La fine di MTV non è stata un evento improvviso, ma una lenta e inesorabile agonia delle frequenze. Dallo storico switch-off del segnale analogico fino alla definitiva scomparsa dal tasto 8 del telecomando – ceduto a logiche di mercato che hanno trasformato il network in un presidio per soli abbonati o in un contenitore di reality low-budget – la parabola del canale si è conclusa nel silenzio mediatico. Oggi che quel logo è un reperto archeologico, è difficile spiegare cosa sia stato MTV prima che il segnale si sporcasse.
Esiste infatti un prima e un dopo. Un confine netto, tracciato non dai trattati internazionali, bensì da una sigla che pulsava di glitch e sintetizzatori. Per chi è nato nell’intercapedine tra l’analogico e il caos digitale, MTV non ha rappresentato un semplice canale televisivo: è stata un’educazione sentimentale, estetica e politica. Un buco della serratura affacciato su un mondo che ignorava la lingua dei padri e che, per la prima volta, non cercava di vendere prodotti o servizi, quanto piuttosto un’identità.
Il valore dell’attesa
Nell’era dell’algoritmo che mastica e sputa playlist pre-confezionate su Spotify, risulta difficile spiegare il valore dell’attesa. Eppure, quel tempo sospeso era la fibra stessa della passione. Significava aspettare il pomeriggio per “TRL“, stipati in quella piazza virtuale che era il balcone di Piazza del Duomo di Milano, o attendere che i rintocchi di “Night Express” portassero un po’ di oscurità vibrante nel buio sfarfallante delle proprie camerette. Il successo di MTV risiedeva proprio nell‘assenza dell’on demand. O si era presenti in quel preciso istante, oppure il treno passava, lasciando a terra il telespettatore con il sapore amaro dell’esclusione.
La bussola dei VJ
In un mondo privo di social media, MTV agiva da filtro definitivo. Il VJ non era un creator a caccia di like; era il sacerdote di un culto laico. Andrea Pezzi, con la sua parlantina colta e stralunata; Enrico Silvestrin, con quel piglio da rockstar internazionale che arrivava direttamente da Londra; Giorgia Surina, dose quotidiana di inquietudine e desiderio. Figure che sembravano capitate in TV per sbaglio dopo una notte in un club berlinese e che ricordavano, ogni pomeriggio, quanto fosse stretto il maglione indossato in provincia. Non erano influencer preoccupati dal tasso di engagement, erano fratelli maggiori con le chiavi della dispensa. Indicavano cosa ascoltare, certo, tuttavia insegnavano soprattutto come guardare.
I video musicali trasmessi rappresentavano un cinema d’autore accessibile a tutti, dove la grammatica dell’immagine di registi come Chris Cunningham, Michel Gondry e Spike Jonze veniva codificata attraverso un dialogo radicale con artisti come Björk, i The Chemical Brothers, Aphex Twin e i Beastie Boys. In questo modo il videoclip si trasformava in un autentico laboratorio di avanguardia visuale.
Una generazione che non ha avuto bisogno di manuali di sociologia: sono bastati i dieci minuti di “Flash” o i documentari di “MTV News” per capire che il mondo stava cambiando. La guerra in Kosovo, il G8 di Genova, l’ascesa di un nuovo attivismo globale: ogni evento veniva raccontato con un linguaggio privo della solennità distaccata dei TG istituzionali, possedendo, invece, il ritmo cardiaco di un montaggio frenetico.
L’illusione di una comunità globale
Il network ha alimentato l’idea di far parte di qualcosa di enorme. Mentre i genitori guardavano ai confini del comune o alla politica nazionale, lo sguardo dei figli era rivolto a Camden Town, al Lower East Side, a Kreuzberg. La cosiddetta “MTV Generation” vibrava di una promessa: nessuno sarebbe rimasto solo con la propria diversità. Per freak, emo, metallari o aspiranti rapper, da qualche parte nel palinsesto, magari tra le due e le quattro di notte in programmi cult come “Brand:New“, la rete trasmetteva qualcosa di specifico e identitario.
Si trattava di una democrazia estetica senza precedenti. Era possibile passare dai Nirvana ai Daft Punk senza soluzione di continuità, costruendo un pantheon personale di icone globali. È stata la prima volta in cui il “locale” è sparito sotto i colpi di un “globale” che non era ancora l’omologazione piatta odierna, piuttosto un’esplosione di stili e subculture shakerati con maestria.
L’autofagia del brand
Lentamente, il segnale ha iniziato a disturbarsi a causa di un virus interno. Il successo dei primi esperimenti di “real life” – si pensi a “The Real World” – ha insegnato ai vertici di Viacom che la musica costava troppo in termini di diritti e rendeva meno dei ragazzi chiusi a urlare in una casa. La musica, cuore pulsante del brand, è scivolata in secondo piano, divorata da “Jersey Shore“, dai “Jackass” e dalle gravidanze adolescenti documentate ossessivamente da “16 anni e incinta“. Il VJ è stato sostituito dal format; l’arte dalla pornografia del quotidiano.
La magia è evaporata quando la musica è diventata onnipresente e, paradossalmente, invisibile. La fine di MTV non è avvenuta con uno switch-off improvviso, si è verificata con una lenta agonia di contenuti sempre più vuoti, specchio di un’attenzione che si stava frammentando su Youtube e TikTok. Quel logo, un tempo simbolo di ribellione, si è trasformato in un brand nostalgico da stampare sulle magliette di H&M, o di chissà quale altra multinazionale del fast-fashion.
L’eredità per i Millennials
In fin dei conti, MTV non ha traghettato nessuno nel futuro; ha solo illuso che il viaggio sarebbe stato un lungo video d’autore. Forse il vero lascito di quel network non sta nei file archiviati su YouTube o nelle grafiche sbiadite sulle felpe di massa, risiede in quel riflesso condizionato che ci coglie ancora oggi quando la radio passa un vecchio pezzo dei Blur.
Per un istante, lo smartphone sul cruscotto smette di essere un navigatore; torniamo a essere quel cartone del latte che vaga smarrito per le strade del videoclip di “Coffee And TV”, cercando un senso di appartenenza in un mondo che ha smesso di aspettarci. Siamo i reduci di un’estetica che voleva divorare il globo, rimanendo masticata dal tempo. Ci resta la consapevolezza, dolce e crudele, di essere stati l’ultima generazione ad aver avuto un appuntamento fisso con il futuro, prima che il futuro decidesse di raggiungerci ovunque, finendo, però, per non trovarci da nessuna parte.
Vincenzo Nicoletti















































