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Senza aiuti e senza acqua corrente, la Covid-19 dilaga tra i Navajo

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Navajo
Fonte immagine: ccsdnm.org

Più di novecento mila vittime. Questo il numero complessivo di decessi causati dalla pandemia di coronavirus nel mondo. Dopo un breve periodo in cui l’incessante narrazione mediatica della pandemia sembrava essere stata finalmente interrotta, vacanze, rientri e nefandezze varie hanno fatto sì che la curva dei contagi tornasse a salire. Più di novecento mila vittime, dunque. Una cifra che include anche migliaia di nativi americani che, abbandonati a loro stessi, rischiano la decimazione. I Navajo, in particolare, rappresentano il gruppo etnico più colpito dal coronavirus.

Il tasso delle infezioni registrato all’interno della comunità è fra i più alti al mondo e il numero di morti ha già raggiunto quello di Stati che hanno una popolazione di quindici volte superiore rispetto a quella dei 350.000 Navajo. La riserva che li ospita, con i suoi 71.000 km², si estende tra gli stati di Arizona, Nuovo Messico e Utah. Qui, le condizioni di vita in cui versano i Navajo sono così precarie da consentire al virus di diffondersi senza alcuna difficoltà. La maggior parte delle abitazioni, ad esempio, manca di acqua corrente e di elettricità, circostanza che rende difficile – se non impossibile – rispettare le più semplici linee guida previste dal protocollo sanitario per contenere la diffusione del contagio. L’ironia della sorte ha voluto che il popolo il cui nome significa “campo coltivato in un piccolo corso d’acqua” non abbia a disposizione nemmeno le risorse idriche necessarie per lavarsi le mani.

A peggiorare la condizione dei Navajo, il profondo sottofinanziamento che caratterizza le loro comunità nonché quelle disuguaglianze sistemiche che li obbligano ad una vita condotta ai margini della società americana. Una società che alla richiesta degli strumenti necessari ad accertare la positività dei contagiati ha risposto inviando sacchi neri per i cadaveri e cartellini per i nomi da allegare all’alluce delle vittime. Le disuguaglianze sociali, che diventano disuguaglianze sanitarie, si riflettono anche nello stanziamento dei fondi. A fronte dei 20 miliardi di dollari richiesti, il piano di emergenza coronavirus di Washington ne ha stanziati solo 8. La quota in questione deve suddividersi tra le 573 tribù di nativi americani e la burocrazia macchinosa del Bureau of Indian Affairs non risulta per nulla adatta a garantire una rapida distribuzione delle risorse.

Inoltre, se l’intero sistema sanitario americano risente del tradizionale scontro tra governo federale e governo locale, nel caso della nazione indiana si aggiunge un livello ulteriore, quello delle comunità singole. Esse non dialogano direttamente con Washington, ma con i vari governi locali, riflettendo i diversi gradi di tolleranza e integrazione dei nativi americani come i Navajo. Dove il grado di integrazione è alto, i membri delle comunità native godono della possibilità di accedere a strutture sanitarie estranee a quelle dell’Indian Health Services e anche di ricevere finanziamenti maggiori. Ma dove, invece, il livello di integrazione è basso, la priorità nell’accesso ai servizi (soprattutto in materia sanitaria) spetta alla popolazione locale. Questo significa che se, a parità di condizioni, vi sono due pazienti affetti da coronavirus a cui destinare l’unico posto letto a disposizione, difficilmente quel paziente sarà un nativo americano.

Durante la pandemia di Covid-19 sono stati tanti i governi locali che hanno scaricato sul governo federale la responsabilità delle comunità indiane, con l’unico risultato che queste ultime sono state lasciate sole a fare la conta dei propri morti. E con il numero dei morti che cresce, la storia è destinata a ripetersi: dall’invasione dei conquistadores, avvenuta tra il XV e il XVII secolo, i Navajo e le altre popolazioni indigene del continente americano sono state decimate, derubate delle loro terre, confinate all’interno delle riserve ed “educate” alla civiltà dall’uomo bianco. A sterminare i nativi americani però, più che le pallottole, sono stati i virus. Infatti, la diffusione di nuove malattie e infezioni portate dai conquistadores, contro le quali i nativi non possedevano le difese immunitarie adatte, ha causato – in poco meno di un secolo – una riduzione del 70% della popolazione sud e mesoamericana.

A distanza di secoli, se per quei morti non abbiamo chiesto né fatto giustizia, possiamo almeno evitare di turbarne il riposo, impedendo che lo stesso destino tocchi in sorte ai loro discendenti. Per farlo è necessario garantire a tutti le medesime possibilità di accesso ai servizi sanitari e impedire che il vaccino anti coronavirus si trasformi in un bene destinato a pochi.

Virgilia De Cicco

Virgilia De Cicco
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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