
Il terreno geopolitico su cui si muove il presidente Volodymyr Zelensky non è mai stato così instabile. La guerra contro la Russia continua a consumare risorse, uomini e capacità di resistenza, mentre il fronte interno ucraino fatica a sostenere un conflitto ormai entrato nella sua fase strutturale. Ma è sul piano internazionale che si sta aprendo il varco più pericoloso: quello rappresentato dal progressivo disimpegno degli Stati Uniti, sempre più riluttanti a mantenere il ruolo di garanti politici, finanziari e militari dell’Ucraina.
La narrativa portata avanti da Donald Trump, amplificata dal suo entourage e ormai condivisa da una parte consistente del GOP, sta modificando gli equilibri diplomatici e strategici del conflitto. Le dichiarazioni del presidente — che parlano di “sconfitta ucraina”, di “cessioni territoriali inevitabili” e dell’idea che Zelensky stia evitando le elezioni per mantenere il potere — trovano oggi sponda nella nuova National Security Strategy 2025 (NSS 2025), un documento che ridefinisce il ruolo globale dell’America in senso profondamente sovranista, nega la centralità dell’Europa nei calcoli strategici degli USA e apre a una possibile “normalizzazione” con Mosca a scapito di Kyiv.
In parallelo, la Russia intensifica la propria guerra ibrida contro il continente europeo, mentre cresce la frattura tra Washington e le capitali dell’Unione Europea. Lo spazio di manovra di Zelensky si restringe ogni giorno di più. E nell’attuale configurazione dei rapporti internazionali, l’Europa rischia di essere l’ultima ancora di salvezza per l’Ucraina.
Trump, Putin e la delegittimazione diplomatica dell’Ucraina
La postura di Donald Trump nei confronti dell’Ucraina ha assunto negli ultimi mesi una forma riconoscibile e coerente, molto più strutturata della semplice retorica elettorale. Il suo discorso pubblico sta costruendo un quadro politico in cui Volodymyr Zelensky viene progressivamente privato della centralità, dell’autorevolezza e perfino della legittimità necessarie a rappresentare Kyiv nel conflitto. È una strategia che agisce contemporaneamente sulla percezione della guerra, sulla valutazione delle capacità militari ucraine e sulla legittimità democratica del presidente ucraino.
Il primo tassello è la narrazione della sconfitta. Trump ha affermato che “a un certo punto Zelensky dovrà iniziare ad accettare le cose. Sai, quando stai perdendo, perché lui sta perdendo…”. La frase non è un semplice giudizio: è un dispositivo politico che impone una cornice interpretativa nella quale l’Ucraina appare come un attore senza più possibilità di invertire l’andamento della guerra. Presentare Kyiv come “sulla via della sconfitta” significa legittimare in anticipo qualsiasi richiesta di concessioni territoriali avanzata al tavolo dei negoziati, rendendo ogni resistenza ucraina non solo inutile, ma irrazionale.
A questa rappresentazione Trump ne ha aggiunta un’altra, ancor più funzionale agli interessi russi: “Non è facile con la Russia, perché la Russia ha il vantaggio dalla sua. E lo ha sempre avuto. È molto più grande. È molto più forte”. Qui il punto non è la descrizione della situazione militare, ma la legittimazione del presunto diritto di Mosca a prevalere. Nel momento in cui la forza russa viene descritta come una condizione naturale, e non come il risultato di una campagna militare che ha mostrato limiti evidenti, il conflitto assume per Trump contorni predeterminati: la Russia vince perché deve vincere.
Il secondo tassello è la delegittimazione personale di Zelensky. Nell’intervista rilasciata a Politico, Trump ha sostenuto che il presidente ucraino “ha convinto Biden a dargli 350 miliardi di dollari e il risultato è che il 25% del suo Paese è sparito”, trasformando l’Ucraina in un esempio di spreco di risorse americane e Zelensky in un leader inaffidabile, incapace di tradurre il sostegno occidentale in risultati sul campo. Ma l’attacco più significativo è quello rivolto alla sua legittimità democratica: secondo Trump, Zelensky “non vuole la pace perché, se la guerra finisse, dovrebbe tenere elezioni”, insinuando che la sospensione del voto – imposta dalla legge marziale – sia in realtà un espediente per conservare il potere.
È un’accusa che riprende parola per parola la narrativa del Cremlino, secondo cui Kyiv sarebbe governata da un regime che utilizza la guerra per giustificare l’assenza di pluralismo politico. Nella logica trumpiana, se Zelensky non rappresenta più una democrazia piena, allora non rappresenta più neppure un interlocutore necessario. È il terreno perfetto su cui costruire un’eventuale apertura diplomatica verso Mosca.
Il terzo tassello riguarda la gestione dei colloqui informali. Gli emissari di Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, hanno presentato a Zelensky una bozza di proposta americana che prevede concessioni territoriali in cambio di garanzie di sicurezza non definite. Zelensky ha comunicato l’intenzione di discuterne con i suoi ministri e con i partner europei prima di esprimersi. Questa cautela istituzionale è stata interpretata da Trump come un rifiuto, al punto da dichiarare pubblicamente che il presidente ucraino “non ha ancora letto la proposta”.
L’irritazione americana è diventata parte del messaggio politico. Nella ricostruzione che Trump sta costruendo, Zelensky non solo “sta perdendo”, ma non sarebbe neppure disposto a valutare le soluzioni che gli Stati Uniti propongono. È un modo per far ricadere sull’Ucraina la responsabilità dell’assenza di progressi negoziali e per giustificare, sul piano interno americano, la necessità di un cambio di rotta.
Tutto questo converge perfettamente nella logica della National Security Strategy 2025, che ridimensiona la centralità europea negli interessi vitali degli Stati Uniti, enfatizza la necessità di liberarsi dei “fardelli” imposti dalle crisi regionali e presenta la stabilità con le grandi potenze rivali come priorità di lungo periodo. All’interno di questo nuovo paradigma, l’Ucraina perde il suo valore strategico intrinseco e diventa un dossier da chiudere, un ostacolo temporaneo sulla strada di un riequilibrio globale che Washington ritiene più funzionale ai suoi interessi.
La combinazione di questi elementi – la narrazione della sconfitta, la delegittimazione politica, l’accusa di scarsa democraticità e l’irritazione per la presunta mancanza di collaborazione – sta producendo un indebolimento strutturale della posizione internazionale dell’Ucraina. Zelensky non viene più presentato come il leader di un Paese aggredito, ma come il responsabile di una guerra che potrebbe finire, se solo accettasse le condizioni imposte. È un mutamento di paradigma che il Cremlino ha colto immediatamente e che sta sfruttando con una lucidità strategica assoluta.
L’Europa tra guerra ibrida e responsabilità strategica: l’ultimo spazio per Kyiv
Mentre Washington ricalibra i propri obiettivi, l’Europa si trova davanti a una trasformazione radicale del proprio ruolo. Le riunioni di Londra e Bruxelles, che hanno visto la partecipazione diretta di Zelensky, hanno messo in luce un continente consapevole della gravità del momento. I leader europei hanno espresso con crescente chiarezza una posizione comune: la difesa dell’Ucraina coincide con la difesa della sicurezza europea.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha riconosciuto che le proposte americane non garantiscono stabilità a lungo termine e rischiano di compromettere l’intera architettura di sicurezza continentale. Emmanuel Macron ha sottolineato la necessità di preservare la convergenza transatlantica, pur ammettendo che la distanza tra Stati Uniti ed Europa non è mai stata così ampia dall’inizio della guerra. Le loro parole rivelano un continente costretto a riconoscere di non poter più assumere che la leadership americana rimarrà invariata.
Parallelamente, la Russia sta intensificando la guerra ibrida contro l’Europa. L’episodio dei palloni militari inviati dalla Bielorussia nello spazio aereo lituano è solo l’ultimo segnale di una strategia mirata a testare la resilienza dei Paesi membri della NATO, alterare la loro percezione del rischio e verificare la rapidità di risposta militare e politica. La dichiarazione dello stato d’emergenza da parte di Vilnius è un indicatore della crescente vulnerabilità del fianco orientale europeo.
Il messaggio di Mosca è chiaro: non esiste una linea di separazione netta tra il fronte ucraino e la sicurezza europea. Se l’Ucraina viene costretta a una soluzione negoziata sfavorevole, l’Europa orientale diventerà immediatamente il successivo spazio di pressione strategica. Le azioni bielorusse e gli sconfinamenti (cyber, con i droni e con i caccia) sono un anticipo di questo scenario e confermano la volontà del Cremlino di ampliare la zona grigia di instabilità.
In questo contesto, il piano del generale Oleksandr Syrskyi per rafforzare ulteriormente l’apparato militare ucraino rappresenta una presa d’atto realistica: Kyiv deve prepararsi a una guerra più lunga e più difficile, consapevole che il supporto americano potrebbe non essere più garantito e che la capacità europea di intervenire rapidamente rimane limitata, frammentata e priva di una vera autonomia strategica.
La situazione geopolitica dell’Ucraina è entrata in una fase di contrazione. La combinazione tra la pressione americana per un accordo rapido, la delegittimazione politica di Zelensky, la ridefinizione strategica contenuta nella NSS 2025 e la crescente aggressività russa – che non vuole la pace – sta creando un ambiente nel quale Kyiv rischia di perdere la sua capacità di influire sul proprio destino.
La Russia osserva il deteriorarsi del rapporto tra Stati Uniti e Ucraina come un’opportunità storica. Gli Stati Uniti, nella visione trumpiana, trattano il conflitto come un dossier da chiudere. L’unico attore che percepisce la posta in gioco in termini esistenziali è l’Europa.
La difesa dell’Ucraina coincide ormai con la difesa del progetto europeo, della sicurezza del continente e dell’ordine politico nato nel 1991. Se l’Europa non agisce con decisione, se non costruisce un fronte politico e militare coeso, se non assume pienamente la responsabilità della sicurezza del proprio vicinato, l’Ucraina perderà lo spazio strategico che le resta e l’intero continente entrerà in una fase di vulnerabilità strutturale.
Donatello D’Andrea
















































