Il gender gap nella politica aziendale di Elisabetta Franchi
Fonte: notizie.virgilio.it (IPA)

Mentre Samantha Cristoforetti continua ad affermarsi non solo come astronauta, bensì anche come donna libera dagli stereotipi e dai pregiudizi che recriminerebbero la sua scelta di dedicarsi al lavoro pur avendo una famiglia, la stilista bolognese Elisabetta Franchi si afferma come promotrice di un ritorno al passato, per la precisione al Medioevo.

«Quando metti una donna in una carica importante (…) non ti puoi permettere di non vederla arrivare per due anni perché quella posizione è scoperta e un investitore investe tempo energia e danaro. (…) Da imprenditore responsabile della mia azienda spesso ho puntato su uomini. Va fatta una premesse: oggi le donne le ho messe, ma sono “anta”. (…) Se dovevano sposarsi si sono già sposate, se dovevano fare figli hanno fatto figli, quindi io le prendo che hanno fatto tutti i giri di boa, sono al mio fianco e lavorano h24» – dice Franchi in occasione dell’evento organizzato da Il Foglio e Pwc Italy, centrato sulla figura e sul ruolo della donna nell’ambito lavorativo della moda, e lasciano intendere come la strada verso l’affermazione delle pari opportunità sia ancora in salita. Diverse, e non poche, le reazioni sui social.

L’intervento della stilista ha difatti portato alla luce più d’una problematica. In primo luogo è aberrante sentir parlare del “dovere” della donna di procreare perché insito nel proprio DNA. Parole simili costituiscono una mancanza di rispetto e di sensibilità nei confronti di tutte quelle donne che nella vita si pongono obiettivi che differiscono dalla maternità e di tutte coloro che desiderano un figlio ma non possono vedere questo sogno realizzarsi. Ci sono molti doveri nella vita, siamo però certi che l’avere un figlio non rientri fra questi.

Altrettanto aberrante è notare come un simile discorso sia stato pronunciato da una donna che non ha mostrato empatia e vicinanza alle migliaia di donne che ancora subiscono discriminazioni di genere sul posto di lavoro. Elisabetta Franchi è anche mamma di due bambini, e da donna imprenditrice ha potuto gestire in autonomia l’aspetto lavorativo e quello familiare. E se invece fosse stata la dipendente di un’azienda in cui la maternità rappresentava un intralcio alla carriera lavorativa? Molto probabilmente avrebbe dovuto rinunciare a parte delle sue ambizioni, molto probabilmente oggi non sarebbe mamma di Ginevra e Leone o non sarebbe la Elisabetta Franchi che noi tutti conosciamo.

Gender gap lavorativo
Credit: https://www.istat.it/donne-uomini/bloc-2d.html?lang=it

Tutto questo non è ammissibile, o perlomeno non dovrebbe esserlo. A uomini e donne è riconosciuto per legge il diritto allo studio, al lavoro, alla famiglia, e non possiamo restare in silenzio dinanzi ad un discorso che cancella anni di lotte e proteste. “L’80% della mia azienda sono quote rosa” fa sapere la Franchi mediante una storia Instagram in seguito alla bufera mediatica ormai insorta. Donne, sì, ma “anta”, ossia quelle che non hanno bisogno di congedi parentali, di permessi se il bambino è a casa con l’influenza, quelle donne per cui la famiglia è uno step della vita costruito, consolidato e archiviato. Se quindi le “anta” possono contare sulla possibilità di fare carriera, le giovani ragazze devono ancora soffiare molte candeline prima di poter firmare un contratto di lavoro che possa dar loro garanzie. Ma senza una stabilità e indipendenza economica, come si può pensare di dedicarsi ai primi “giri di boa”? La Franchi non ha difatti messo in conto che molte donne diventano madri proprio nella fase degli “anta” e, con esse, diventano genitori anche quegli uomini che dice di prediligere nella sua azienda, forse perché spesso privi (o privati?) di oneri familiari. Non ha tutti i torti se pensiamo che in Italia è ancora molto diffusa l’immagine della donna dedita alla famiglia e quella dell’uomo dedita al lavoro.

Ma la polemica è ben più ampia, e molti hanno focalizzato l’attenzione su un ulteriore dettaglio dato dalle ore di lavoro cui sarebbero sottoposte le donne assunte dalla stilista. “Sono al mio fianco e lavorano h24“: esagerazione o realtà? Conciliare famiglia e lavoro è possibile a patto che quest’ultimo si svolga nel pieno rispetto del monte ore previsto, e consenta ai lavoratori di svolgere con serenità le proprie mansioni, allontanando sempre più la possibilità di incorrere in una situazione di burnout. «Avere una famiglia è un sacrosanto diritto. Chi riesce a conciliare famiglia e carriera, è comunque sottoposta a enormi sacrifici, esattamente come quelli che ho dovuto fare io!» – continua così il discorso di Elisabetta Franchi che però fa insorgere un quesito: se per lei è stato possibile, perché allora non può esserlo per tutte? Impegno, dedizione, tenacia: il prezzo da pagare se si vuole raggiungere la vetta.

A questo tripudio di affermazioni da Medioevo, Franchi cerca di dare una spiegazione: «È emerso che nella realtà odierna le donne non ricoprono cariche importanti. Perché? Purtroppo, al contrario di altri Paesi, è emerso che lo Stato italiano è ancora abbastanza assente, mancando le strutture e gli aiuti, le donne si trovano a dover affrontare una scelta tra famiglia e carriera». Il tentativo non ha però ottenuto l’effetto sperato. Anziché dunque combattere al fianco delle donne che da tempo cercano di far valere ed affermare i propri diritti spesso negati da uno Stato che non adotta misure adeguate alle esigenze di tutti, la Franchi decide di schierarsi proprio contro la parte lesa incrementando un gender gap già di per sé preoccupante. In un dibattito avente come punto focale il ruolo delle donne nell’ambiente lavorativo, denunciare le mancanze dello Stato sarebbe stato un passo avanti nella lotta contro le disuguaglianze di genere, una mano tesa verso chi sta cercando di affermarsi lavorativamente in un contesto dove ancora vige un – nemmeno troppo celato – velo di cultura patriarcale.

Lo Stato non aiuta l’imprenditore, e questo non lo si può negare, ma l’imprenditore non contribuisce nel fare pressioni, naviga nel suo libero mercato la cui unica voce di interesse si chiama profitto. E in questo non si può non racchiudere l’essenza di Elisabetta Franchi imprenditrice.

Aurora Molinari

Pugliese, classe 1997. Da bambina sognavo di diventare una giornalista, o magari una scrittrice. Oggi sono invece un'educatrice, specializzata nel disagio sociale, con la passione per la scrittura. E non solo.

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