Sudan, la più grave crisi umanitaria al mondo
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Nelle ultime settimane diversi media italiani hanno puntato i riflettori sul Sudan e sul conflitto attualmente in corso, riconosciuto come la più grave crisi umanitaria della storia recente, con oltre 30 milioni di persone che necessitano di assistenza, di cui 16 milioni sono bambini. Lo scorso 26 ottobre El-Fasher, capitale del Darfur settentrionale, è caduta nella mani delle forze paramilitari Rapid Support Forces (RSF), le quali hanno annunciato la conquista della sede dell’esercito sudanese, dopo 18 mesi di assedio. Le milizie, ormai, tengono sotto controllo quasi tutto il paese, costringendo milioni di civili alla fame – tra stupri di massa, violenti attacchi a villaggi e quartieri, distruzione e saccheggi di infrastrutture ed esecuzioni sommarie.

La crisi umanitaria in Sudan è il risultato di una guerra civile iniziata nell’aprile del 2023 ma che affonda le sue radici nella storia del paese, segnata da disuguaglianze interne e divisioni etniche (che, in passato, hanno determinato lo scoppio di due cruente guerre civili), politiche che hanno aumentato l’instabilità e le tensioni ed interessi economici internazionali: il paese, infatti, è ricco di olio e petrolio. La prima guerra civile sudanese è iniziata nel 1955 ed è durata quasi vent’anni, vedendo contrapporsi il Nord (in cui la popolazione è, per la maggior parte, araba e musulmana) e il Sud del paese (principalmente cristiano e animista). All’origine delle tensioni c’era la decisione del Regno Unito (che fino al 1946 aveva amministrato il Nord e il Sud del paese come regioni distinte) di unire le due zone in un’unica regione amministrativa, senza prima confrontarsi con il Sudan del Sud, che temeva una sottomissione da parte del Nord.

Quando, nel 1953, Regno Unito ed Egitto hanno concordato l’indipendenza del Sudan le divisioni interne al pese hanno causato lo scoppio della guerra, che ha raggiunto l’apice nel 1956. L’accordo per la fine dei combattimenti è stato firmato nel 1972, ma a distanza di nove anni i disordini sono ricominciati, con l’inizio della seconda guerra civile sudanese. Il conflitto ha coinvolto le stesse fazioni ed è passato alla storia come uno dei più sanguinosi dopo la seconda guerra mondiale. Terminato nel 2005 con l’Accordo di Pace Globale, ha portato all’indipendenza del Sud Sudan nel 2011. Nonostante la conclusione formale della guerra, le tensioni non sono mai finite: il Darfur, in particolare, è stato segnato da un conflitto (scoppiato nel 2003) le cui ripercussioni continuano a stremare la popolazione sudanese.

I disordini, nel Darfur, sono iniziati con l’accusa al governo di discriminazioni nei confronti dei non-arabi da parte dei gruppi ribelli del Movimento Giustizia ed Uguaglianza (Justice and Equality Movement, JEM) e del Movimento per la Liberazione del Sudan (Sudan Liberation Movement, SLM). La risposta del regime di Omar al-Bashir è stata una campagna di pulizia etnica contro la popolazione non-araba, guidata dalle violente milizie Janjaweed, per la quale l’allora presidente è stato imputato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio dalla Corte Penale Internazionale (CPI). Qualche anno più tardi queste milizie si sono riorganizzate, dando vita alle Rapid Support Forces nel 2013.

Oggi le RSF sono le principali protagoniste della guerra civile in Sudan. Le milizie – create da al-Bashir per reprimere i detrattori – negli anni si sono arricchite prendendo il controllo delle miniere d’oro del Darfur e delle zone centrali del Sudan. Nemmeno la deposizione dell’ex presidente nel 2019 le ha fermate: sotto la guida dell’ex comandante Janjaweed Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, sono entrate a far parte del Consiglio Militare di Transizione, affermandosi come un potere “parallelo” all’interno dello stato. Nel 2023, una nuova guerra civile è scoppiata in Sudan per via degli scontri tra le RSF e le Sudanese Armed Forces (RAF), ovvero l’esercito regolare del paese. Il conflitto è iniziato con una serie di scontri armati nella capitale Khartoum e, in questi due anni, ha conosciuto un’escalation che ha portato alla situazione attuale.

Le RSF e i gruppi armati affiliati sono responsabili di sistematiche violazioni dei diritti umani. L’obiettivo delle milizie è prendere il comando dell’intero paese: fino ad ora, si sono stabilizzate in gran parte del Darfur, di Khartoum (ovest e sud), di alcune aree nel Kordofan e lungo il confine con il Ciad. In queste zone hanno istituito un’amministrazione autonoma, con governi e funzionari propri e una polizia RSF. Oltre al potere politico, le milizie sono determinate a mantenere ed ampliare il controllo sulle miniere d’oro del Darfur e del Kordofan e sui rapporti commerciali che il Sudan intrattiene con altre nazioni. Malgrado le denunce delle ONG e gli appelli della comunità internazionale, le RSF possono contare sul supporto di attori esterni. In particolare degli Emirati Arabi Uniti, principali acquirenti di gran parte dell’oro sudanese (oltre il 70%, secondo i rapporti ONU 2024-2025).

Il governo del Sudan ha recentemente accusato gli Emirati di finanziare la guerra e, lo scorso maggio, Khartoum ha posto fine alle relazioni diplomatiche con la nazione. Anche la Russia ha avuto un ruolo importante nel sostegno alle milizie: risalgono al 2017 gli accordi con al-Bashir per una collaborazione tra i due paesi. Interessata alle ingenti risorse d’oro, Mosca ha fornito armi, addestratori militari e supporto tecnico alle RSF attraverso il gruppo Wagner in cambio dell’accesso alle miniere e dei permessi per l’esportazione del metallo prezioso. Davanti all’attuale crisi umanitaria, il paese guidato da Putin ha scelto la strada dell’ambiguità, avvicinandosi al governo di transizione: ciò che è certo è che il Cremlino non vuole perdere la sua influenza in Africa, né tantomeno rinunciare alle risorse del Sudan, tenendo anche conto del suo obiettivo di costruire una base navale nel Mar Rosso. L’esercito sudanese, da parte sua, è sostenuto da Egitto (attento alla sicurezza e alla stabilità nel Nilo), Arabia Saudita e Iran (che invia droni e supporto materiale).

Martedì 4 novembre il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha dichiarato che la guerra civile in Sudan è, ormai, fuori controllo chiedendo la cessazione del conflitto: le parti coinvolte sono state esortate a incontrarsi al “tavolo dei negoziati” per porre fine all'”incubo di violenza” che sta devastando il paese. Negli scorsi giorni l’inviato statunitense per l’Africa e i Paesi Arabi Massad Boulos si è recato al Cairo, dove ha tenuto una serie di incontri nell’intento di finalizzare la proposta di tregua umanitaria presenta a metà settembre insieme ad un gruppo di mediazione chiamato Quad e che vede la partecipazione di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Per il momento, tuttavia, le proposte non hanno portato ad alcuna svolta.

Cindy Delfini

Cindy Delfini
Classe '97, Milano. Studio scienze Politiche, Economiche e Sociali, con un forte interesse verso i diritti civili. Sono appassionata di arte nelle sue diverse forme di espressione: musica, danza, cinema, serie TV, letteratura.

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