
La storia della diplomazia climatica è fatta di tappe e, come in tutte le storie, alcune date risultano più significative di altre. Tra queste il 2015 rappresenta sicuramente uno snodo cruciale. In quell’anno, durante la ventunesima edizione della Conferenza delle Parti, 196 Stati negoziavano il contenuto dell’Accordo di Parigi, ancora oggi ritenuto un vero e proprio spartiacque nella diplomazia climatica. I motivi di questo successo universalmente riconosciuto sono molteplici e altrettanto numerose sono le circostanze che lo resero possibile.
Parigi 2015: lo spartiacque e i suoi limiti
Il suo obiettivo generale era (ed è) quello di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, implementando gli sforzi statali per limitare tale aumento a 1,5 °C. Malgrado questo obiettivo sia oggi diventato più difficile da raggiungere la finestra temporale per poter agire è ancora aperta, o perlomeno socchiusa. Ciò in cui l’Accordo di Parigi sembra, invece, aver definitivamente fallito è la capacità di mantenere elevata l’ambizione delle Parti nel presentare piani d’azione nazionali – “NDC” all’interno del testo dell’Accordo – sufficientemente efficaci nel limitare l’immissione in atmosfera di sostanze climalteranti, contenendo conseguentemente l’aumento della temperatura media globale.
Se molteplici sono stati i fattori che hanno contribuito alla progressiva erosione delle condivise (seppur mai omogenee) ambizioni statali in materia di leadership climatica, il contesto internazionale in cui tale erosione si è consumata rappresenta senza dubbio un elemento centrale. A distanza di 10 anni dall’Accordo di Parigi, il mondo appare profondamente diverso, come diversa è anche la natura delle relazioni internazionali e delle questioni che dominano le agende politiche statali.

Dalla leadership condivisa alla diplomazia a compartimenti stagni
Il buon esito dei negoziati globali del 2015, anzitutto, fu anticipato e favorito dall’intesa congiunta raggiunta nel 2014 tra la Cina di Xi Jinping e gli Stati Uniti di Barack Obama, con la quale i due presidenti – riconoscendo il ruolo che le due superpotenze mondiali avrebbero potuto svolgere nella lotta al cambiamento climatico – si impegnavano ad affrontare e rimuovere i potenziali ostacoli al raggiungimento di un accordo di successo durante il summit di Parigi. Un’intesa di questo tipo, oggi, appare del tutto irrealizzabile. Senza entrare nel merito degli attuali rapporti tra Stati Uniti e Cina e concentrandoci esclusivamente sulla questione climatica, emerge con chiarezza come tale tema non solo non rientri negli interessi dell’attuale presidente statunitense, ma sia anche sistematicamente sminuito e denigrato dallo stesso. Ne è un esempio evidente il discorso pronunciato da Donald Trump lo scorso 23 settembre durante l’80ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
In 55 minuti di vaniloquio, il presidente degli Usa ha duramente criticato le politiche climatiche, sostenuto che le energie pulite hanno messo in ginocchio l’Europa, definito la crisi climatica una bufala ed elogiato il gas, il petrolio e il carbone americano (esaltando quest’ultimo come “bellissimo e pulito”). Nulla di cui sorprendersi, d’altra parte, se si considera quello che è stato un vero e proprio mantra durante la campagna elettorale del Tycoon: “Drill baby drill” (trivella baby trivella) ha ripetuto in continuazione, dando seguito – almeno in questo caso – agli impegni assunti durante la corsa alla Casa Bianca. Impegni consistenti nello smantellamento di politiche e finanziamenti a favore di clima e ambiente e culminati nel ritiro degli Usa dall’Accordo di Parigi.
Sebbene gli Stati Uniti non siano nuovi a una simile postura — è questo infatti il secondo mandato di Donald Trump — l’attuale linea negazionista si inserisce in un contesto internazionale che ha visto aumentare il numero dei leader di estrema destra al potere. Una circostanza che sembra ostacolare ulteriormente la diplomazia climatica. Questi governanti, spesso scettici o apertamente negazionisti rispetto alla crisi climatica e più orientati a politiche nazionaliste ed economicamente immediate, rendono infatti più difficile la cooperazione internazionale sul clima, rallentando l’adozione di misure comuni e indebolendo l’efficacia della diplomazia climatica stessa, basata sulla collaborazione tra Stati e sul rispetto di accordi globali.
Tra crisi e prudenza l’Unione Europea perde terreno sul clima
In un contesto del genere, anche l’impegno dell’Unione Europea — che per anni è stata motore normativo e apripista globale, dal Green Deal ai pacchetti “Fit for 55”, fino agli strumenti di politica commerciale — ha subito una battuta d’arresto significativa. Le tensioni geopolitiche, l’onda lunga della crisi energetica e l’aumento del costo della vita sono solo alcuni dei fattori che hanno eroso la tradizionale ambizione climatica, spostando il baricentro dell’agenda politica europea sulla gestione delle emergenze: deroghe settoriali e target ammorbiditi, priorità alla competitività immediata, uso difensivo di dazi, crescita della spesa militare, negoziati frammentati tra interessi nazionali divergenti. Così, la narrativa del phase-out delle fonti fossili si è fatta meno netta, mentre su agricoltura, industria energivora e mobilità sono progressivamente cresciute le pressioni per rallentare gli impegni assunti.
Questo cambio di passo ha indebolito la capacità europea di fare da argine alla regressione globale della geopolitica del clima. Infatti, tra divisioni domestiche e prudenza internazionale, l’UE oggi più che mai fa fatica a conciliare consenso e ambizione climatica. Una situazione che si traduce in risorse ridotte, voce meno autorevole nei negoziati e in una guida meno incisiva proprio quando servirebbe un impulso coeso per alzare l’asticella comune.
Dopo Francesco: la leva morale della diplomazia vaticana
Anche la morte di papa Francesco, avvenuta lo scorso 21 aprile, potrebbe influenzare la tenuta della diplomazia climatica. Da sempre attento alla questione ecologica, il papa – che non a caso aveva scelto per sé il nome del Santo autore del Cantico delle Creature – ha influenzato il dibattito internazionale, firmando l’enciclica Laudato si’ a ridosso della COP21. Con la sue enciclica, Francesco ha avuto un duplice merito: da un lato, infatti, ha delineato una nuova chiave di lettura della crisi climatica, in grado di tenere insieme la crisi ambientale con quella sociale e, dall’altro, ha contribuito a rilanciare la cooperazione multilaterale, consapevole (anche più di alcuni leader politici) dell’urgenza di un accordo globale sul clima.
Ecco perché se il suo successore non sarà sufficientemente interessato nel proseguire lungo la strada tracciata da Francesco è ragionevole pensare che anche la diplomazia vaticana cambierà il proprio orientamento, facendo venire meno un sostegno quanto mai necessario nel promuovere politiche climatiche giuste, sostenibili e soprattuto capaci di lasciarsi definitivamente alle spalle le fonti di energia fossile. Una capacità che sembra compromessa anche dalla scelta di organizzare le ultime conferenze sul clima nei petrostati, come accaduto per la COP27 di Sharm el-Sheikh, per la COP28 di Dubai e per la COP29 di Baku.

Quando la democrazia si restringe, il clima arretra
Nei summit climatici, la sede ospitante — esprimendo anche la presidenza — ha una forte capacità di orientare l’andamento dei negoziati e, com’è facile intuire, la volontà di Stati che fondano la propria economia su petrolio, gas e carbone non può rispondere alla necessità di una completa e non negoziabile eliminazione delle fonti fossili. Pertanto, sebbene simili economie non debbano essere escluse dai tavoli dei negoziati, nemmeno dovrebbero essere insignite di un potere tale da influenzare il risultato dei consessi climatici. A maggior ragione se un simile potere negoziale viene speso per raggiungere accordi finali mediocri e dalla scarsa ambizione.
Inoltre, far ospitare le COP dai petrostati influisce anche sulla capacità di mobilitazione della società civile, che tradizionalmente ricorre a manifestazioni e proteste pacifiche per esercitare pressione sui delegati nazionali presenti alle conferenze climatiche. All’interno di Stati il cui tessuto democratico è eroso e lo spazio dei diritti civili e politici limitato, le manifestazioni sono state spesso ridotte al silenzio o, comunque, fortemente limitate. Non a caso, l’ultima grande mobilitazione della società civile risale alla COP26 di Glasgow, quando un fiume di persone si riversò per le strade della città scozzese e di molte altre, per chiedere azioni concrete e impegni più decisi per promuovere giustizia climatica e decarbonizzazione.
Attivismo sorvegliato: il costo della partecipazione
A rendere possibile una partecipazione così massiccia non fu soltanto la consapevolezza nutrita dai manifestanti di poter scendere in strada in maniera relativamente sicura, trovandosi in una città in cui l’espressione pacifica del dissenso era consentita e tollerata, ma anche il generale sentimento di fiducia che avvolgeva i ragazzi e le ragazze protagonisti delle manifestazioni. Al netto di chi già allora non guardava di buon occhio manifestanti e attivisti per il clima, organizzazioni e movimenti come Fridays for Future riscuotevano successo e approvazione sulla scena internazionale. Basti pensare al fatto che Greta Thunberg — la nota attivista svedese che ha lanciato il movimento studentesco internazionale dei FFF — era spesso invitata a parlare di crisi climatica in contesti istituzionali, come accaduto durante il Forum economico di Davos nel 2019 o durante il Climate Action Summit dello stesso anno, eventi a cui presero parte diverse decine di capi di stato e di governo, cui la giovane attivista rivolse parole particolarmente dure per condannare l’inazione dei loro stati.
Questa circostanza è però cambiata nel corso degli anni quando i movimenti per il clima hanno visto, da un lato, una crescente criminalizzazione degli attivisti e delle attiviste ambientali (la stessa Thunberg è stata più volte arrestata dalle forze dell’ordine) e, dall’altro, un’evoluzione nelle forme di attivismo. Queste ultime, diventando più performative, hanno cominciato a riscuotere maggiori critiche e stroncature e in un clima di generale dissenso hanno in parte perso la loro capacità di fare leva sull’opinione pubblica e, di conseguenza, di esercitare un’influenza positiva nelle sale del potere.
Rifondare l’architettura per riformare l’UNFCCC
Se a ciò si aggiunge il modo in cui vecchie e nuove questioni sono tornate a monopolizzare l’attenzione del dibattito pubblico e a polarizzare quello politico, è facile capire perché — oggi più che mai — la geopolitica del clima appare indebolita nelle sue fondamenta. Ma forse proprio ripartendo da una ristrutturazione di queste ultime, cioè dei meccanismi negoziali che reggono e regolano l’UNFCCC, sarà possibile garantirne la tenuta. Riformare non vuol dire archiviare ma, piuttosto, correggere un consenso che oggi permette scelte paralizzanti; scandire con un calendario vincolante l’aggiornamento periodico degli NDC; legare l’ambizione a risorse economiche concrete; incentivare i finanziamenti da destinare al fondo perdite e danni. Significa tutelare i diritti e garantire l’accesso della società civile nelle sedi negoziali e coordinare l’agenda climatica con commercio e finanza, dove norme e dazi stanno già ridisegnando gli incentivi climatici. Se le nuove fondamenta reggeranno, allora le COP potranno tornare a essere il luogo in cui l’ambizione si misura e non quello in cui essa si esaurisce.
Virgilia De Cicco

















































