di mio padre, ormai defunto. Egli faceva parte degli “ultimi”: non “fatturava” come il sistema impone, gli era stata affibbiata l’etichetta di ex tossicodipendente. Da lui ho imparato che la vita può essere crudelissima, che il giudizio sociale può condannare fino alla fine dei propri giorni terreni, anche quando dentro si è profondamente cambiati. Mi ha insegnato che la solitudine e la depressione sono le malattie che maggiormente uccidono l’anima, che, in casi come il suo, per le istituzioni sei solo un elemento fastidioso da tenere a bada, senza alcuna reale volontà di reintegrazione. La scrittura e la produzione del brano in questione, mi hanno provocato un male quasi fisico. “Ghiaccio”, purtroppo, non lascia spazio alla speranza: l’avevo esaurita tutta, il dolore mi ha segnato con crepe che non si saneranno mai. Spero che l’ascolto del disco lasci a ognuno qualcosa di diverso, mi auguro vivamente che offra uno spunto di riflessione sul presente. C’è ancora tanta strada da fare per migliorarci! La musica ha il potere di infilarsi in quelle insenature strette oltre le quali, finalmente, si trova il cuore.»

Vincenzo Nicoletti

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