Dieci anni di geopolitica: come cambia l'ordine internazionale
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Negli ultimi dieci anni, l’ordine internazionale è stato messo sotto pressione da eventi sistemici che hanno alterato gli equilibri geopolitici globali. Dalla diffusione del terrorismo jihadista in Europa alla riconfigurazione dei rapporti di forza in Medio Oriente, fino al riemergere di politiche di sovranismo e protezionismo, il periodo 2015–2025 ha segnato il passaggio da un mondo unipolare a uno multipolare ma instabile. Le istituzioni multilaterali, per decenni pilastro della governance globale, hanno mostrato segni crescenti di stanchezza.

In parallelo, la ritirata strategica degli Stati Uniti da aree chiave – dall’Afghanistan alla Siria – ha lasciato spazi colmati da attori regionali e revisionisti. La Cina ha consolidato la propria egemonia economica e tecnologica attraverso strumenti di geopolitica economica, soft power e pressione diplomatica. La Russia ha risposto con una postura aggressiva, culminata nell’invasione dell’Ucraina, che ha messo in crisi la coesione europea.

La pandemia da Covid-19 ha accelerato processi di de-globalizzazione, crisi delle catene del valore e il ritorno della sicurezza nazionale al centro delle strategie estere. In questo contesto, il ritorno di Donald Trump alla presidenza nel 2025 ha rafforzato una visione transazionale delle relazioni internazionali: dazi all’Europa, ostilità verso la Cina, e un nuovo interventismo selettivo, come dimostra il controverso Piano di pace per Gaza.

Il decennio si chiude con crisi irrisolte: la guerra in Ucraina, il confronto crescente tra Israele e Iran, il vuoto politico in Palestina, il collasso della credibilità del diritto internazionale, la normalizzazione di conflitti a bassa intensità. In un mondo in cui l’ideologia è tornata centrale, senza offrire modelli alternativi stabili, la sfida non è solo governare le crisi, ma ricostruire le categorie con cui si pensa l’ordine internazionale.

I dieci anni che hanno cambiato l’ordine internazionale

L’epoca aperta dagli attentati dell’ISIS in Europa tra il 2015 e il 2017 ha segnato il ritorno della guerra ibrida anche nei centri urbani dell’Occidente. Con attacchi a Parigi, Bruxelles, Berlino, Nizza e Manchester, la minaccia jihadista si è inscritta nel cuore del dibattito pubblico europeo, ridefinendo le agende sulla sicurezza interna, l’immigrazione e la libertà religiosa. La fine territoriale del Califfato non ha però sancito la fine della minaccia jihadista: si è trasformata, dispersa, ma non sradicata — e gli eventi di questi giorni lo dimostrano: ancora Manchester, ancora un attentato, ancora due vittime.

Nel frattempo, il Medio Oriente è divenuto teatro di una competizione sempre più feroce tra potenze regionali: Iran, Arabia Saudita, Turchia e Israele. La guerra in Siria ha lasciato uno Stato fallito, mentre il Libano è crollato sotto il peso della crisi economica. Il Golfo ha vissuto anni di diplomazia interrotta e tensioni latenti, culminate nel breve ma drammatico conflitto tra Israele e Iran. È in questa regione che il multipolarismo ha assunto i suoi tratti più instabili, fra attori statali e non, ideologie e interessi, potenze esterne e milizie locali.

Sul fronte euroatlantico, l’elezione di Donald Trump nel 2016 ha dato inizio a una stagione di unilateralismo e logica transazionale: ritiro dal TPP, frizioni con la NATO, guerre commerciali con la Cina, abbandono dell’accordo sul clima di Parigi. Il mandato Biden ha rappresentato un tentativo di ricomposizione dell’alleanza occidentale, ma la guerra in Ucraina ha dimostrato come la deterrenza sia ormai insufficiente. L’invasione russa del 2022 ha segnato il ritorno della guerra convenzionale in Europa, con un’UE fragile e spesso divisa, e una NATO rafforzata ma ancorata alla leadership americana.

L’uscita degli USA dall’Afghanistan nel 2021 ha rappresentato il punto più basso della credibilità occidentale, mentre la pandemia di Covid-19 ha trasformato l’economia globale, esacerbato il confronto sino-americano e accelerato la corsa alla sovranità tecnologica. Infine, il 7 ottobre 2023, con l’attacco terroristico di Hamas a Israele, ha aperto una nuova fase nella crisi israelo-palestinese, rilanciando un conflitto mai sopito e innescando un effetto domino in tutta la regione. Il ritorno di Trump nel 2025 ha segnato un cambio di passo anche su questo fronte, con l’adozione del controverso Piano di pace per Gaza che, pur con molte criticità, rappresenta oggi l’unica proposta strutturata sul tavolo.

Dove stiamo andando: la geopolitica del disordine

L’evoluzione dell’ordine internazionale tra il 2015 e il 2025 suggerisce un’erosione sistemica dei principi che avevano guidato il mondo post-Guerra Fredda. La centralità della sovranità, il primato delle organizzazioni multilaterali e la funzione degli accordi internazionali sono stati progressivamente svuotati a favore di approcci più cinici, transazionali e reattivi. In questo quadro, la geopolitica ha ripreso centralità, non come logica d’equilibrio ma come scontro aperto tra revisionismi e resistenze.

A cambiare è stato innanzitutto il ruolo degli attori statali. Potenze regionali, un tempo contenute dalla struttura multilaterale, oggi agiscono con sempre maggiore autonomia e assertività. La Turchia, ad esempio, ha utilizzato la propria posizione strategica per perseguire un’agenda neo-ottomana, mentre l’Iran ha consolidato il proprio asse sciita da Baghdad a Beirut. In Africa e Asia, lo scontro tra Cina e Occidente ha assunto forme sempre più complesse: non solo militari, ma infrastrutturali, economiche, culturali.

Nel contempo, il ritorno della politica di potenza ha avuto come contraltare la crisi della governance globale. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è paralizzato da veti incrociati; l’OMC è in stallo; le banche multilaterali faticano a dare risposte sistemiche. Il risultato è un ambiente internazionale in cui regole e norme hanno perso forza vincolante, lasciando spazio a una logica di sovranismo competitivo in cui la legittimità dell’azione dipende dalla sua efficacia percepita.

La disillusione verso il multilateralismo si accompagna a una crescente sfiducia nell’Occidente stesso. La narrazione dei diritti umani e della democrazia liberale ha perso presa in molte aree del mondo, mentre si affermano modelli ibridi, autoritari ma funzionali, come dimostrano i successi della geoeconomia cinese o della diplomazia del vaccino. L’idea di un ordine globale basato su valori universali viene oggi sostituita da un realismo radicale, in cui la sicurezza nazionale e l’autosufficienza strategica diventano le nuove lenti per interpretare la geopolitica del futuro.

Nel nuovo scenario globale, la rivalità tra Stati Uniti e Cina ha cessato da tempo di essere una semplice competizione commerciale: è una sfida sistemica. Washington e Pechino non si contendono solo mercati o rotte marittime, ma il diritto stesso a definire le regole del mondo che verrà. Mentre gli Stati Uniti difendono una leadership in crisi di legittimità, la Cina propone un modello autoritario-tecnocratico che combina efficienza statale e controllo sociale. Ma la vera novità è la crescente saldatura tra Cina, Russia e Sud globale in strutture parallele come i BRICS allargati, che nel 2024 hanno incluso paesi come Egitto, Arabia Saudita, Iran ed Etiopia. Una coalizione eterogenea, sì, ma in grado di proporsi come alternativa post-occidentale nel nome della multipolarità, della sovranità e del rifiuto delle ingerenze liberali.

All’interno di questo contesto, l’Africa ha smesso di essere un continente passivo: è ormai soggetto geopolitico, strategico e simbolico. Non solo per via delle rotte migratorie e delle crisi alimentari, ma per la sua crescente centralità energetica, tecnologica e demografica. Russia, Cina, Turchia e paesi del Golfo si contendono influenza, basi militari e risorse, mentre l’Europa appare in affanno, ancorata a una retorica dello sviluppo che non corrisponde più alla realtà. L’Unione Europea, nel frattempo, affronta la sua fase più fragile: la liquefazione dell’ordine europeo non dipende solo dal pericolo russo o dalla guerra in Ucraina, ma da una crisi interna di coesione politica, culturale e strategica. Senza una visione condivisa di sicurezza, difesa e proiezione internazionale, ogni equilibrio è destinato a essere temporaneo. E la stabilità, in Europa, non tornerà mai davvero finché non si riconoscerà che nessuna sovranità nazionale è più sufficiente, né operativa.

Il decennio appena trascorso non ha solo moltiplicato le crisi: le ha rese strutturali. L’illusione di un ordine internazionale fondato su cooperazione multilaterale, razionalità economica e deterrenza è crollata sotto il peso di shock sistemici che hanno accelerato la transizione verso un mondo frammentato, competitivo e instabile. Il potere oggi non risiede più soltanto nella forza o nella ricchezza, ma nella padronanza della complessità, nella capacità di agire sotto la soglia del conflitto aperto e di dominare le narrazioni.

Il ritorno del sovranismo, da Mosca a Washington, da Ankara a Nuova Delhi, segna il fallimento delle ideologie universaliste e la crisi di visioni strutturate del futuro. Il nazionalismo contemporaneo è identitario, reattivo, difensivo. Non costruisce orizzonti, ma cerca rifugio. L’architettura uscita dal 1945 è oggi troppo rigida e distante dalla realtà per continuare a reggere il sistema. Ma non esiste ancora un’alternativa.

La vera posta in gioco è concettuale. Senza categorie nuove — che superino le dicotomie di guerra e pace, sicurezza e sviluppo, sovranità e interdipendenza — la politica estera rischia di diventare reazione, la strategia improvvisazione. In questo vuoto avanzano potenze revisioniste, attori ibridi e nuovi mercati ideologici.

Il prossimo ciclo geopolitico sarà definito dalla capacità — o dall’incapacità — di ricostruire un ordine internazionale che rifletta il mondo multipolare in cui viviamo. Serviranno strumenti agili, categorie più sofisticate e una consapevolezza: la geopolitica non è un affare per specialisti, ma una grammatica necessaria per chiunque voglia capire — e non solo subire — il presente.

Donatello D’Andrea

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