Il dissenso che porta alla disfatta e al suicidio dei leader politici: Salvini docet
Fonte: notizie.virgilio.it

Sono trascorsi circa due mesi dal nuovo assetto governativo giallorosso e dall’autoesclusione di Salvini, eppure si ha la sensazione che dalle ultime elezioni o poco prima nulla sia cambiato. Come se questi cambiamenti siano talmente simili da risultare impercettibili.

Che il mondo dell’informazione orienti è un dato di fatto, e che quest’ultimo sia un meccanismo forzato nemmeno dovrebbe lasciare tanti dubbi. Siamo passati da un leader come Salvini, enfatizzato e considerato da tutti i media, ad un Salvini ex ministro dell’Interno fuori dai “giochi” governativi. Un passaggio così netto da risultare impercettibile. Eppure era il Salvini inneggiato dal popolo italiano, il leader per eccellenza, colui che la sinistra temeva e l’Europa voleva che si sostituisse, colui che non aveva alcun freno e si alimentava della legittimità e del consenso popolare. Poi qualcosa è accaduto: l’ormai ex ministro deve averlo fiutato, anche se molti sono i dubbi sul suo suicidio politico.

Dunque Salvini presagiva il passaggio dal consenso incondizionato al dissenso velato. Dissenso che poneva le sue prime radici negli scontri diretti da lui stesso cercati: una questio ancora viva che mostrava Carola Rackete forzare i divieti posti dal ministro, a garanzia della tutela dei diritti umani e maturando l’obbligo morale di mettere in salvo i naufraghi; la genesi del dissenso iniziava a partire, con ogni probabilità, da questo momento, e partiva da una figura femminile che non mostrava i muscoli ma solo il coraggio della parola, mentre Salvini riceveva un altro colpo da attutire: la gip di Agrigento diede ragione a Carola Rackete.

Da quel momento, il ministro delle Dirette Instagram iniziava ad essere vulnerabile, e l’onda di odio si rafforzava, l’obiettivo era punire uno per punirne cento: nasceva così il Decreto Sicurezza bis. Tutto era a suo favore: un leader indiscusso salito al governo col 17% che poneva in scacco il primo partito, il Movimento 5 Stelle, ridimensionando la loro legittimità politica. Ma se da una parte c’era un Salvini che si mostrava forte e coraggioso nel proprio ruolo istituzionale, dall’altra c’era l’onda del dissenso che cresceva. Salvini iniziava a percepirlo: partendo da Soverato, Napoli, Catania, il suo tour nel Mezzogiorno risultava un fallimento, ed il momento più cruciale avveniva in piazza, dopo essersi defilato dal governo, quando annunciava e richiedeva pieni poteri.

L’umore popolare iniziava ad essere diverso: tante le provocazioni, gli striscioni e le manifestazioni per esprimere il dissenso; al centro dei comizi salviniani poca credibilità, incongruenze e soprattutto la poca trasparenza e comprensione di una scelta avvenuta di colpo e senza un motivo valido: perché lasciare il governo? Se a questa domanda non sopraggiunse immediata risposta c’è da porsi un’altra domanda, che riguarda non solo Salvini ma i leader politici in senso ampio: si accorgono del dissenso che li circonda?

Si compiono vari studi sul consenso politico, si snocciolano sondaggi nevrotici addirittura prematuri rispetto all’evento stesso, ma mai che si faccia uno studio approfondito sul dissenso per capirne le cause, gli elementi più evidenti e se parliamo di evento o processo. Eppure un discorso del genere dovrebbe essere posto al centro del dibattito nei partiti politici, per la loro continuità e sopravvivenza. Pare invece che sia un tema di poco interesse, anche per l’informazione. Il dissenso è Storia, come il consenso rappresenta una fase di passaggio che ha dato scacco matto ai più importanti leader che provenivano da periodi di ampio consenso; pensiamo a Berlusconi, dopo il fallimento di una sinistra miope e incapace di analizzare gli aspetti sociali che portarono alla propria disfatta, divenne leader indiscusso fin quando, a seguire, una figura femminile iniziò a minare questo suo consenso e a renderlo politicamente instabile.

Il velo del regime sessuale di Berlusconi fu squarciato, si aggiunsero successivamente anche dinamiche economico-politiche. Un Berlusconi ormai debole, deriso, non solo fu costretto a mettersi da parte, ma fu travolto dal dissenso popolare che lasciò di lui poche tracce e neppure positive. Certo, la responsabilità è anche dei media, i quali si gettano con tracotanza sul prossimo leader, sul prossimo avvenimento, mettendo da parte volutamente o meno un dato come il dissenso che potrebbe essere anche quantificato in termini matematici così da spiegare importanti fenomeni e cambiamenti sociali.

Se ciò non avviene è perché forse non si dispone degli strumenti necessari in grado di cogliere il lato opposto del consenso, e cioè il dissenso. Un’altra risposta è certamente nell’incapacità politica di interpretare la rapidità con cui le vedute sociali cambiano rispetto all’assetto istituzionale. E ancora, il sottovalutare le capacità, nonché la forza dialettica e di ragionamento delle donne, capaci di cambiare e modificare gli assetti politici. Non si comprende, invece, che dal dissenso hanno origine le prospettive e dunque nuove potenzialità, per cui bisognerebbe investire e considerare equamente il binomio consenso – dissenso, alla base di ogni democrazia che si reputi tale. Fu proprio Norberto Bobbio a parlarci di un dissenso come abito mentale, come spazio e condizione affinché si possa parlare di democrazia.

Bruna Di Dio

Bruna Di Dio
Intraprendente, ostinata, curiosa professionale e fin troppo sensibile e attenta ad ogni particolare, motivo per cui cade spesso in paranoia. Raramente il suo terzo occhio commette errori. In continua crescita e trasformazione attraverso gli altri, ma con pochi ed essenziali punti fermi.

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